Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Progresso e sviluppo: i problemi della medicina

Francesco Domenico Capizzi * - 29.05.2014
Stetoscopio

La parola progresso è sparita dal vocabolario, in disuso nella politica e nelle organizzazioni e aggregazioni sociali. E’ assorbita da sviluppo, come se l’un termine equivalesse all’altro in una confusione fra progresso sociale e crescita industriale e tecnologica. Non che i due concetti debbano contrapporsi, anzi ambedue possono appartenere al medesimo circolo virtuoso. Questa constatazione vale anche per la Medicina, attiva sull’evento patologico ma  indifferente di fronte alle connessioni fra fattori patogeni e condizioni di vita subordinate all’espansione economico-produttiva al punto da ergersi centrale rispetto ad un diritto fondamentale: la tutela della salute, ormai affidata a tecnologie che generano tecnologie, a macchine che producono macchine, fino all’occultamento dei legami fra malattia, cultura ed organizzazione sociale. Disconoscere questi legami equivale a scindere le connessioni fra triangolo-dimensione spaziale e metodo pitagorico riducendo la Medicina a puro atto tecnico ed esonerarla dalla sua missione, come il veicolo e la  cavalcatura esonerano dal camminare e ne superano essenzialmente le capacità. Questa via, che ha radici ben piantate nel positivismo, riduce il medico a terminale di apparati dirigistico-tecnocratici e il diritto alla salute all’utilizzo di elevati livelli qualitativi e quantitativi di farmaci e servizi, complessità tecnologiche e gestionali che configurano un involontario suggerimento: la salute si raggiunge con modifiche da apportare al corpo, da riordinare e rendere immune con tecnologie e terapie complesse. La malattia diventa evento fatale e ineluttabile come la forza di gravità, l’ospedale assume le sembianze di  Cape Canaveral.

 

            “La chirurgia è come un’azione armata che conquista con la forza ciò che una società civilizzata potrebbe ottenere mediante una strategia”, considerazione di Hunter, grande chirurgo inglese di metà ‘700, noto in tutte le sale operatorie del pianeta, che oggi si rende più che mai attuale per le molte battaglie perse. I dati ISTAT e dei Registri dei tumori solidi indicano una stagnazione dei risultati fra il 1970 e il 2010 (circa il 50% di sopravvivenza dei malati operati e sottoposti a varie terapie) in barba a chirurgia, chemioterapia, TAC, PET, ecc. I bevitori a rischio di cirrosi e pancreatite oscillano fra  il 22% e il 19% della popolazione e con una mortalità annua di 30.000 persone per abuso di alcool, di cui 4.000 sotto i 20 anni (Indagine PASSI 2010). Cosa facciamo? Incrementiamo i Centri dei trapianti?

 

            Se è vero che le malattie sono evitabili in misura dell’80% (OMS 2010), si potrebbe perfino adottare una differente classificazione di molte malattie o di persone  candidate ad ammalarsi: fumatori-non fumatori, bevitori-non bevitori, ricchi-poveri, europei-africani, ecc.. Ne deriverebbe che qualità e durata di vita sono migliorabili mediante condizioni e stili di vita adeguati, sebbene siano indiscutibili i meriti che la Medicina ha acquisito nel travagliato processo di contrasto verso molte affezioni. E’ opinabile, al contrario, ritenere che esistano nessi inscindibili fra Medicina ed attenuazione od estinzione delle grandi malattie: la loro eradicazione va ricercata nei risanamenti ambientali e nelle migliorate condizioni di vita e di lavoro, a scelte politiche piuttosto che ad azioni mediche, a volte improntate ad  eroismo ma impotenti. Infatti, la mortalità da colera, tifo, tubercolosi,  morbillo,  scarlattina, difterite è regredita prima che venissero identificati gli agenti patogeni e resi disponibili i farmaci capaci di contrastarli. La progressiva scomparsa della tubercolosi, ad esempio, è da attribuirsi per il 92% al miglioramento delle condizioni di vita e solo all’8% agli antibiotici. La crescita delle popolazioni è stata condizionata in modo decisivo dal miglioramento della nutrizione e delle condizioni igienico-ambientali, prime fra tutte l’acqua potabile, la salubrità delle abitazioni, il corretto smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi. “Bisogna ammettere che le leggi di salute pubblica hanno fatto più che non i progressi della Medicina scientifica” (G.Watt, The inverse care law today, Lancet,2002,360,252). Dopo questa affermazione il Direttore della famosa Rivista fu fatto dimettere dal suo ufficio.

   

 

* già Direttore della Chirurgia generale dell’Ospedale Maggiore di Bologna e docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna