Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Missione compiuta. Ma quale missione?

Siria raid Mosca-Damasco

Mosca, Damasco, Aleppo.

 

L’annuncio del ritiro del grosso del contingente militare russo dalla Siria ha preso di sorpresa la maggior parte delle diplomazie e dei commentatori internazionali. Nella stessa Russia la decisione è giunta inaspettata e ha lasciato spazio a sollievo come a perplessità. In Siria le reazioni pubbliche variano dal sollievo, alla preoccupazione allo scetticismo.

Il dispiegamento iniziale come questo ritiro parziale mostrano bene come l’obiettivo reale dell’intervento militare di Putin in Siria fosse quello di riportare il governo di Damasco e l’esercito siriano su posizioni di forza, e dunque respingere le offensive delle forze di opposizione che minacciavano al Assad fino a Settembre 2015. Secondo Mosca, il ri-equilibrio delle forze in campo e la messa in sicurezza del proprio alleato devono portare comunque ad una soluzione negoziata e di compromesso tra le parti: l’importante, però, è negoziare da una posizione di forza relativa, se non assoluta.

Mosca non cercava una vittoria totale di Damasco sulle opposizioni, che sarebbe sancita dalla riconquista dell’intera città di Aleppo. Del resto, i militari russi ne hanno constatato la difficoltà: i loro attacchi siano stati sì efficaci per la riconquista di villaggi, territori e rotte strategiche; si pensi all’entroterra vicino a Lattakia, al nord di Aleppo che collega i ribelli direttamente con la Turchia. Questi successi tuttavia hanno costato la vita di oltre 1400 soldati e miliziani pro-Assad dimostrando come la resistenza dei ribelli sia molto più forte e radicata del previsto e come i russi non possano sobbarcarsi direttamente l’onere della conquista militare nonché “dei cuori e delle menti” delle popolazioni locali. In sostanza, Mosca non può e non intende vincere la guerra in Siria per conto di Damasco perché non è praticabile e sostenibile per la Russia di Putin come per altre parti coinvolte.

Mosca non cercava neanche la distruzione dell’Organizzazione dello stato islamico in quanto la maggior parte dei suoi attacchi ha riguardato il resto delle milizie ribelli: da quelle sostenute dai Paesi della Nato, agli islamisti sostenuti da Turchia e paesi arabi del Golfo, fino a Jabhat al Nusra, cioè al Qaida in Siria. Nella prospettiva di messa in sicurezza del proprio alleato, queste sono infatti le forze che Damasco ritiene più pericolose per la propria sopravvivenza perché minacciano territori strategici per qualsiasi entità statuale in Siria: cioè la rotta che unisce Damasco, Homs, la costa sul Mediterraneo fino alla città di Aleppo; queste sono anche le forze che più direttamente si vogliono rappresentanti ed eredi del “momento rivoluzionario” del 2011-2012, che realmente aveva minato la legittimità e la sopravvivenza del regime presieduto da Bashar al Assad.

Le forze curde del PYD al momento non costituiscono una minaccia tattica per Damasco, nonostante la radicale alterità del progetto di società e di governo sperimentata, e difesa ad oltranza, nei territori della cosiddetta Rojava. Le forze curde, invece, rappresentano un partner rilevante per Mosca: da un lato, i legami politici e storici dei dirigenti del PYD/PKK con la Russia sovietica costituiscono una garanzia di riconoscimento e intesa reciproca per la Russia di Putin; dall’altro lato, la costituzione di una regione autonoma nel nord della Siria guidata da queste forze rappresenta una sfida nei confronti del Presidente turco Erdogan e dei suoi progetti autoritari-confessionali in patria ma soprattutto neo-Ottomani in Medio Oriente.

 

A seguire bene le mosse russe in Siria si possono riconoscere alcune costanti: la difesa delle istituzioni statuali, per quanto formali, come architrave della vita politica del Paese; la difesa dell’integrità territoriale della Siria, per quanto poi l’organizzazione politica del territorio possa essere declinata in senso centralizzato o de-centralizzato; la valenza politica, ossia del modo di governare la società e il territorio, e non confessionale del conflitto; l’impossibilità di una vittoria totale di una sola parte, da cui la necessità di soluzioni negoziate e di compromesso; l’importanza della base navale di Tartous e ora aerea di Lattakia come perno della proiezione strategica di Mosca in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale; l’auspicio che la Siria continui a mantenere una posizione filo-russa o quantomeno “non allineata” (leggi non prettamente filo-occidentale) in politica internazionale e regionale.

In questo senso, è interessante notare la continuità tra la politica di Putin e quella dell’Unione Sovietica. Infatti, i dirigenti sovietici e i loro alleati socialisti favorirono soluzioni di compromesso in Siria come nella maggior parte dei conflitti in Medio Oriente. Nel conflitto arabo-israeliano, Mosca sostenne la soluzione negoziata dei contenzioni territoriali sulla base dell’intesa e delle garanzie delle grandi potenze, in primis Unione Sovietica e Stati Uniti; il ricorso allo strumento bellico era solo funzionale al costringere il rivale troppo potente a sedersi al tavolo del negoziato, in questo caso Israele. Mai si ritenne fattibile o opportuna la vittoria totale dei Paesi arabi alleati di Mosca; mai si ritenne che i Paesi del Medio oriente potessero schierarsi in toto con il campo socialista; mai si ritenne che le economie del Medio oriente potessero integrarsi con quelle del campo socialista in modo esclusivo, da cui la necessità che le economie occidentali di mercato continuassero ad essere partner dei Paesi arabi vicini a Mosca.

Tuttavia, oggi Mosca sembra aver fatto tesoro dei tre fattori che allora resero marginale l’Unione Sovietica: il mantenimento di buone relazioni con Israele, prima potenza militare della regione; la costruzione di un rapporto di collaborazione con l’Arabia Saudita, che è il perno della produzione energetica mondiale e della legittimità islamica odierna (sic), almeno nella regione; evitare il coinvolgimento militare diretto e di lunga durata nella regione.

Queste continuità si ritrovano nelle altre considerazioni che probabilmente sono alla base della scelta di Mosca: l’aver costretto Europa e Stati Uniti a riaprire il dialogo e i negoziati con la Russia dopo la crisi in Ucraina; il malcontento popolare non tanto verso Putin quanto verso la “missione” in Siria in tempi di austerità finanziaria; la volontà di collaborare con l’Arabia Saudita per stabilizzare il mercato mondiale del petrolio su livelli più sostenibili per i produttori.

I prossimi giorni e le prossime settimane diranno se veramente la missione di Putin in Siria può considerarsi conclusa con un successo. Di certo, al momento ha posto le basi perché Mosca sia riconosciuta come un attore imprescindibile e forse risolutivo della crisi in Siria: da parte degli alleati di Damasco, che non possono fare a meno di Mosca; da parte delle forze di opposizione, che riconoscono a Mosca la “tregua” di queste settimane; da parte dei rivali del Golfo, degli europei e degli Stati Uniti, incapaci di intervenire in modo risolutivo in Siria a fronte della capacità e volontà russa.

Il 2015 ha visto due momenti di svolta nel conflitto in Siria: sul piano regionale, l’accordo di luglio sul nucleare iraniano; sul piano internazionale e nazionale, l’intervento russo da settembre in poi. Il 2016 si è aperto con i colloqui di Ginevra e con la “cessazione delle ostilità” o “tregua” parziale. Resta da vedere dunque se il 2016 continuerà a tradurre sul piano siriano le trasformazioni avvenute su quello internazionale e regionale.