Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Partiti di lotta e di governo?

Paolo Pombeni - 29.03.2017
Enrico Berlinguer

Lo stereotipo del partito di lotta e di governo viene fatto risalire agli anni Settanta e alla leadership di Berlinguer che voleva avvicinare quantomeno il PCI all’area governativa senza che questo mettesse in crisi la sua immagine di formazione in lotta contro il “sistema”. In verità si tratta di quello che una volta si chiamava “doppiezza” comunista: ai tempi della fondazione del sistema repubblicano e dei governi di larga coalizione, quando Togliatti voleva l’accordo con la DC senza rinunciare al controllo delle proteste di piazza. Si potrebbe risalire ancora più indietro, per esempio alla partecipazione del partito comunista francese ai governi del Fronte Popolare nel 1936, perché sempre si presenta a sinistra il tema di come far convivere la spinta a qualche radicalismo rivoluzionario con la necessità di praticare qualche forma di gradualismo una volta che si entri nella famosa stanza dei bottoni.

Anche qui, per essere realisti, bisogna aggiungere che il tema non va circoscritto ai partiti di sinistra. A suo modo il problema ce l’aveva anche la DC, che dovette più di un volta far convivere le richieste del massimalismo clericale (che portava voti) con l’esigenza di mostrare responsabilità nella gestione dei problemi concreti del paese (ciò che la legittimava rispetto alle classi dirigenti del paese).

Si potrebbe aggiungere che la questione è stata endemica nel nostro paese in presenza di governi di coalizione: fosse una coalizione di centrodestra o una di centrosinistra c’era sempre una dialettica fra quel che si riteneva si potesse fare nelle stanze del Consiglio dei Ministri e quel che si riteneva doveroso richiamare imperiosamente nelle stanze delle direzioni di partito. Gli esempi si sprecano anche se hanno dato luogo necessariamente a tensioni ingovernabili solo nei momenti più aspri. Per il resto tutto veniva considerato come un normale gioco delle parti.

Il tema sta però tornando prepotentemente in campo nel momento in cui oggi siamo alla quasi-vigilia di un complicato confronto elettorale. Si era pensato per un certo periodo che la novità della coincidenza della carica di segretario del partito di maggioranza relativa con quella di Presidente del Consiglio avesse se non messo in soffitta quantomeno depotenziato di molto l’antica tensione fra i due ruoli. Oppure, più realisticamente, che l’avesse fatta convivere nella stessa persona come a volte era parso accadere con Renzi, una specie di dr. Jekill e mr. Hyde, che faceva al tempo stesso il populista che batteva i pugni sul metaforico tavolo europeo e garantiva una gestione il più possibile equilibrata nel governo delle tensioni fra i gruppi dirigenti del paese.

Oggi però la situazione appare assai più ambigua. Liberatosi, sia pure per cause di forza maggiore, del doppio incarico, Renzi torna a cavalcare l’immagine di chi propone un partito di lotta lasciando il povero Gentiloni a gestire un governo che non è più chiaro sino a che punto possa considerare di avere le spalle coperte dal suo partito. La fibrillazione è percepibile e diventa ogni giorno più evidente per il marasma della competizione congressuale nel PD, dove l’esigenza di sfruttare tutte le possibili occasioni di mobilitazione dell’opinione pubblica fanno premio su qualsiasi desiderio di legittimarsi come i gestori responsabili di una difficile contingenza.

La vicenda dell’abolizione dell’istituto dei voucher per evitare il confronto con le pulsioni sfasciste della CGIL, che per la gestione del referendum abrogativo avrebbero avuto il supporto di tutti i populismi di varia natura, è emblematica di questo stato di cose. Il governo in questo caso ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

E’ tuttavia evidente che Gentiloni e i suoi ministri lavorano con impegno a tenere vivo il versante “di governo” del PD raccogliendo consensi nei gruppi dirigenti del paese. Quanto ciò sia in sintonia completa con la posizione politica di Renzi è da vedere, non tanto per una brama di sostituirlo da parte dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi, quanto per la prospettiva probabile che se si vuole mantenere la nuova “doppiezza” del PD si apriranno due conflitti difficili da gestire: il primo riguarda la campagna elettorale, il secondo la scelta fra tornare ad unificare i ruoli di segretario e di premier o continuare a tenerli distinti come è stato nell’ultima fase.

Se il PD sia pure per ragioni di convenienza elettorale spingerà molto sul versante del “partito di lotta” (il che implica una resa al tasso di populismo divenuto endemico) perderà consenso nei ceti dirigenti responsabili e li spingerà a ricercare in formazioni centriste un elemento calmieratore in vista di future coalizioni governative. Se tornerà alla prospettiva di un unico leader al vertice del partito e al vertice del governo si troverà di nuovo a giocare alla convivenza fra Jackill e Hyde, il che non ha portato bene nell’ultima fase dell’esperimento, mentre se accettasse la tradizionale distinzione fra i due ruoli dovrebbe per forza di cose anche ripensare il modo di essere del partito aprendo una fase di rifondazione non facile da governare.

Come si vede nessuna di queste prospettive è fausta, sicché sarebbe bene che si cominciasse a lavorare per evitare di cadere nelle sabbie mobili di quelle paludi.