Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Ripartire dalle città. Perché le città modellano il territorio

Filippo Pistocchi * - 19.04.2016
Il progetto della città giardino, la città del domani (Howard)

La popolazione urbana mondiale ha ormai superato quella rurale e delle periferie.

In alcune regioni della Terra, come la “vecchia Europa” e l’America del Nord, il fenomeno urbano è pressoché stabile, mentre in altre, quelle ancora povere e/o che stanno affrontando un veloce e controverso processo di sviluppo, il tasso di urbanizzazione è in forte crescita, a dimostrazione che la città rappresenta ancora uno spazio geografico e un luogo esperienziale che riesce a dare risposte a bisogni e speranze. C’è di più: da alcuni studi si evince che almeno 1 miliardo delle persone “urbanizzate” in realtà occupa spazi informali, degradati e deprivati dei servizi e delle strutture adeguate alla sopravvivenza, che vengono chiamati slums, ossia le baraccopoli.

Questo dato implica che i pianificatori urbani e gli amministratori rendano più sostenibile la vita sia all’interno degli insediamenti sia negli interstizi urbani.

La storia delle città racconta di continui progetti compiuti per modificare e adeguare l’esistente (spazi pubblici, parchi urbani, boulevards); in altri casi, parla di piani per la costruzione di nuovi quartieri a ridosso della città, per ospitare cittadini in esubero o favorire un decentramento produttivo e sociale per rendere più equilibrato e meno congestionato l’uso del suolo urbano; oppure, di nuove città, costruite per svolgere funzioni economiche nuove e diverse rispetto a quelle delle città preesistenti (new towns – garden cities). Negli ultimi due casi, i nuovi city users erano locali, oppure emigrati, i primi alla ricerca di una migliore qualità di vita in un ambiente più salubre; i secondi, invece, alla ricerca di nuove opportunità lavorative.

Alla base dell’ingrandimento di una città, dunque, sta anche l’esperienza migratoria. Per comprendere gli effetti di relazionalità biunivoca fra migrazione e urbanizzazione, è necessario rintracciare i fattori di spinta alla coesione o quelli di fuga, riconoscendo le condizioni e le necessità economiche, politiche e istituzionali del gruppo umano che vi abita e di quello che vi va ad abitare, nonché le epifanie socio-culturali che ne determinano l’immagine, vale a dire quei caratteri che le conferiscono il “senso-del-luogo”. La città non è un mero meccanismo fisico, né solo una bella costruzione artificiale: essa è un prodotto della natura, soprattutto umana.

Nel corso del tempo, gli insediamenti hanno registrato continui sviluppi e adattamenti e hanno esercitato sul territorio e sulle comunità umane forti processi di condizionamento; hanno portato con sé, in altre parole, cambiamenti che hanno coinvolto la morfologia e il paesaggio urbani e la vita dei cittadini. Le due rivoluzioni industriali hanno segnato la fine della ruralità e l’inizio, veloce e complesso, del fenomeno urbano moderno e contemporaneo. Esso ha imposto urgenti interventi da parte delle amministrazioni, che hanno provato a rispondere alle esigenze di decoro, salubrità, mobilità e integrazione all’interno e attraverso il tessuto urbano con alcuni grandi interventi, quali la creazione di parchi urbani e boulevards fruiti da una borghesia in progressiva crescita e da una nuova classe operaia, fatta di elementi di diversa provenienza geografica. Realizzare parchi pubblici in città rappresentò un cantiere della modernità, poiché venivano coinvolti diversi campi del sapere tecnico-scientifico. Opere come Hyde Park di Londra o Central Park di New York potrebbero essere definite un vero e proprio teatro del mondo, che aprirono la strada alle esperienze dei giardini d’inverno collettivi, nei quali la natura si fondeva con la nuova architettura fatta di ferro e vetro.

Fuori, negli spazi inurbani, vennero invece pensate nuove città, le città giardino progettate da Howard (fig. 1), per ospitare i nuovi operai  delle fabbriche, delle industrie e delle miniere locali e per i quali si voleva un ambiente sano, verde, sostenibile. Questi insediamenti rispondevano a un modello urbano ben preciso, funzional-strutturalista, che doveva peraltro essere replicabile e riproducibile, ma mancavano dell’identità del luogo: nascevano dal nulla, senza l’esperienza storica di sedimentazione e intreccio di processi antropici, politici ed economici.

Oggi si parla di smart cities, cioè di città intelligenti e sensibili ai processi sociali e ambientali, realizzate attraverso il ricorso a forme di alimentazione energetica verde, un’architettura sostenibile e un ordito infrastrutturale che non generi congestione e frammentazione sociale.

Qualunque sia il modello cui ispirarsi, sarà necessario pensare che le città trasformano i territori, modellano le relazioni sociali e modificano le identità personali. Solo in questo modo, si eviteranno forme di straniamento, singolo o collettivo, o forme di degrado ambientale e inquinamento, fenomeni cui assistiamo, invece, quotidianamente.

 

 

 

 

* Filippo Pistocchi insegna Geografia politica ed economica alla Scuola di Lingue dell’Università di Bologna.