Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Ritorno al partito?

Paolo Pombeni - 10.05.2017
Macron e Renzi

Terminata la suspence per la definizione della segreteria del PD ci si attende che la politica italiana si rimetta in cammino. I media si affannano a costruire retroscena, ma spesso, ci permettiamo di notarlo, trascurano di analizzare la scena, la quale è più trasparente di quel che si ritenga.

La prima cosa da notare è che la performance delle cosiddette primarie del PD non ha portato ancora all’apoteosi del leaderismo senza partito, quanto piuttosto alla riaffermazione del partito del leader. Non si creda che ci stiamo perdendo in un gioco di parole. Almeno a prestar fede a quanto viene annunciato ora il PD avrà una segreteria che settimanalmente si riunisce per valutare l’azione del governo chiamando i ministri interessati ad interagire con il vertice del partito. Si potrebbe cavarsela dicendo che si tratta solo di un escamotage con il quale Matteo Renzi vuol tornare a fare il premier ombra, visto che ha dovuto lasciare quel posto. Sostiene l’interpretazione il fatto che quando l’attuale segretario del PD era anche il premier a qualcosa di simile non aveva mai pensato.

C’è del vero in questa osservazione, ma resta il fatto che viene formalmente resuscitata una modalità di rapporto fra governo e partito di maggioranza relativa di cui si era persa traccia da decenni. Agli inizi della nostra vicenda repubblicana quando Giuseppe Dossetti reclamava che il governo, allora retto da Alcide De Gasperi, si sottoponesse alle analisi e alle decisioni del partito, si gridò allo scandalo e lo statista trentino prese la cosa come un affronto inaccettabile. In seguito il controllo del partito (o anche dei partiti) sul governo divenne prassi, ma di questo si perse progressivamente memoria. Le cose venivano fatte in maniera più o meno informale attraverso le correnti, ormai raramente affidate a decisioni formali dei vertici di partito.

Rilanciare quella prassi può anche dipendere da una necessità contingente di Renzi di tenere sotto controllo una situazione difficile nella prospettiva di scadenze elettorali non lontane (e magari, in caso di agguati parlamentari, anche più vicine). Resta però il fatto che se il meccanismo verrà esercitato a regime non sarà poi facile smantellarlo a piacimento. Una segreteria che effettivamente si eserciti in una dialettica costante col governo non potrà essere ridotta semplicemente ad una cassa di risonanza per la presenza pubblica del segretario: farà sviluppare delle personalità che si collocano fuori del governo in carica, ma che finiranno per ambire ad entrare in quello che gli succederà.

Al di là di questo, si può notare che Renzi ha maturato un interesse verso il partito come organizzazione, interesse che in passato non aveva avuto. E’ probabile che la constatazione che in fondo il suo ritorno al centro della scena è passato in buona parte attraverso il sostegno dei circoli alle primarie lo abbia fatto riflettere, così come il fatto che la diversità che il PD può vantare rispetto al panorama della politica italiana è proprio nell’essere rimasto l’unica e ultima formazione che mantiene un rapporto con l’organizzazione della partecipazione alla politica.

Non è una differenza da poco soprattutto nel momento in cui vuole spingere sulla distinzione con la “partecipazione virtuale” (cioè fittizia) che offre il Movimento Cinque Stelle, mentre gli altri partiti sono in posizione di grande debolezza in questo campo (non parliamo di FI, che su quel terreno non è mai esistita, ma della stessa Lega che ormai ha ridotte capacità di coinvolgimento della militanza nella gestione attiva della politica, a parte il fare la claque a Salvini).

Il problema delicato che si pone in questa impostazione, sempre ammesso che non sia contingente, è il rapporto che si andrà ad istaurare non in generale fra governo e partito di maggioranza, ma fra partito e membri del governo non provenienti da una filiera politica (i cosiddetti “tecnici”). Questo tipo di presenze è destinato ad aumentare sia pure moderatamente. Macron ha annunciato di puntare ad un nuovo governo estratto in buona parte dalla società civile e lo stesso Berlusconi afferma di voler tornare su questo terreno, ma intenzioni non dissimili si sentono in casa Cinque Stelle o in formazioni nuove come quella di Stefano Parisi. Difficile che il PD possa semplicemente ignorare questo trend che rispecchia le insofferenze della società verso il professionismo politico. In questo caso però avere a disposizione una istanza di partito come luogo di elaborazione di indirizzi politici potrà risultare più utile che non far conto sulla dialettica interna al Consiglio dei Ministri o su quella (infida) delle aule parlamentari.