Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Le mani sull’università.

Novello Monelli * - 24.09.2015
Francesca Puglisi

Di riforma in riforma

 

L’intervento di Francesca Puglisi, comparso in parallelo sulle pagine de “Il Messaggero” e “Il mattino” del 21 settembre, ha aperto ufficialmente la campagna autunnale dell’ennesima riforma universitaria. Pochi governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno perso l’occasione per portare il proprio contributo allo smantellamento del sistema della ricerca e della formazione superiore. Non uno ha mai saputo affrontare (se non a parole) i reali problemi delle università e della rete degli istituti di ricerca: un cronico sottofinanziamento, aggravato da un dissennato ricorso ai tagli lineari, e un meccanismo di reclutamento dominato da clientelismi di varia natura o da logiche familistiche, raramente dalla volontà di promuovere il merito e l’originalità. A netto degli slogan di prammatica («vogliamo ridare importanza a istruzione e ricerca»), le rivoluzioni copernicane immancabilmente messe in campo da ogni esecutivo hanno portato a molte perdite di tempo, per adempiere a sempre nuovi obblighi burocratici, ma a pochi miglioramenti effettivi. Le due migliori conquiste di questi anni turbolenti sono state il principio di uno sbarramento selettivo in ingresso, che ha portato all’abilitazione scientifica nazionale, e l’esigenza di assicurare una valutazione costante al livello di produzione della ricerca e della didattica, che si esprime nella VQR. Si tratta di due istituti perfettibili, senza dubbio, ma che hanno almeno il merito di tentare un primo passo verso l’articolazione di un sistema sano, dove chi insegna e fa ricerca è il più bravo, non il più affine per prossimità ideologica o parentale. Non è un caso se sono costantemente sotto attacco: “valutazione” e “selezione” sono ancora poco meno che delle bestemmie nell’immaginario di molti accademici (o aspiranti tali). Nel mezzo di questa faticosa e per molti versi incompiuta transizione verso un’università decente, l’unica cosa che non serve è l’ennesimo disegno strategico di riordino del sistema: il colpo di grazia ad un malato ancora in prognosi riservata.

 

C’è della logica in questa follia

 

Da quello che un comune osservatore può capire, il piano per la «buona università» non esiste ancora. O, se esiste, è affidato al giudizio di alcune «teste pensanti» che si sono ben guardate dal condividere tali proposte con gli addetti ai lavori. Ma, per quel poco che si può dedurre, la salvezza della ricerca italiana è miracolosamente dietro l’angolo. In primo luogo, la «fine del precariato» universitario, grazie all’introduzione di un contratto unico a tutele crescenti, mutuato dal modello privatistico del «Job act», da collegare alla fine del blocco sul turn-over. E’ una dichiarazione interessante, che mescola una richiesta annosa e non rinviabile (il blocco dell’avvicendamento nei ruoli universitari ha accelerato il già drammatico invecchiamento del corpo docente) con una soluzione quantomeno bizzarra. Cosa si intende quando si dichiara di voler «sfoltire la giungla delle figure contrattuali»? Da un lato, la proliferazione di posizioni pre-ruolo ha rappresentato senza dubbio un problema degli ultimi anni. Il cursus honorum di un giovane neodottorato che voglia tentare la carriera accademica prevede oggi che si debba vincere un assegno di ricerca, per poi accedere a concorsi per ricercatore di tipo A e approdare infine al ricercatore di tipo B, che permette a chi sia in possesso dell’abilitazione nazionale di essere promosso al ruolo di professore associato. In tutto, più o meno una decina di anni di precarietà. Ma si tratta di un iter del tutto virtuale, raramente percorribile senza soluzioni di continuità, e che necessita di molta determinazione e di una buona dose di fortuna. La proposta di sostituire la successione per concorso di queste figure con un unico profilo sembra affascinante, ma nasconde alcuni interrogativi inevasi. La figura «a tutele crescenti» dove si fermerebbe? Che garanzie darebbe rispetto alla ricattabilità perpetua di un lavoro che verrebbe precarizzato senza altra garanzia che quella di un indennizzo economico (e dunque: addio libera ricerca)? Esisterebbe per i più giovani la possibilità di entrare nei ruoli a tempo indeterminato come professore, o le «tutele crescenti» sono il cavallo di Troia per l’estromissione dell’Università dal perimetro della funzione pubblica? Non è una domanda oziosa avendo a che fare con un governo che ha dimostrato a più riprese di preferire il successo di pancia dell’opinione pubblica – da molto tempo istericamente ostile al «parassita universitario» e al «professore che lavora tre ore a settimana» - ad una strategia meditata sui problemi del Paese.

 

Stati generali o generale disastro?

 

L’annuncio della «buona università» ha sollevato in diversi ambienti comprensibili preoccupazioni. Sul metodo, prima ancora che sulla sostanza. Perché il fantastico progetto che prevede (si dichiara sui giornali) la convocazione di una «due giorni del PD» a Udine per i primi di ottobre, dove presentare i provvedimenti, per poi passare all’azione e risolvere tutto «entro il mese» per decreto, denuncia un’ansia di protagonismo operativo abbastanza allarmante. Dopo anni che si discute (poco e male) dei problemi dell’Università, dichiarare che tutto verrà sanato in pochi giorni, senza alcuna possibilità di riflettere su scelte e conseguenze,  senza alcun reale confronto con ricercatori e professori e soprattutto senza alcuna discussione parlamentare, genera alcune domande sulla concretezza e legittimità di certe dichiarazioni. Cosa vuol dire esattamente «un decreto entro fine mese»? Decreto di chi? Del Ministero (dove nel frattempo pare si stia lavorando ad un’altra bozza di riforma)? Decreto legge? Ma è possibile che una materia così delicata sia affrontata senza una discussione approfondita? E con quali criteri di urgenza si dovrebbe provvedere ad un decreto con valore di legge?

Ma forse non ci si deve stupire troppo. L’unico dato certo, in questo pasticciaccio brutto a base di annunci che suonano quasi come minacce, è che università e ricerca interessano non per sé, ma per l’eco mediatica che si può ricavare dalla loro devastazione. Pressapochismo e ostilità caratterizzano d’altra parte non solo gli esponenti della politica romana, ma anche buona parte della stampa che dovrebbe (condizionale d’obbligo) informare. Nel suo speciale dedicato alla questione, “Il Mattino”, evidentemente ansioso di sostenere le roboanti promesse di riforma, denuncia con una bella infografica la «giungla» dei contratti universitari: 66mila! Ohibò! Peccato che dentro questa marea di contratti si infilino30mila tra specializzandi e medici in formazione (che non sono esattamente «precari della ricerca»), e 3mila borse di varia natura, erogate in larga parte a studenti in fase pre-dottorale. Piccolezze? Mica tanto. La precisione nei dati e la loro corretta interpretazione dovrebbero essere la base per affrontare una questione così spinosa. Ma la maggioranza dei giornalisti italiani, sulla materia preferisce seguire l’esempio dei rappresentanti eletti del paese, e nutrirsi di slogan.

 

 

 

 

* Professore a contratto Università di Padova