Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Sulle conseguenze economiche del voto di dicembre

Maurizio Griffo * - 24.05.2017
Quantitative Easing

Lo scorso autunno, nel corso della campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale, fra gli argomenti messi in campo vi è stato anche quello delle conseguenze economiche del voto. I fautori del “sì” ricordavano che la bocciatura della riforma avrebbe nociuto alla performance economica del nostro paese, configurando un fattore aggiuntivo di debolezza. I fautori del “no” rispondevano sdegnati, accusando i sostenitori di questa tesi di far ricorso a un indebito catastrofismo, ovvero ricordando che non si poteva approvare un progetto di riforma delle istituzioni in base a una ipotetica incidenza economica. Adesso, a distanza di alcuni mesi dal voto, è forse possibile valutare in maniera più equilibrata l’effetto di quel risultato elettorale sulla salute economica del nostro paese.

Nell’immediato, la reazione delle borse e dei mercati è parsa dare ragione agli anticatastrofisti. Dopo il 4 dicembre, infatti, non c’è stato nessun tracollo. Le borse hanno assorbito la vittoria dei “no” tranquillamente senza alterare il proprio corso. Anche le previsioni di crescita del nostro paese per il prossimo futuro sono rimaste, grosso modo, immutate.

Tuttavia, con il passare delle settimane si sono manifestati segnali tutt’altro che positivi. A gennaio l’agenzia canadese DBRS ha peggiorato la valutazione del nostro paese passandola da A-low a BBB-high. Una decisione che farà aumentare la trattenuta che Banca centrale europea opera sui titoli di stato italiani che vengono dati come pegno dalle banche che chiedono liquidità. Ad aprile, la agenzia Fitch a sua volta ha abbassato il rating italiano passandolo da BBB+ a BBB. Tra le motivazioni che hanno mosso il giudizio delle agenzie c’è, in entrambi i casi, il timore che aumenti in un prossimo futuro la instabilità governativa e, conseguentemente, diminuisca la capacità di efficaci politiche di riforma. A queste valutazioni delle agenzie di rating si è aggiunto poi un andamento negativo degli investimenti bancari. Dopo la bocciatura del referendum, infatti, sono aumentati i disinvestimenti di banche straniere nel nostro paese. In sostanza la stabilità finanziaria dell’Italia, gravata da un fortissimo debito pubblico, è assicurata sempre meno dagli investitori esteri e dipende sempre più dal quantitative easing della Banca centrale europea, cioè da una misura di sostegno che difficilmente verrà estesa oltre al 2018.

Non è difficile dare conto di questa, solo apparentemente contraddittoria, sequenza di eventi. Nell’immediato la reazione dei mercati non è stata negativa perché in buona parte preventivata, visto che nelle ultime settimane prima del voto i sondaggi accreditavano la vittoria dei “no” con un certo margine. Nel medio periodo, invece, il fallimento del tentativo di riforma ha pesato negativamente sul giudizio complessivo che viene dato del nostro paese. L‘Italia è giudicata un paese affetto da cronica volatilità politica,  incapace di migliorare i propri standard di efficienza, perciò la sostenibilità del suo debito pubblico è ritenuta meno credibile. Più in generale, all’estero si è accresciuta la percezione che il nostro è un paese non in grado di reggere le sfide di un mondo globalizzato.

Se questo è lo stato delle cose, serve a poco recriminare su quanto è accaduto o, peggio, accusare i sostenitori del “no” di scarsa lungimiranza. Occorre invece chiedersi cosa è possibile fare per migliorare la credibilità dell’Italia rispetto ai mercati e agli investitori. La risposta a questo interrogativo è semplice: occorre dimostrare una forte capacità di riforma. Tuttavia questo precetto appare difficile da praticare. Le riforme istituzionali sono fuori dell’agenda politica (e temo ci resteranno). Il governo non appare capace di un’azione incisiva in settori chiave per migliorare l’efficienza economica (giustizia civile, liberalizzazioni o semplificazione burocratica). Infine, tornano spinte centrifughe, dannose per lo sviluppo economico oltre che per la coesione nazionale (il referendum consultivo previsto in Lombardia e in Veneto).

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli