Ultimo Aggiornamento:
24 giugno 2017
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Se l’islamismo è una nevrosi. Per una terapia psicanalitica del fenomeno ISIS

Omar Bellicini * - 23.01.2016
Islam

La sconfitta del fondamentalismo di matrice islamista potrebbe non dipendere dall’azione degli eserciti o dalle mediazioni di qualche diplomatico, ma dalle considerazioni di un analista svizzero di inizio Novecento. Più precisamente, di Carl Gustav Jung: allievo di Freud e padre di una delle teorie psicanalitiche più ricche e fortunate. La tesi può sembrare provocatoria, ma merita attenzione. Il principio di partenza è piuttosto lineare: le società sono composte da persone; ergo: i disturbi che affliggono gli individui, se particolarmente diffusi, possono trasferirsi alla società nel suo complesso. L’assunto non appare rassicurante, ma ci sono implicazioni positive. La prima: se davvero il “male sociale” corrisponde a quello individuale, il metodo più efficace per sanarlo può essere lo stesso che viene impiegato per vincerlo nella loro dimensione soggettiva. Il che è già di per sé sorprendente. Lo è ancor di più se ci si focalizza su un aspetto piuttosto trascurato: a ben guardare, l’integralismo è una forma di nevrosi. Com’è ovvio, non lo si vuol ridurre a una mera devianza psicologica. È evidente che i fenomeni di massa siano determinati da un concorso di fattori, anzitutto storici ed economici. Tuttavia, è indubbio che il radicalismo islamico, nelle sue manifestazioni private come in quelle collettive, ricalchi molte delle intuizioni di Jung. La chiave è spinosa, poiché si presta meno di altre interpretazioni alle semplificazioni giornalistiche e alle strumentalizzazioni politiche cui siamo, nostro malgrado, abituati. Tra l’altro, ci si muove al confine di una sociologia d’accatto che giustifica ogni condotta, attribuendo al contesto -e non all’autore- la responsabilità delle azioni. Sia chiaro: qui non si tratta di assolvere, ma di capire. Anche per avere qualche strumento di difesa in più per arginare la diffusione di quel modello. Almeno in Europa. L’idea di Jung è che la psiche umana sia animata da polarità contrapposte: il bene e il male, il coraggio e la paura, gli istinti e le esigenze spirituali. La dinamica psichica sana è data all’equilibrio fra queste spinte di segno opposto. Quando la cultura e le aspettative soggettive portano a reprimere eccessivamente una di queste “voci”, a vantaggio del suo corrispettivo inverso, la vita assume una connotazione unidirezionale. E scaturisce la nevrosi. Anche per la mente, infatti, vale il principio fisico del «nulla si crea e nulla si distrugge»: ciò che viene represso continua a vivere nell’inconscio, alterando il comportamento e compromettendo la serenità dell’individuo. Peraltro, a detta di Jung, ciò che neghiamo a noi stessi prende forma all’esterno; in altre parole: lo proiettiamo sugli altri. Siamo al punto: la maggior parte dei paesi islamici, che non ha vissuto compiutamente il processo di secolarizzazione della società e non ha accolto la liberazione sessuale nella sua pienezza, pone i suoi giovani in una condizione critica, sotto il profilo psicologico: da un lato, li mantiene avvinti a una “religione dei padri” che ostacola un approccio più aperto alla sessualità e ai lati più oscuri del carattere, dall’altro, non li mette al riparo da modelli occidentali che veicolano messaggi all’apparenza inconciliabili. Da qui un dissidio, che ha conseguenze particolarmente negative sulle psicologie più fragili: gli emarginati, chiunque si trovi in una fase di difficoltà, di sofferenza o di dubbio. Ad aggravare il processo è proprio quel meccanismo di proiezione che porta a riversare sul diverso, sull’altro da sé, quelle componenti della propria natura che vengono percepite come negative e intollerabili: «L’ombra», per dirla con le parole di Jung. C’è anche un ulteriore elemento, che non può essere ignorato: la funzione degli «archetipi». Questi ultimi sono la rappresentazione culturale -potremmo dire “mitica”- di quelle polarità di base di cui si parlava sopra. Un esempio: alla funzione psichica del coraggio corrisponde l’archetipo narrativo dell’eroe, del personaggio in grado di superare le difficoltà e convertire a suo vantaggio una realtà avversa. Ecco un altro aspetto: nei paesi in cui la dimensione sociale del vivere si sviluppa a scapito dell’individualità, il mito dell’eroe acquisisce un maggiore potere seduttivo. È il caso di numerosi stati a prevalenza islamica, in cui una ritualità collettiva ancora molto forte riduce i margini di espressione dei singoli. In quei contesti, la propaganda mirata di organizzazioni come l’ISIS, che concentra molta parte dei suoi contenuti sulla figura del martire, trova un terreno fertile. Il meccanismo si riproduce in quelle comunità islamiche europee che si sentono poste ai margini di quella dottrina del successo individuale che appare riservata ad altri. Sarebbero considerazioni dense di sconforto se la psicanalisi di Jung non prospettasse anche qualche soluzione. A livello clinico, le proposte dell’analista svizzero possono essere riassunte in due punti: la ricerca di un maggiore equilibrio fra le diverse sfumature dell’identità e l’inizio di un processo di individuazione, che consiste nell’identificare la propria vocazione autentica -che non coincide necessariamente con le aspettative e i modelli dell’ambiente in cui si vive-. Questo insegnamento cosa comporta? Detto in altro modo: come lo si può tradurre dallo schema della terapia individuale a quello delle riforme di sistema? In primo luogo, con programmi di integrazione più coraggiosi. Qualcuno storcerà il naso, ma è nell’interesse di tutti: solo una comune appartenenza, fondata su un nuovo patto di convivenza, può limitare il peso delle differenze, favorendo quelle possibilità di realizzazione che conducono a un’esistenza più ricca di sfumature, e dunque più fertile in termini di «individuazione junghiana». Lo stesso vale, naturalmente, per i rapporti con l’estero: più sono propizi allo scambio -di merci, persone e idee- meno avrà spazio quel meccanismo di proiezione dell’«ombra» che si nutre di distanze e malintesi. E se tutto questo può sembrare una forzatura, o peggio uno stratagemma per fornire una base scientifica a visioni utopistiche, bastino le parole di Jung: «Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia».

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.