Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

L'Italia delle "capitali regionali"

Luca Tentoni - 15.07.2017
Pisati Voto di classe

Fra pochi mesi, quando avremo i primi dati relativi alle elezioni politiche generali, vedremo che il dibattito si focalizzerà sulle linee di tendenza complessive, cioè sulle differenze di voti rispetto al 2013. Solo in un secondo momento si cercherà di comprendere se le tradizionali "roccaforti" delle famiglie politiche avranno resistito o meno; infine, si cercherà di individuare i flussi elettorali in alcune città significative, per provare a capire come si saranno realmente spostati i voti. Di solito, però, anche se tutti gli aspetti che abbiamo citato sono importanti, se ne trascura uno altrettanto rilevante: il voto nei capoluoghi di regione (19 più Trento e Bolzano) ma soprattutto nelle "metropoli", vale a dire nelle poche città italiane con più di cinquecentomila abitanti (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo). Eppure, nelle metropoli vive l'11% della popolazione italiana e nel complesso dei capoluoghi di regione si arriva circa ad un quinto degli abitanti e degli elettori. Il comportamento elettorale nelle città differisce da sempre da quello della "periferia", creando un ulteriore cleavage rispetto a quello costituito dalle tradizionali differenze di voto fra le diverse aree del Paese. Mentre il "voto di classe" si è attenuato, la differenza fra "capitali regionali" e "periferia" non sembra così sfumata. Come scrive Maurizio Pisati ("Voto di classe", Il Mulino 2010) "nonostante la crescita della disuguaglianza di classe e della polarizzazione ideologica del sistema di partito, nel corso della Seconda Repubblica il voto di classe italiano ha raggiunto i livelli più bassi del secondo dopoguerra". Si tratta di un'ipotesi da sottoporre a verifica con i dati delle prossime elezioni. Tuttavia è importante tener presente che, secondo Pisati, "l'andamento dell'associazione fra classe sociale e preferenze politiche nell'Italia del secondo dopoguerra si configura come una scala discendente a tre gradini, ognuno dei quali corrisponde a una fase specifica della relazione fra classi e partiti: nella prima (1953-1976) tale relazione si è espressa in misura sostanzialmente significativa; nella seconda fase, iniziata nel 1977 e terminata insieme alla Prima Repubblica, il voto di classe ha subito una contrazione rilevante; nell'ultima fase, coincidente con la Seconda Repubblica, l'intensità del fenomeno è calata ulteriormente e ha raggiunto livelli piuttosto moderati". Anche la composizione socio-economica dell'elettorato è cambiata nel corso del tempo. Per esempio, se nel 1946 era ancora l'agricoltura il settore con più occupati, fra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta è stato il settore secondario (l'industria) ad avere il primo posto, per poi lasciarlo ad un terziario sempre più preponderante. Allo stesso modo, lo spopolamento delle campagne e l'afflusso di lavoratori verso le grandi città (soprattutto quelle del Nord e Roma), ha provocato ripercussioni sulla numerosità e sulla composizione dell'elettorato delle "capitali regionali". Quando si votò per la Costituente, infatti, gli aventi diritto residenti nei capoluoghi di regione erano solo il 17,3% della popolazione italiana; nel 1953 erano ancora il 17,6%, ma nel 1958 salirono al 18,9% e ancora, nel 1963, al 20,5%, per attestarsi intorno al 20-21% fino alla fine degli anni Settanta. Da 4,8 milioni di elettori del 1946, le "capitali regionali" sono arrivate ad averne circa 8,7 milioni negli anni Ottanta. Dopo il boom registrato dal censimento del 1971, però, la popolazione dei capoluoghi ha conosciuto un declino, restando tuttavia - nel suo insieme - una sorta di "altra Italia" per caratteristiche di voto e volatilità delle scelte politiche. Lo testimoniano - direttamente o investigando altri fenomeni collaterali - numerosi saggi, fra i quali (sappiamo di ometterne molti: ce ne scusiamo) "Le basi sociali dei poli elettorali" (Gianni Statera, Franco Angeli, 1987), "Italia al voto" (Luca Ricolfi, UTET, 2012), "L'Italia che cambia" (Celso Ghini, Editori Riuniti, 1977), "Elezioni e comportamento politico in Italia" (Alberto Spreafico e Joseph La Palombara, Comunità, 1963), "Saggio sulle classi sociali" (Paolo Sylos Labini, Laterza, 1974). I capoluoghi di regione - e soprattutto le cinque metropoli - si caratterizzano già dal 1946 per il minor grado di bipolarismo, la maggiore frammentazione elettorale, il maggior indice di mutamento fra un'elezione politica e la successiva e per la capacità di partiti di medie o ridotte dimensioni (il Pli nel 1963-'72; il Msi nel 1953 e nel '72-'76, il Pri nel 1983; il Partito radicale nel 1979) di ottenere risultati di rilievo e progressi di gran lunga più marcati che nel resto del Paese. La costante debolezza della Dc e lo spazio elettorale che si crea per un voto "d'opinione" che nelle città capoluogo e nelle metropoli incontra un retroterra sociale e culturale più favorevole per svilupparsi, sono fattori che rendono le ventuno città una sorta - come dicevamo in precedenza - di "Repubblica a parte". Una Repubblica che, nelle sei macroaree classiche (Nord Ovest; Nord-Est; Emilia-Romagna più Centro; Lazio; Sud; Isole) ha le stesse sfumature e differenziazioni ideologiche dei centri minori, unendovi però caratteristiche peculiari che meritano un'osservazione più profonda. Qui inizia il nostro viaggio nel voto dei capoluoghi di regione: dalle elezioni per l'Assemblea Costituente (1946) alle prossime politiche, cercheremo di delineare - dedicando ogni tappa ad un solo turno elettorale dei diciotto fin qui svolti, in attesa del diciannovesimo - l'evoluzione delle tendenze di questo corpo elettorale e (per contro) di quello della "periferia", evidenziando il differente comportamento di voto e le forze che, di volta in volta, sono state premiate o penalizzate dalle scelte di quell'italiano su cinque residente nelle "capitali regionali".