Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Libero scambio Europa – Giappone: un patto con tante luci e qualche ombra

Gianpaolo Rossini - 12.07.2017
Intesa Europa-Giappone

E’ in dirittura d’arrivo il patto di libero scambio tra Unione Europea e Giappone. Presentato al G20 di Amburgo dal presidente della Commissione Ue e dal premier del Giappone Abe. Dovrà in seguito essere approvato da Consiglio, Parlamento europeo nonché ratificato dai parlamenti nazionali che intendono esprimersi secondo quanto stabilito in maggio dalla corte di giustizia della Ue. Con questo accordo Giappone ed Europa si avvicinano mettendo ordine in un commercio non sempre facile ma in espansione e che vede il Giappone in perenne surplus. L’accordo non è una reazione alla cancellazione dei negoziati per l’area di libero scambio nel Pacifico da parte di Trump. I negoziati iniziarono infatti nel 2013 ed è prevista anche una possibile alleanza strategica (Strategic Partnership Agreement) su questioni come l’ambiente, la sicurezza e la collaborazione in caso di disastri.  L’accordo commerciale tra Ue e Giappone prevede un abbattimento progressivo dei dazi doganali, un’apertura, anche questa graduata su diversi anni, a molti beni che oggi semplicemente non entrano in Giappone, un riconoscimento simultaneo di gran parte delle denominazioni d’origine per prodotti del settore agroalimentare - di grande interesse per l’Italia - l’apertura reciproca degli appalti pubblici alle imprese delle due aree e forme di convergenza tecnica normativa in numerosi settori. La Commissione che ha svolto i negoziati enfatizza la possibilità per l’Europa di consolidare il suo ruolo globale nello stabilire nuove e più avanzate regole per gli scambi commerciali e per proteggere i valori e gli standard europei. Forse si sottolinea troppo il ruolo della Ue. Ma le politiche di apertura che vanno oltre la semplice riduzione o eliminazione dei dazi sono quasi sempre figlie o nipoti del Mercato Unico europeo che da quasi 25 anni fa scuola nel mondo ed è divenuto il paradigma di riferimento del WTO.  Riconoscere qualche volta il buono della Ue non fa male.  Dall’accordo euro nipponico trarremo vantaggi, ma avremo anche qualche costo. Vediamoli. Oltre all’abbattimento di dazi, riconoscimenti di denominazioni e requisiti di qualità di molti prodotti vi è il proposito di omogeneizzare molti standard ambientali e di sicurezza su prodotti nei quali Giappone ed Europa hanno buone possibilità di essere leader globali. Se in Europa adottiamo come risultato dell’accordo le norme più stringenti del Giappone in materia di emissioni delle auto potremo migliorare la salubrità delle nostre città e più agevolmente delineare un percorso per far uscire il settore automobilistico dall’impasse sui motori diesel, che in Giappone circolano in misura molto limitata e che sono banditi in molte aree del mondo. In altre parole il trattato commerciale con il Giappone potrebbe “costringerci” ad un accordo tra paesi Ue sulle emissioni delle auto e su quali tipi di trazione concentrare gli investimenti, un accordo che sarebbe altrimenti più difficile da raggiungere. In altri settori, come quello farmaceutico, l’unificazione degli standard di sicurezza e salute al livello più alto possono consentire alle nostre imprese di fare un ulteriore passo avanti così come a molte imprese giapponesi. Buone opportunità si aprono anche nel campo dei servizi, nonostante le distanze linguistiche. Ci sono incognite e svantaggi? Su alcuni temi ambientali le convergenze sono un po’ complesse ad esempio per ciò che concerne le norme per lo sfruttamento delle risorse dei mari.  Per quanto concerne l’apertura delle gare di appalto agli europei si tratta di un aspetto positivo, ma dovremo attrezzarci con adeguate agenzie di assistenza e di sostegno a livello europeo per impedire che queste opportunità possano coglierle  solo le solite note grandi imprese a causa degli alti costi informativi e di istruzione delle proposte. Ma forse l’incognita maggiore è di tipo macroeconomico e concerne il persistente surplus di conto corrente della bilancia dei pagamenti nipponica che tocca gli scambi con l’Europa. Insieme all’uso talvolta un po’ spregiudicato del tasso di cambio dello yen, può costituire motivo di qualche preoccupazione quando si abbattono tutte le difese protettive. Il Giappone è un paese con un’alta efficienza tecnologica e una forte coesione “social-nazionale”. I cittadini del Sol Levante risparmiano talmente tanto da essere in grado di finanziare simultaneamente un debito pubblico pari a circa due volte e mezzo il PIL e una parte del debito pubblico americano. Tutto questo permette al paese una navigazione tranquilla lontana dalle trappole dei mercati finanziari internazionali di cui invece l’Europa è spesso ostaggio. Si potrebbe dire che tutto questo non influenza gli aspetti commerciali delle relazioni tra Ue e Giappone. Sappiamo però che le politiche monetarie che scortano il Giappone nei mercati finanziari globali hanno effetti sul cambio che possono scuotere le bilance dei pagamenti della Ue e riflettersi in squilibri più gravi per i membri dell’ Ue che sono meno in grado di reggere la concorrenza giapponese.  La speranza è che il testo dell’accordo, non ancora pubblico, contenga clausole di salvaguardia e una particolare attenzione per le ragioni delle economie meno robuste della vecchia Europa. In assenza di questo la ratifica di alcuni parlamenti nazionali soprattutto di paesi piccoli e non particolarmente forti sul piano economico, potrebbe diventare uno scoglio non agevole da superare.