Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Le difficoltà della politica italiana

Paolo Pombeni - 12.04.2017
Stefano Parisi

Sappiamo tutti che ormai gran parte dei media guardano alla lotta politica come fosse uno dei tanti concorsi da sottoporre al televoto, cioè alla consacrazione di chi possa essere più “personaggio” e come tale risultare più “simpatico” (o, diciamola tutta, più utile alla sorda lotta fra gruppi di potere che sta portando l’Italia in una situazione molto difficile). Se si leggevano le cronache della assemblea del PD che doveva validare le candidature alle primarie se ne aveva una netta riprova.

Dire che non si è capito quale confronto politico presentassero è un eufemismo, perché tutto si è concentrato su battute che cercavano di muovere la pancia dei militanti sul discorso piuttosto fumoso con cui si voleva stabilire se il partito avesse abbandonato il “nostro popolo” (Orlando) o se il nostro popolo avesse abbandonato il partito per andare più avanti (Renzi). Qualsiasi persona abituata a ragionare di politica sa che con questi discorsi non si risolverà alcuno dei nostri problemi. Il guaio è che lo sanno anche i due contendenti, che però ritengono di non poter mettere veramente i loro concittadini di fronte ad una realtà difficile.

La cosa curiosa è che quella realtà è già nota a tutti: il paese non ha speranza di andare avanti così, ha bisogno di rimettere ordine nel proprio sistema istituzionale, di rimodulare la sfera di intervento economico dello stato, di rilanciare fra la gente uno spirito civico che si sta contraendo ogni giorno di più. Per fare questo c’è bisogno di trovare una via per rimettere la politica sui binari di un confronto che abbia per oggetto come trovare il modo di gestire questa transizione, tutt’altro che semplice, perché pesta i piedi ad una miriade di poteri feudalizzati che si sono diffusi e che si difendono con ogni mezzo.

E’ chiaro che in questo contesto l’individuazione di un sistema elettorale accettabile e accettato è essenziale, ma lo è ancora di più immaginare come si gestiranno i possibili esiti che questo sistema elettorale potrà darci.

Partiamo da un dato banale, su cui però sarebbe bene si formasse una condivisione: è possibile oggi forzare la situazione mettendo un partito (non un’armata Brancaleone quale che sia) nelle condizioni di poter avere un “premio di governabilità” che lo renda arbitro del futuro del paese? Una soluzione di questo tipo viene considerata rischiosa perché non è affatto chiaro se un tale premio andrebbe ad una forza responsabile e perché comunque ormai nessun partito è in grado di offrire garanzie per un ruolo tanto impegnativo e con pochi contropoteri di controllo.

Questa considerazione si porta come conseguenza che sarà necessario immaginare la prossima legislatura come ancora in mano ad un governo di coalizione. Abbiamo il contesto adatto per una soluzione del genere che eviti però sia di essere una riedizione delle rissose coalizioni degli anni passati sia di venire delegittimata come frutto di “inciuci”? Anche qui la risposta non è di quelle che aprono il cuore.

Tenendo per buoni i sondaggi, le coalizioni possibili si presentano tutte come incasellabili in uno dei due tipi, e certo non sarebbero soluzioni in grado di consentirci di avere un “buon governo” nei perigliosi tempi che si stanno preparando per il mondo. Ciò soprattutto perché è stato espunto dal dibattito politico qualsiasi ragionamento su cosa possa essere questo buon governo, su quali obiettivi e su quali forze possa ragionevolmente reggersi, su quali strumenti possa avere a disposizione per ricostruire lo spirito civico italiano (non è solo una vaga questione morale: senza di esso la famosa lotta all’evasione fiscale da cui si attendono lauti proventi non sortirà nulla, come è accaduto più o meno sin qui).

Curiosamente gli unici che sembrano accorgersi della necessità di procedere su questa via sono i Cinque Stelle, o meglio alcuni dei loro strateghi. Infatti sembrano ripetere che è finito il tempo dei “vaffa” e bisogna aprirsi alla progettualità dialogando con le forze dirigenti della società che possano essere disponibili (e segnali di disponibilità da un po’ di questi ambienti non sono mancati). La sinistra è ancora titubante a fare blocco attorno a questi obiettivi, perché dilaniata dalle lotte personalistiche che la animano e soprattutto perché è stretta fra una mancanza di buoni centri di elaborazione strategica e la necessità di non rompere con la rete dei suoi corporativismi storici.

A volte sembra che Berlusconi colga il vento nuovo, ma non ha più la forza di incarnare quel tipo di aspettative, visto che la sua illusione di poter gestire in prima persona questo passaggio lo porta fuori strada. Ha inopinatamente bruciato Stefano Parisi, che poteva essere un buon candidato, per non dispiacere ad un po’ di colonnelli che al massimo possono fare i custodi delle memorie passate. In più, come è evidente, il contesto favorevole alle impennate populiste gli rende quasi impossibile tenere sotto tutela l’estrema destra e il leghismo lepenista.

Ciò che un osservatore esterno fa fatica a spiegarsi è perché il sistema della “pubblica opinione”, cioè le istituzioni più autorevoli dei media e i gruppi dirigenti della società, non sia in grado, anzi non abbia neppure voglia di imporre alla politica una riflessione sulla coalizione sociale necessaria per portare il paese fuori dalla crisi. Fu un tema assai dibattuto nel tramonto della prima repubblica. Oggi non ne parla più nessuno.