Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Non ci sono più i golpe di una volta…

Come i media italiani non hanno saputo raccontare il tentativo di colpo di stato in Turchia

Marco Mondini - 20.07.2016
Woody Allen - Bananas

Il dittatore dello stato libero di Bananas

 

In una delle sequenze più geniali di Bananas (1971), Woody Allen mette in scena un reparto di mercenari assoldati dalla CIA in volo per partecipare all’ennesimo golpe nello staterello immaginario di Bananas. Alla domanda di un soldato «si combatte per o contro il governo?», qualcuno prontamente replica «l’Agenzia non vuole correre rischi questa volta. Metà di noi sono per e metà di noi contro il governo». Che tra la commedia di Allen e il tentativo (presunto tentativo? falso tentativo?) di colpo di stato militare in Turchia fallito nella notte tra venerdì e sabato scorsi ci siano delle assonanze grottesche, è un’evidenza. Che il disorientamento e la confusione abbiano dominato anche nel racconto degli eventi da parte dei media italiani, è un’altra. Chi ha assistito alla lunga diretta che le emittenti all news in chiaro (RaiNews24, Sky News) e La7 hanno dedicato al racconto di ciò che stava succedendo a Istanbul e Ankara, ha raramente avuto la possibilità di comprendere ciò che stava succedendo, quali erano gli attori del gioco e soprattutto quali potessero essere gli scenari probabili. Solo una parte di questo pasticciaccio brutto della mancata informazione italiana può essere addebitato alla obiettiva confusione e mancanza di informazioni attendibili che ha caratterizzato le ore centrali del golpe, tra la sera del 15 e l’alba del 16 luglio.

 

Analisti senza qualità?

 

Naturalmente, l’improvvisazione ha regnato a lungo sotto il cielo di ogni emittente televisiva, quotidiano e magazine specializzato del globo. Le breaking news della CNN, una delle fonti a cui ci si abbevera in questi casi, hanno restituito solo con molta lentezza un quadro abbastanza coerente degli eventi in corso: all’una di notte (ora di Roma), anche i commentatori statunitensi si stavano baloccando con le illazioni sulla fuga di Erdogan e sul suo pellegrinaggio aereo nei cieli di Europa. Le Monde, che come d’abitudine ha dedicato un blog live sul suo sito per seguire l’evolversi della situazione, si è prudentemente astenuto dal definire ciò che stava succedendo nella due grandi città turche (perché questo si è visto: del resto del paese, nessuno ha saputo pressoché nulla) qualcosa di più di un «tentativo di colpo di stato», condito da molti condizionali. Eppure, la differenza tra l’atteggiamento dei media europei e statunitensi e le impacciate dirette italiane è stata subito palese. La CNN si è assicurata il commento di Wesley Clark (già comandante in capo delle forze congiunte NATO e responsabile delle operazioni in Kosovo) e di Bob Baer (ex funzionario CIA con una certa esperienza di deposizioni cruente di governi). Dopo poche ore dall’inizio del putsch, mentre i carri armati sparavano intorno al Parlamento e bloccavano i ponti sul Bosforo e nulla si sapeva di Erdogan, Clark sottolineava già il dilettantismo della dottrina operativa dei presunti golpisti, che non avevano ancora emesso una comunicazione credibile, non avevano presentato un leader, avevano interrotto solo artigianalmente le comunicazioni e, a differenza dei precedenti golpe riusciti (attività per cui le Forze armate turche vantavano una buona esperienza), erano costretti a fare uso delle armi contro reparti delle forze di sicurezza o addirittura contro la popolazione. «Non sono dei professionisti», come ha commentato, con cinico ma efficace pragmatismo, Bob Baer.  

Nell’affannoso racconto televisivo italiano le voci competenti sono state poche. Gastone Breccia ha offerto, sugli schermi di Sky News, una delle rare analisi pacate e attendibili: non solo perché ha sfruttato la sua conoscenza diretta sul campo dello stato di guerra semipermanente nella Turchia meridionale, ma anche (e forse soprattutto) perché ha risposto alle questioni poste con l’acribia dello studioso. Al contrario di alcuni giornalisti-commentatori, che all’una di notte davano ormai per scontata la vittoria del golpe, e con una certa irritante sicumera rifiutavano di ammettere ogni contraddittorio.

 

I colpi di stato si fanno con i militari non contro i militari

 

Ma soprattutto, ciò che ha reso più problematico il lavoro dei cronisti italiani è stata la loro totale impreparazione a parlare di militari, armi ed eserciti. Come al solito, verrebbe da aggiungere. Una competenza minima sulla composizione delle Forze Armate turche (o almeno la capacità di sintetizzare le fonti disponibili online) sarebbe stata utile. Eppure, secondo una cattiva ma inveterata abitudine delle televisioni nazionali, nessuno ha pensato di spiegare agli spettatori di quale esercito stavamo parlando, quali erano i potenziali attori del gioco di potere in corso, e come le Forze Armate avrebbero potuto dividersi o meno al loro interno, come poi si è verificato. Nulla di tutto questo. Eppure, proprio la conoscenza delle fratture all’interno della società militare turca sarebbe stata la chiave per comprendere gli eventi. Perché, se è vero che una strategia mediatica inesistente è stata alla base del fallimento, è altrettanto chiaro oggi che il golpe avrebbe potuto avere successo se alcuni leader particolarmente influenti si fossero schierati contro Erdogan. La Prima Armata dell’esercito, di cui fa parte l’importantissimo 3° corpo d’armata corazzato (la forza di intervento rapido NATO all’interno delle Forze Armate turche) si è astenuta dall’appoggiare l’assalto ad Erdogan, o quantomeno non l’ha fatto il suo potente comandante, Ümit Dundar, che non casualmente è stato poi nominato ad interim Capo di Stato Maggiore. Ci sono pochi dubbi che la selvaggia epurazione in corso all’interno delle caserme lo proietterà tra breve alla testa di ciò che resta dell’esercito. Lo stesso si può dire della Marina, che pure non è così importante politicamente, e che fin dalle prime ore della notte si era schierata a favore del governo. Nulla di tutto ciò è stato portato all’attenzione degli spettatori. L’unica nozione di politica militare turca che è stata messa in circolazione (e ripetuta alla nausea) ha riguardato la (dubbia) convinzione sul ruolo strategico dell’esercito turco. Che i militari di Ankara stiano giocando una partita ambigua ma importante nello scacchiere siriano, non ci sono dubbi. Che facciano parte del «secondo esercito della NATO» forte addirittura di «un milione di uomini», è ridicolo. Prima di tutto, l’esercito terrestre turco è un insieme disomogeneo di poco più di 400mila uomini, tra cui 325mila coscritti: una forza inaffidabile e difficilmente impiegabile nelle guerre ad alta tecnologia del XXI secolo. Il suo equipaggiamento è buono secondo gli standard NATO, ma limitato ad alcuni reparti di élite (per capirsi, quasi 200 carri armati da battaglia turchi sono Leopard 1 rimodernati, gingilli usciti dalla linea di battaglia occidentale da un quarto di secolo) e le Forze Armate sono in fase di tumultuosa trasformazione verso una forza più piccola e professionale, un cammino compiuto con soddisfazione dagli altri eserciti europei oltre quindici anni fa. Non è un caso se il  GFP (Global Firepower) internazionale pone il potenziale militare della Turchia tra l’ottavo e il decimo posto (a seconda degli anni), più o meno alla pari con quello tedesco e italiano. Dettagli? Non tanto. Se si vuole parlare di ciò che fanno o vogliono i militari, bisognerebbe imparare a conoscerli.

 

 

 

 

* (Docente di Military European History all’Università di Padova)