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05 agosto 2017
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Perseguitati per la fede. Un dramma senza esclusive

Claudio Ferlan - 07.01.2016
HRWF

La libertà religiosa è garantita in ambito internazionale dall’articolo diciotto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed è assicurata in molte leggi fondamentali: bastino qui gli esempi del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America o l’articolo diciannove della Costituzione italiana. Ciononostante, a una percentuale molto alta di donne e uomini non è consentito vivere e professare apertamente il proprio credo. Lo affermava il Pew Research Center nel bilancio presentato il 28 febbraio scorso, dove si suonava anche l’allarme per una situazione in sensibile peggioramento. Previsioni fosche che i primi resoconti del nuovo anno confermano a pieno.

Tutti abbiamo ben presenti movimenti terroristici come Boko Haram o Isis, abbiamo notizia delle violenze religiose in Kenya o in Somalia, ma in molti casi l’intolleranza è tutt’altro che fuori dalla legge. Guardiamo alla lista pubblicata dalla Organizzazione Non Governativa Human Rights Without Frontiers (HRWF), che segnala venti Paesi nelle cui carceri vi sono persone detenute per motivi religiosi: i cosiddetti FoRB (Freedom of Religion or Belief & Blasphemy Prisoners). L’elenco è lungo ma non esaustivo: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bhutan, Cina, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Eritrea, Indonesia, Iran, Kazakistan, Laos, Pakistan, Russia, Singapore, Sudan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam. Non esaustivo perché non tutte le persecuzioni religiose si identificano con la carcerazione e perché non tutti i Paesi consentono di accedere alle informazioni sul tema. L’esempio più eclatante è quello della Corea del Nord, presente nella Black List solo perché si è avuta notizia della prigionia di quattro cristiani, tutti stranieri: tre sudcoreani e un canadese. L’accusa è comune: spionaggio e per Hyeon Soo Lim e Kim Jeong-Wook è arrivata anche una durissima sentenza di condanna; ergastolo per il primo, lavori forzati a vita per il secondo. Secondo le informazioni raccolte da una Commissione di Inchiesta sulle violazioni dei diritti umani in Corea del Nord, sarebbero davvero molte le persone condannate – anche alla pena capitale – per aver praticato un culto religioso. Non solo cristiani, dunque. La persecuzione è multiconfessionale, non risparmia nessuno. Centinaia di aderenti alla pratica spirituale del Falun Gong sono stati imprigionati in Cina, assieme a musulmani uiguri, cattolici romani, protestanti e buddisti tibetani. Sono più di seicento i testimoni di Geova incarcerati tra Corea del Sud ed Eritrea per aver rifiutato di prestare il servizio militare. In Iran le vittime principali sono i seguaci del Bahá’í, quelli dello zoroastrismo e del sufismo. In Egitto e Arabia Saudita sono gli atei a finire dietro le sbarre. In Russia, accanto a musulmani sospetti di terrorismo si trovano in cattività due devoti Hare Krishna e un battista, accusati di quella che in Italia rubricheremmo come “manifestazione non autorizzata”.

Con pessimismo si attende poi la World Watch List, un elenco che sarà diffuso su scala globale il 13 gennaio prossimo, compilato dall’organizzazione Open Doors/Porte Aperte che opera al servizio dei cristiani perseguitati. Si tratta, in questo caso, della classifica dei cinquanta paesi nei quali l’oppressione dei cristiani è più grave. Da anni il poco lusinghiero primato spetta alla Corea del Nord. Nel 2014 è stato denunciato un notevole peggioramento della situazione e non sembra che ci si possano aspettare dei miglioramenti, anzi.

Le raccolte di informazioni nella quale si impegnano da più di vent’anni organizzazioni come Open Doors e HRWF hanno un obiettivo politico. Il direttore di HRWF Willy Faurtre lo ha dichiarato esplicitamente: si vuole costringere l’ONU e i suoi Stati membri a prendere in mano la lista e a muoversi per garantire la libertà a chi vi è incluso. L’informazione dovrebbe servire all’azione. Vi sono esempi, purtroppo non numerosi, in cui la sensibilizzazione delle coscienze e le conseguenti iniziative popolari hanno salvato delle vite.

Sarebbe ingannevole credere che tali questioni siano estranee all’Italia. Anche nella Penisola serpeggia l’intolleranza, senza neppure celarsi troppo. Guarda con timore alla pluralità religiosa, rifiuta il riconoscimento di luoghi di culto per religioni diverse da quelle più familiari alla nostra cultura, trova albergo anche all’interno della Chiesa cattolica, alimentando la divisione e l’astio persino tra chi professa la medesima fede. Il mancato rispetto della libertà religiosa, infatti, non si limita alla violenza o al restringimento della libertà personale. Molestie, intimidazioni, emarginazione culturale e sociale sono aspetti ulteriori della persecuzione religiosa. Le liste ci parlano di tutto il nostro mondo, non solo di una sua parte.