Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Riflessioni sul "mercato elettorale"

Luca Tentoni - 29.07.2017
Partiti politici

Anche i più recenti sondaggi certificano l'esistenza di tre grandi "aree" politiche, ciascuna con una consistenza variabile fra poco più d'un quarto e poco meno d'un terzo dell'elettorato italiano (Pd e soggetti alla sua sinistra; FI, Lega, FdI; M5S). O meglio, del 75% (nel 2013, ma se si votasse oggi quella percentuale potrebbe essere inferiore alle scorse politiche, sia pure non di molto) che va alle urne. In sintesi, nel 2013 avemmo (sul territorio nazionale, escludendo dunque la circoscrizione estero) 47 milioni di elettori: 11,717 non votarono (a costoro andrebbero aggiunti coloro i quali - 1,269 milioni - decisero di lasciare bianca la scheda o di annullarla); 8,7 milioni scelsero il M5S, 9,9 il centrodestra (Pdl, Lega, FdI, Destra), 10 il centrosinistra (Pd, Sel, Svp), 3,6 il centro (Scelta civica, Udc, Fli). Con un'affluenza al 70-72%, poniamo, oggi avremmo più o meno questa situazione: 13 milioni di astenuti e 33 milioni di voti validi ripartiti all'incirca in porzioni di 9-10 milioni per ciascuno dei blocchi principali (che, nel caso di centrosinistra e centrodestra, sono poco più che virtuali, perchè caratterizzati da una notevole eterogeneità). In altre parole, sia pure attraverso un notevole "rimescolamento delle carte" (soprattutto, da un lato, per quanto riguarda i voti centristi e, dall'altro, all'interno dei due poli più "antichi") potremmo avere risultati complessivi, in termini di voti validi per blocchi, non troppo dissimili dal 2013, anche se - lo ribadiamo - in presenza di un mutamento elettorale che ad oggi si può stimare almeno al 18% rispetto alle scorse politiche. La conseguenza più che probabile sarebbe una riproposizione - per aree, è bene ribadirlo - del tutto simile a quella di quattro anni fa. Eppure, molto è cambiato. La crisi economica e sociale ha aggravato il distacco fra elettori e classe politica. Quest'ultima sembra andare all'inseguimento dell'opinione pubblica assecondandone gli umori così come sembrano delinearsi attraverso i sondaggi, dando l'impressione (per usare un eufemismo) di articolare la propria offerta politica più sulla domanda vera o presunta dell'attimo (e dell'elettore) fuggente che su visioni di medio-lungo periodo, come molti analisti e commentatori (fra i quali Alberto Mingardi sulla "Stampa" del 24 luglio) rilevano sempre più spesso. Com'è ormai assodato, gli elettori della "Seconda Repubblica" sono molto meno fedeli di quelli della Prima, tuttavia ci sono stati passaggi - in particolare fra il 1994 e il 1996 e fra il 2001 e il 2008 - nei quali il mutamento di voto è stato più vicino ai valori maggiori fra quelli degli anni '70-'80 che a quelli (elevatissimi) dei periodi di transizione (1994, 2013). Abbiamo assistito, con lo stesso sistema elettorale (il Porcellum) a tre scenari molto diversi fra loro: due coalizioni larghissime (eterogenee e ricche di "partitini") capaci di ottenere insieme il 99% dei voti (2006); due alleanze "minime" (2008: Pdl-Lega, Pd-Idv) che però hanno fatto arrivare l'indice di bipartitismo al 70,5% (un valore mai raggiunto se non nel 1976 - Dc-Pci, 73,2% - e nel 1948 - Dc-F.Pop., 79,6%); uno scenario frammentato con "tre poli e mezzo" (centrosinistra; centrodestra; M5S; centristi) e un indice di frammentazione elettorale pari a 0,878 (mai tanto alto, superiore persino allo 0,867 del 1994 e ai valori del periodo 1992-'96). In più, in costanza di sistema elettorale, si è passati dai 7,74 milioni di astenuti del 2006 ai 9,19 del 2008, fino agli 11,717 del 2013. In sintesi, è stato l'elettorato a muoversi di volta di volta, non solo per l'offerta elettorale ma anche in base a situazioni sociali ed economiche che l'hanno orientato. Ciò nonostante, la "fedeltà leggera" non si è mai concretizzata in un possente travaso diretto di voti fra i due "vecchi" poli; semmai ci sono state spinte centrifughe verso l'astensione, i Cinquestelle, i centristi di Monti. E c'è stato un robusto interscambio fra partiti vicini (nel 2013, Pdl e Lega avevano il 25,7% dei voti - 21,6% Pdl, 4,1% Lega - mentre oggi sono accreditati di circa il 28% - 13 FI, 15 Lega). Questo dimostra che gli elettori sono propensi alla "libera uscita", disposti a seguire volentieri i partiti che ne assecondano gli umori (veri o presunti che siano), ma che posseggono una memoria storica (o un istinto politico, lo si chiami come si vuole) da non sottovalutare. In altre parole, un ex votante di centrodestra può aver scelto l'astensione o Monti o i Cinquestelle, ma sa che - per veder soddisfatte le proprie istanze - gli sarà sempre più facile confermare il voto dell'ultima volta o confluire in uno dei "gruppi misti" oggi disponibili (il M5S e l'astensione) che scegliere un partito di quello che fino al 2008-2012 era "il polo avverso". Così, non ci si può stupire se i sondaggi accreditano un possibile (3-4 punti: non un dato eccezionale, invero, se si guarda ai valori del 2008) recupero del centrodestra rispetto al 2013, un progresso (fra l’1 e il 3%, secondo i sondaggi) del M5S in confronto al 25,7% di allora e una sostanziale tenuta del "centrosinistra largo" (il 32% ottenuto dalla coalizione di Bersani, da Rivoluzione Civile e dalla galassia di sinistra è uguale al 32% attribuito da EMG, il 24 luglio, a Pd, Mdp e Sinistra Italiana). In altre parole, il gran movimentismo di leader e partiti serve a spostare voti ma non a cambiare lo scenario di fondo; muta, semmai, rapporti di forza relativi fra partiti vicini, alleati o alleabili, ma non di più. Solo il possibile risultato record della Lega (il Carroccio è stimato intorno al 14-15%) si tradurrebbe in un incremento di voti assoluti che porterebbe il partito di Salvini a quota 5 milioni di consensi, cioè circa 1,3-1,7 milioni oltre i migliori risultati ottenuti da Bossi (1992, 1994, 1996), il tutto ovviamente a detrimento di Forza Italia, che parte dal minimo storico (7,3 milioni come Pdl) del 2013 ma oggi sembra poterne mantenere al massimo 4 o 5 milioni. Lo stesso M5S, con un'affluenza al 70%, dovrebbe avere il 27,5% dei voti validi per pareggiare, in valore assoluto, gli 8,7 delle scorse politiche (quindi, di fatto, se raggiungesse il 30% guadagnerebbe solo 700mila voti sul 2013). La sensazione che si ha è di un quadro nel quale la "fedeltà leggera" ha pur sempre dei limiti: l'elettore non è disposto a tutto, non è ideologicamente e storicamente (per le sue scelte pregresse) "tabula rasa". Così, l'attivismo dei partiti si spiega con la necessità di rimobilitare o mobilitare un elettorato già proprio (o "di area", come nel caso di Salvini) che in questa fase sembra attratto, dopo anni di delusioni, dalla confluenza nel "Misto" (soprattutto nell'astensione: una crescita del non voto pari al 3% corrisponde a 1,4 milioni di unità; se del 5%, a 2,3 milioni). Il "Misto", però, è spesso un luogo di transito: per questo, i leader studiano cosa piace e soprattutto cosa non piace ai milioni di elettori che compongono questo eterogeneo raggruppamento per conquistarne qualche fetta. Il problema, però, è che accentuando i toni per aggregare consensi si rischia di perdere settori del proprio elettorato fedele: se un partito si "muove troppo", infatti, finisce per trovarsi nella scomoda situazione di chi non sa se conquisterà nuovi consensi ma nel contempo mette alla prova gli elettori fedeli più distanti dalla via che si sta intraprendendo. Se si non si ha una connotazione tradizionale (non la possiede il M5S, votato da ex di centrosinistra e centrodestra) lo spostamento può funzionare, ma per non essere esente da rischi deve riguardare solo singole "issues" (l'immigrazione, per esempio). Diverso è invece il discorso di chi ha identità precise (il Pd, Forza Italia) e ancora differente è quello di chi (la Lega) non ha bisogno di "muoversi", ma solo di accentuare il proprio profilo (attenuando la componente "no euro" per catturare meglio ex forzisti) sapendo che (come ai tempi del federalismo) certe posizioni "vanno di moda". La necessità di rimobilitare e mobilitare con un'attività politica molto visibile ha però una controindicazione, in un momento nel quale la fiducia nei partiti è minima: quella di provocare una saturazione di messaggi e di stimoli che può alimentare il non voto e il rifiuto "tout court" del sistema.