Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Seduzione ed assertività: le due facce della politica estera cinese nel primo mese dell’Amministrazione Trump

Aurelio Insisa * - 01.03.2017
Xi Jinping e Mattarella

Mercoledì 22 febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il momento più importante di un breve tour diplomatico nel paese. L’incontro tra Mattarella e Xi non ha riservato particolari sorprese. La delegazione italiana ha rimarcato il ruolo di primo piano del nostro paese all’interno delle più ampie relazioni tra Cina e UE, e ha enfatizzato l’approfondimento della relazione di partenariato strategico tra Pechino e Roma. Le dichiarazioni di Xi Jinping, per quanto professe all’interno di un rigido canovaccio diplomatico, si sono dimostrate maggiormente interessanti, soprattutto per chi osserva la politica estera cinese al di là del ristretto ambito delle relazioni sino-italiane. Xi ha benvenuto la partecipazione italiana al progetto cinese di infrastrutture su scala intercontinentale conosciuto come “Belt and Road”, che avrà nel porto di Venezia uno dei suoi snodi principali,e ha rimarcato la volontà cinese di cooperare con Roma all’interno degli organismi multilaterali internazionali allo scopo di promuovere e rinsaldare “pace, sviluppo e stabilità” su scala mondiale.

Tali dichiarazionivanno inserite all’interno della più recente charm offensive cinese, condotta in prima persona dallo stesso Xi al recente Davos Forum di gennaio, che vuole presentare al mondo la Cina come il nuovo campione e difensore della globalizzazione in questa confusa epoca trumpiana. Il richiamo delle“sirene” cinesi è decisamente invitante in un momento particolarmente critico delle relazioni tra gli USA e la UE. Segnali contrastanti emergono da Washington: mentre il Vice Presidente Mike Pence ed il Segretario alla Difesa James Mattis hanno assicurato la solidità delle relazioni atlantiche durante la recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera, le classi politiche e gli osservatori europei rimangono consapevoli che all’interno della nuova amministrazione americana vi è una corrente, incarnata principalmente nelle rotonde fattezze dell’influente consigliere alla Presidenza Steve Bannon, fortemente avversa al progetto politico e culturale della UE. In questo contesto il richiamo della diplomazia economica cinese continua ovviamente a sovrastare i segnali d’allarme lanciata dall’assertività di Pechino in Asia Orientale negli ultimi anni.

Segnali di disagio verso l’intraprendenza della diplomazia economica di Pechino in Europa sono tuttavia emersi nelle ultime settimane. La UE ha deciso di sottoporre ad una revisione giudiziaria il bando d’appalto per la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra Belgrado e Budapest (uno dei pilastri della sezione europea del progetto “Belt and Road”), assegnato dal governo ungherese a due compagnie di stato cinesi in apparente violazione delle normative europee. Inoltre, critiche al modus operandi cinese nel continente, tendente a bypassare i frame work della UE a favore di reti di interazione parallele e di carattere esclusivamente bilaterale con i paesi economicamente più deboli dell’Europa meridionale e orientale,sono state rivolte dall’ambasciatore tedesco in Cina Michael Clauss in una recente intervista.

 

L’altra faccia della politica estera cinese: la persistente assertività di Pechino in Asia Orientale

Mentre la distanza geografica e le più imminenti preoccupazioni di carattere economico ed eminentemente geopolitico continuano comunque ad attutire i timori sollevati dalla diplomazia economica cinese in Europa, la gravitas economica, diplomatica e militare di Pechino viene ovviamente avvertita in tutta la sua magnitudine in Asia Orientale e negli Stati Uniti. Due “teatri”apparentemente distinti ma in realtà profondamente connessi sono al centro dell’assertività cinese nella regione: la disputa riguardante le isole Senkaku/Diaoyu col Giappone nel Mare della Cina Orientale (esplosa nell’estate del 2012) e la decennale disputa territoriale nel Mare della Cina Meridionale, che coinvolge la Cina e la maggioranza dei paesi del Sud-Est asiatico, e che si è particolarmente intensificata negli ultimi due anni a seguito dell’espansione e della militarizzazione delle isole artificiali cinesi.

Gli ultimi sviluppi in entrambe le dispute sottolineano come Pechino non abbia rinunciato a muoversi, sebbene relativamente sottotraccia, nei mesi successivi alla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali di novembre. A inizio febbraio, un reportage del Guardian dall’isola giapponese di Ishigaki, situata a 170 km di distanze dalle isole Senkaku/Diaoyu, ha dato risalto alla crescente aggressività della guardia costiera cinese nei confronti dei pescherecci giapponesi operanti nelle acque dell’arcipelago conteso. Lo scopo di queste operazioni è ottenere un controllo de facto delle isole contese scoraggiando l’accesso ad esseda parte dei pescatori nipponici. Similmente, giorno 23 febbraio il Pentagono ha accusato Pechino di aver recentemente costruito strutture in cemento con tetto retrattile volte ad ospitare missili terra-aria nelle proprie isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale.

Nel recente libro Sino-Japanese Power Politics: Might, Money and Minds (Palgrave, 2017), Giulio Pugliese(lecturer presso il King’s College di Londra) ed io abbiamo dimostrato come il deciso corso d’azione intrapreso da Pechino nel Mare Cinese Meridionale a partire dal 2015 sia avvenuto soltanto a seguito di unpreventivo “congelamento” – di carattere esclusivamente tattico – della disputa sulle Senkaku/Diaoyu con Tokyo, dopo che essaaveva raggiunto altissimi livelli di tensione durante il 2014, in particolare a livello di public diplomacy e propaganda (sia internazionale che, soprattutto, domestica). La disputa col Giappone, sebbene messa in secondo piano rispetto a quella nel Mar Cinese Meridionale, rimane tuttavia irrisolta e caratterizzata da una preoccupante “corsa agli armamenti delle guardie costiere” dei due paesi. Nel frattempo, sebbene il volume dello scontro tra gli apparati di propaganda dei due paesi si sia notevolmente abbassato, la cristallizzazione dellespeculari narrazioni antagonistedi Cina e Giappone – narrazioni che a loro volta riflettono le tensioni causate in entrambi i paesi dalla transizione verso un ordine regionale post-americano – rimane un ostacolo sulla strada per la normalizzazione delle relazioni difficilmente sormontabile.

Sebbene la visione transattiva della politica estera manifestata a più riprese da Trump non lasci spazio a granitiche certezze, appare evidente che il Giappone di Abe Shinzo sia stato capace di ingaggiare e costruire una relazione proficua sia con la nuova amministrazione, che, soprattutto, con lo stesso presidente americano, nonostante le poco incoraggianti dichiarazioni sullo stato della rete di alleanze USA fatte da quest’ultimo durante la campagna elettorale. La visita di Abenella retre at trumpiana di Mar-a-Lago, e le assicurazioni date da Mattis sulla difesa delle Senkaku durante la propria visita in Giappone ad inizio febbraio, sembrano indicare che la risolutezza nippo-americana nei confronti dell’assertività cinese nel Mare Cinese Orientale sia destinata a durare. Allo stesso tempo, la postura dell’amministrazione Trump nella questione del Mare Cinese Meridionale, apparentemente ancora più rigida di quella dell’amministrazione Obama,sembra indicare che le tensioni internazionali in Asia Orientale non verranno risolte in breve termine.

Alla luce di questo preoccupante scenario, la persistente possibilità di un conflitto tra Cina e USA (e Giappone) a causa di una delle due dispute territoriali in corso, sebbene tuttora remota, pone a sua volta – già adesso – difficili quesiti sul proprio ruolo nello scacchiere internazionale ad una UE sempre più sedotta dalle promesse economiche della nuova Via della Seta cinese.

 

 

 

 

*"Aurelio Insisa è lecturer presso il Dipartimento di Storia della Lingnan University di Hong Kong"