Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Transizioni energetiche e trivelle. Sul referendum del 17 aprile

Duccio Basosi * - 22.03.2016
Referendum 17 aprile

Per quanto se ne sa in giro, il referendum abrogativo del 17 aprile potrebbe anche averlo convocato Tyler Durden. La prima regola della libera stampa nazionale pare infatti essere: “non parlate mai del referendum del 17 aprile”. La seconda: “non dovete mai parlare a nessuno del referendum del 17 aprile”. Il quesito referendario, è vero, non è di quelli che fanno venire subito voglia di salire sulle barricate: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, 'Norme in materia ambientale', come sostituito dal [...]”? Il fatto che non se ne parli, tuttavia, è un brutto sintomo dello stato della politica e dell'informazione in Italia.

Infatti, dietro la formula del quesito si nasconde anzitutto una questione pratica ritenuta importante da nove Regioni italiane: si chiede di cancellare la norma che consente alle società minerarie di cercare ed estrarre gas e petrolio, senza limiti di tempo, entro le 12 miglia marine dalle coste. Le espressioni chiave sono “entro le 12 miglia marine” e “senza limiti di tempo”. La prima chiarisce quali impianti di estrazione di idrocarburi sono riguardati dal referendum: non quelli sulla terraferma e non quelli in mare a una distanza superiore alle 12 miglia marine dalla costa. La seconda chiarisce che l'eventuale vittoria del “sì” non determinerebbe l'immediata cessazione delle attività di ricerca e estrazione nemmeno nell'area così delimitata, ma ne imporrebbe la fine alla data (o, meglio, alle date) di scadenza dei vari contratti di “concessione” sulla base dei quali operano le aziende minerarie. In breve, il quesito mira a cancellare la possibilità, introdotta nella “Legge di Stabilità 2016”, che tali aziende prolunghino l'attività estrattiva oltre la scadenza dei contratti attualmente in vigore, fino all'esaurimento dei rispettivi giacimenti.

Di fatto, nelle 26 aree in concessione entro le 12 miglia, le attività di “coltivazione degli idrocarburi” verrebbero a terminare tra due anni in un caso, tra cinque anni in cinque casi e tra dieci/venti anni negli altri casi.[i] Assecondando un'esigenza emersa all'indomani del disastro ambientale provocato dal malfunzionamento della piattaforma Deep Water Horizon nel Golfo del Messico (2010), dal punto di vista pratico la vittoria del “sì” determinerebbe, insieme alla norma di legge che già stabilisce l'impossibilità per le compagnie minerarie di chiedere nuove concessioni entro le 12 miglia, il venire a termine, molto progressivo, dell'attività estrattiva a ridosso delle coste italiane.

Da parte dei sostenitori del “no” si è fatto notare che i rischi lungo le coste italiane non sono paragonabili a quelli del Golfo del Messico, sia per la diversa profondità delle acque, sia perché, nella maggior parte dei casi, le concessioni in questione riguardano gas naturale e non petrolio. D'altro canto, affermare che i rischi sono “minori” non significa che essi siano assenti e pare comprensibile l'esigenza di limitarli al massimo. Collegata a questa questione, ve ne è un'altra, relativa al ruolo che le Regioni possono svolgere nell'individuare e perseguire un modello di sviluppo locale, in questo caso privilegiando la tutela del paesaggio, l'ulteriore promozione della propria vocazione turistica e la limitazione di certi rischi ambientali (a fronte però di una serie di sfide reali, quali la necessità di offrire garanzie per il futuro del personale impiegato attualmente sulle piattaforme, a mano a mano che queste chiudessero, e quella di promuovere un modello di turismo a basso impatto ambientale per evitare che il cemento sostituisca gli idrocarburi come fattore di rischio per le coste). Decisamente meno rilevante è la preoccupazione, da alcuni segnalata, per un ulteriore aumento della dipendenza nazionale dalle forniture estere di energia in caso di affermazione del “sì”: dati alla mano, nell'arco di tempo sopra segnalato, verrebbe meno il 2,1% del fabbisogno nazionale di gas naturale e lo 0,8% del fabbisogno nazionale di petrolio.[ii] Niente di particolarmente drammatico, a maggior ragione se si considera che i consumi nazionali di energie fossili sono in diminuzione e che è auspicabile che questa diminuzione acceleri il suo corso.

Segnalare questi temi conduce però alla conclusione che un quesito apparentemente così tecnico contiene importanti implicazioni di carattere politico, sulle quali insistono molto i sostenitori del “sì”: in occasione del referendum, i cittadini possono dare un'indicazione generale sul modello di consumi energetici del futuro, segnalando, in caso di affermazione del “sì”, la maturazione di una volontà collettiva di allontanarsi dalle “energie fossili”. In astratto, si tratta di un'esigenza riconosciuta da tutti, in nome della lotta al riscaldamento globale. Nella pratica, i dati sempre più allarmanti sul ritmo del cambiamento climatico dicono che l'auspicata “transizione energetica” (verso il risparmio, l'efficienza e le rinnovabili) sta avvenendo con eccessiva lentezza. Da questo punto di vista, alcuni degli argomenti dei sostenitori del “no” sembrano soffrire di un fatalismo disperante, che può anche fare scudo (magari involontariamente) alla conservazione dello stato di cose presenti (“è inutile fermare le trivelle qui se non le si ferma anche nel resto del mondo”; “il gas e il petrolio che non saranno prodotti localmente saranno comunque importati”). D'altro canto, è innegabile che lo stop alle trivelle entro le 12 miglia dalle coste italiane può essere un gesto significativo in direzione di un nuovo modello di sviluppo (locale, nazionale e, in potenza, globale) solo se accompagnato da una riflessione collettiva centrata sulla necessità di agire anche sul lato della domanda di energia (quale, quanta, per fare cosa), oltre che su quello dell'offerta. Anche per questo è importante parlare del referendum del 17 aprile.



[i]               Si veda l'analisi condotta da Dario Faccini sui dati forniti dal governo italiano: https://aspoitalia.wordpress.com/2016/03/07/le-bufale-sul-referendum-del-17-aprile/.

[ii]              I dati si riferiscono ai consumi del 2014. Si veda, oltre all'analisi di Faccini già citata, anche l'articolo di Angelo Romano e Antonio Scalari: http://www.valigiablu.it/referendum-trivelle/.

 

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia