Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Spese per la difesa federali e titoli del tesoro al portatore per aggredire il debito pubblico

Gianpaolo Rossini - 26.04.2017
Fitch Ratings

Il nodo del debito pubblico rimane tema caldo. Una parte del partito democratico ha avanzato  richiesta di moratoria sulle privatizzazioni. La proposta è stata respinta dal ministro dell’economia Padoan, non si sa se per convinzione o perché la sua posizione non lascia spazio ad alternative, pena una doccia fredda da Europa e mercati. Purtroppo a imporci in maniera pressante e spregiudicata di svendere parti del nostro patrimonio arriva il giudizio dell’agenzia di rating Fitch che ci degrada per l’ennesima volta. La questione è preoccupante perché gran parte delle privatizzazioni in Italia ha provocato un grave danno alle casse pubbliche, che avrebbero dovuto invece risanare, visto che sono stati svenduti cespiti che fruttavano molto di più di quanto non rendano in media i titoli di stato. In più le privatizzazioni sono un’ipoteca sullo sviluppo in quanto hanno prodotto un arretramento in settori chiave come quello delle comunicazioni stradali (si legga di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade edito dal Mulino) e telefoniche fortemente danneggiate dalla scarsità degli investimenti delle nuove proprietà. Queste hanno beneficiato della posizione di mercato privilegiata (le autostrade ad esempio sono un monopolio naturale in cui non è possibile avere concorrenza) per estrarre rendite cospicue spesso finite in avventure finanziarie all’estero. 

Sfortunatamente l’Italia non è come il Giappone, che ha un debito pubblico doppio del nostro in ragione del Pil, ma pressoché interamente detenuto da giapponesi (banche, famiglie, vari intermediari). Diversamente da molti italiani ricchi che nascondono risparmi in Svizzera, Lussemburgo e Cayman, i paperoni giapponesi investono nel loro paese. Ciò che rimane, visto che il risparmio nipponico è sovrabbondante, circa 1000 miliardi di dollari, i nipponici lo investono in titoli del tesoro americano. Anche noi disponiamo di grandi risorse finanziarie. Ma una parte cospicua di queste abbandona l’Italia in maniera non trasparente o è parcheggiata in forme bizzarre, come cassette di sicurezza o casseforti. Contro queste pratiche spesso legate ad evasione fiscale o attività illegali i nostri governi si sono mossi più volte fino all’ultima misura della voluntary disclosure. Ma tutto questo non sembra bastare. Le risorse sottratte al fisco e al circuito finanziario del nostro paese sono ancora troppe. Se riuscissimo a mobilizzarle e canalizzarle verso i titoli pubblici potremmo rendere meno costoso il finanziamento del nostro debito pubblico con un notevole beneficio per il paese e un po’ di privatizzazioni di meno.

Richiamando risorse che giacciono in paradisi fiscali e in altri contenitori potremmo imprimere una spinta verso il basso ai tassi d’interesse sui titoli pubblici che ora pagano circa 200 punti in più dei corrispondenti titoli tedeschi. Un gap che ci costa circa 15 miliardi di euro all’anno. Basterebbe una misura inserita in una revisione della “voluntary disclosure” volta a far emergere il contante che è fuori dal circuito bancario e i capitali nei paradisi fiscali. Si tratterebbe di introdurre titoli di debito pubblico al portatore che possano essere acquistati anche per contante. “Cartelle” di questo tipo appaiono spesso nei grandi romanzi dell’800 di Dostoevskij, Austen, Balzac e altri.  Erano molto diffuse fino ad alcuni decenni fa e nessuno si scandalizzava. Una volta acquisiti questi titoli, un tempo cartacei, potevano essere scambiati e ceduti liberamente. Oggi potremmo reintrodurli, in forma  non necessariamente cartacea, ad esempio legati ad una piattaforma accessibile attraverso il circuito bancario ovvero da conti bancari. Potrebbero essere usati per pagare tasse ed essere scambiati tra soggetti titolari di un conto bancario. Dato il loro carattere anonimo, anche se tracciabile, potrebbero essere collocati a tassi molto bassi e avere una curva dei rendimenti nel tempo inferiore a quelli dei titoli tedeschi, quindi negativa sulle scadenze brevi e relativamente bassa su quelle più lontane. In altre parole l’acquisto di titoli al portatore conterrebbe una tassa implicita a fronte di una grande flessibilità d’uso e alla possibilità di acquisto per contanti.  Questa innovazione avrebbe lo scopo non solo di mobilizzare le enormi risorse nascoste in paradisi fiscali, cassette di sicurezza, casseforti e materassi, ma anche quella di contrastare la crescente presenza di monete private – ovvero non emesse da banche centrali – come Bitcoin, moneta virtuale apprezzata non poco per traffici illeciti che, per circa il 90%, circola in Cina e non è sottoposta ad alcun controllo. Il volume del mercato (ovvero la quantità di bitcoin in circolazione) è pari circa a 20 miliardi di euro.

Titoli di stato al portatore sarebbero anche una alternativa concreta e percorribile rispetto alle proposte di una seconda moneta interna da affiancare all’euro, avanzata da alcune forze politiche di destra.

In ogni caso titoli di stato al portatore sono un mezzo utile ma non bastano per aggredire con decisione il debito pubblico. E dunque occorre almeno una seconda strada da percorrere in aggiunta alla prima. Ci viene suggerita da un recente lavoro di due economisti americani, Bordo di Harvard e James di Princeton e in parte già avanzata in precedenti interventi su queste colonne. I due economisti ci svelano che il bilancio federale americano ha impiegato circa 140 anni dalla fine del 700 agli anni 30 del secolo scorso per raggiungere il peso che ha oggi. Oltre due secoli fa era paragonabile a quello della Ue. Poi una crescita graduale e lenta ha visto un progressivo passaggio di materie locali al bilancio federale. Perché un analogo percorso non potrebbe essere seguito in Eurolandia? L’occasione viene dalle sollecitazioni Usa a diversi paesi europei ad aumentare le spese per la difesa. In Europa solo la Grecia spende per la difesa quanto gli Usa chiedono. Gli altri sono ampiamente sotto. Le spese per difesa della Grecia non possono essere puramente intese per la protezione dell’Ellade ma contribuiscono ad un pezzo consistente della cintura del fianco sud d’Europa cui tutti siamo interessati. Proprio per questa sua natura di bene pubblico europeo della difesa dei membri UE ha senso cominciare da qui un processo di federalizzazione della spesa sotto il profilo finanziario. Pur rimanendo inizialmente in capo a ciascun paese le spese per la difesa dovrebbero essere finanziate tramite titoli pubblici federali – eurobonds- collocati da una agenzia della BCE. In questo modo la Grecia che si impegna di più degli altri e per gli altri non sarebbe ingiustamente penalizzata da tassi d’interesse esorbitanti ma pagherebbe gli stessi della Germania e potrebbe essere meno severa con il suo welfare fronteggiando meglio nazionalismi e populismi interni. Le spese militari andrebbero vagliate da un meccanismo di controllo (auditing) europeo e comunque rimarrebbero imputate nei bilanci dei paesi.  Questa strada sarebbe un grande balzo in avanti, potrebbe fare progredire non poco la coesione europea e sarebbe un aiuto del tutto legittimo pro Europa alla stabilità dei conti pubblici di paesi in difficoltà.  Ciò che questa iniziativa non deve portare con sé è un intento antirusso e una esclusiva etichetta Nato. Al contrario dovrebbe essere invece un passo verso il superamento della Nato per lo sviluppo di una iniziativa europea inizialmente complementare alla Nato e in prospettiva sostitutiva.