Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Napoleone e il bipartitismo imperfetto

Paolo Pombeni - 03.05.2017
Napoleone-Renzi

Più di un commentatore politico non vuole arrendersi all’idea che Renzi abbia le caratteristiche di un leader: grande o piccolo, destinato ad un lungo successo o legato a contingenze fortunate può essere materia di discussione, ma per capirlo oggi bisogna partire da quella caratteristica. Sinora la sua storia, esagerando un po’, rimane nell’idealtipo napoleonico, quello, per riprendere il famoso verso manzoniano, del “tre volte nella polvere, tre volte sugli altar”.

Di conseguenza Renzi ha bisogno di prendere ogni sconfitta come l’occasione per aprire una nuova fase che gli consenta di riaffermare quella che sente come la sua “missione” (o, se si preferisce un termine meno altisonante, come la sua peculiarità). Nella fase attuale aveva bisogno di mostrare a critici ed avversari che la sua visione di un PD diverso, capace di ambire alla guida reale della “svolta” italiana, aveva il necessario sostegno di militanti e simpatizzanti.

Con il suo notevole successo nelle elezioni per la segreteria del partito ha raggiunto il risultato. Cercare di ridimensionarlo ricordando i 3,7 milioni di voti raccolti a suo tempo da Prodi o i 2,8 che ebbero Bersani e lui nelle ultime “primarie” è solo un gioco retorico: erano non solo altri tempi, ma soprattutto non si tiene conto che tanta gente si è convinta che alla fine il sostegno che un candidato ottiene dai gazebo viene tenuto in ben scarsa considerazione. Prodi aveva sfiorato i 4 milioni di consensi ma venne fatto fuori come fosse un esponente politico qualunque. Perciò va ritenuto quasi un miracolo che nonostante questo 1,8 milioni di persone siano ancora interessate a questa forma di partecipazione.

Adesso dunque Renzi torna saldamente in sella, almeno del suo partito, perché nel suo caso oltre al voto personale per lui ci sono le liste dei membri dell’Assemblea del partito che erano collegate. Di qui le riflessioni su come saranno composte Direzione e Segreteria e la solita litania degli sconfitti sull’esigenza di avere un partito “plurale” (leggasi: non solo con posti, ma con poteri negoziali anche per loro).

Al di là delle aperture di rito che ogni vincitore deve fare, ci sono però questioni più sostanziali, e non riguardano la cosiddetta bulimia di potere del leader riconfermato. Il problema non è neppure quello di accordarsi su qualche totem ideologico: sono talmente modesti che per la bisogna non sarà difficile trovare il gioco di parole opportuno. Ciò su cui non è facile trovare un accordo è sulla lettura che si dà della crisi politica italiana e del ruolo che in essa può avere il PD.

Gli avversari di Renzi sono ancorati alla vecchia logica della larga coalizione di centro-sinistra, che relegherebbe il riconfermato segretario al ruolo del gestore di un condominio rissoso dove non contano i pesi elettorali ma le abilità manovriere dei singoli membri (con inevitabili riflessi anche nelle dinamiche di corrente interne al PD). Renzi punta invece ad un PD perno del sistema di governo, in cui è lui a dare le       carte ed a determinare la linea politica a cui chiedere agli alleati di assoggettarsi (perché naturalmente non è così ingenuo da credere a priori al miracolo di un PD che potrà fare da solo).

Per fare questo però ha bisogno di ristabilire quel sistema di “bipartitismo imperfetto” che consentì una lunga egemonia alla DC nella prima repubblica. Esso non funziona più lungo la spaccatura destra/sinistra visto lo spappolamento dei fronti. Funziona se si può imporre la presenza di una alternativa di sistema di cui si possa veramente avere paura. Questa può essere solo il M5S che può avere forza sufficiente di mobilitazione nel paese e possibilità di creare una coalizione alternativa. Il tradizionale centrodestra, con buona pace di Berlusconi, non è in grado di esercitare alcuna leadership perché a meno di raggiungere una improbabile autosufficienza ed altrettanto improbabile coesione non è in grado di creare attorno a sé una coalizione allargata.

Renzi e il suo PD possono invece giocare sui due tavoli: creare maggioranze per certe strategie legislative con i pentastellati (vedi ipotesi di accordi sul sistema elettorale) e al tempo stesso offrirsi eventualmente come coagulo per governi più meno di solidarietà nazionale per evitare ipotesi di governi avventuristi a guida grillina. In fondo la DC ha campato per decenni giocando con questo schema il suo rapporto col PCI (è vero che la storia non si ripete, che le analogie storiche sono fuorvianti, ecc. ecc., ma insomma qualche spunto di riflessione lo si può trovare anche così).

Naturalmente Napoleone/Renzi ha bisogno di tempo e di pazienza per realizzare la sua strategia, ma soprattutto ha bisogno di non incorrere in una sconfitta nelle prossime amministrative. Non sarà facile, ma certo il successo del 30 aprile lo aiuterà a rimontare consensi, anche se le elezioni locali non sono contesti facili da questo punto di vista.