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05 agosto 2017
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Risposte globali ai cambiamenti climatici. Dagli insuccessi del protocollo di Kyoto alla nuova strategia di Parigi

Elisa Magnani * - 28.11.2015
Protocollo di Kyoto

Grazie al protocollo di Kyoto il tema dei cambiamenti climatici ha assunto rilevanza globale, tanto da essere sempre più presente negli scambi economici e nelle relazioni politiche tra paesi, così come nelle strategie di cooperazione internazionale finalizzate allo sviluppo.

Come ha ricordato Ban Ki-Moon, quella dei cambiamenti climatici è la grande sfida della nostra epoca, e noi tutti dobbiamo impegnarci a giocare un ruolo, per quanto piccolo, in questa lotta, divenendo parti attive nelle strategie di mitigazione e adattamento nazionali e locali. Su questi temi si sta concentrando buona parte dell’attenzione mediatica in questa fine di 2015. Il 30 novembre, infatti, aprirà a Parigi la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, istituita nel 1992 durante la Conferenza di Rio de Janeiro su clima e ambiente - ed entrata in vigore due anni dopo – da cui nel 1997 è scaturito il Protocollo di Kyoto, il primo e più dibattuto accordo globale sul clima nella storia dell’umanità. Con stime allarmanti come quelle che prevedono un innalzamento delle temperature fino a 4 gradi centigradi entro il 2100, è chiaro che il tema riguarda tutti, dai paesi più industrializzati a quelli più poveri che, pur contribuendo in misura minore ai cambiamenti del clima globale, ne stanno comunque già sperimentando gli impatti ambientali ed economici.

Il Protocollo di Kyoto ha chiuso il suo corso senza avere raggiunto gli obiettivi prefissati, come molti critici avevano previsto, ma avendo scuramente svolto un ruolo importante nel promuovere una maggiore consapevolezza sui rischi climatici e sulla necessità di un impegno comune nell’attuazione di strategie di resilienza climatica che abbiano effetto a scala globale. Questo impegno si è già concretizzato nella fase preparatoria - iniziata con la Conferenza di Bali nel 2007 e proseguita con quella di Copenaghen nel 2009 e le successive - di un nuovo accordo internazionale sul clima, che probabilmente vedrà la luce nella conferenza di Parigi. La bozza dell’accordo è già argomento di grande risonanza mediatica, e con esso alcune innovazioni che consentiranno un migliore sostegno finanziario, una maggiore collaborazione tra le Parti e un più efficace controllo dei risultati ottenuti.

Anzitutto, dovrebbe ormai esserci accordo globale sulla necessità di contenere la crescita della temperatura mondiale al di sotto di 2 gradi centigradi e di stabilire una collaborazione finanziaria e tecnologica tra paesi i più industrializzati e quelli meno sviluppati. Quest’ultimo punto era stato definito già durante la Conferenza di Copenaghen, quando i paesi sviluppati si sono impegnati a investire 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere l’attuazione di politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici nei paesi meno sviluppati. Da un recentissimo rapporto dell’OCSE, tuttavia, emerge che nel 2014 la cifra raccolta è stata solo di 62 miliardi di dollari (pur se in crescita rispetto agli anni precedenti) e per quanto le istituzioni internazionali siano ottimiste sul fatto che la cifra stabilita sia raggiungibile a breve, il mancato soddisfacimento di questo obiettivo, concordato ormai 6 anni fa, mette in pericolo la riuscita di un accordo definitivo a Parigi, poiché il coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo, a cui, diversamente da Kyoto, vengono fissati obiettivi di riduzione, è connesso all’effettiva disponibilità dei paesi più sviluppati di aiutarli finanziariamente.

Una delle innovazioni introdotte dalla bozza di accordo risiede nel fatto che gli obiettivi di riduzione vengono definiti da ciascun paese aderente, grazie ad un sistema chiamato INDC (Intended Nationally Determined Contributions), un piano d’azione climatica nazionale nel quale viene indicata la quota di emissioni che lo Stato si impegna a ridurre e le azioni di resilienza climatica con cui realizzare l’obiettivo. I negoziati hanno introdotto anche la necessità di inserire nell’accordo dei meccanismi di monitoraggio e adattamento, non previsti nel Protocollo di Kyoto, che porteranno a una valutazione periodica degli obiettivi raggiunti da ogni paese rispetto al proprio INDC e all’attuazione di eventuali strategie di miglioramento nel caso di ritardo sulla tabella di marcia. Manca al momento un impegno maggiore nel sanzionare gli Stati che non adempiono agli obblighi sottoscritti, forse il migliore incentivo a una cooperazione globale.

Ad oggi, 166 paesi - che producono il 90% delle emissioni di gas serra globali - hanno presentato il loro INDC, quindi la generale atmosfera di ottimismo che sta caratterizzando l’attesa della conferenza di Parigi pare giustificata, ma le incognite già menzionate sull’effettiva ed efficace cooperazione economia e finanziaria tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo e sulla mancanza di un sistema di sanzioni per chi non adempirà agli obblighi sottoscritti, suggeriscono che un atteggiamento cautamente possibilista sia forse più appropriato, pur nella speranza che la cooperazione prevalga sulle divisioni e l’indifferenza.

 

 

 

 

* Professore associato di Geografia presso l’Università di Bologna