Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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La trappola dell’escalation

Nimr al Nimr

Ryad, Teheran

 

Lo scontro politico in corso tra Arabia Saudita e Iran è un passaggio importante e pericoloso della più grande trasformazione delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

Dagli anni Settanta, la ricchezza del petrolio ha contribuito a spostare l’asse politico, militare e ideologico della regione dalle coste orientali del Mediterraneo e dal conflitto arabo-israeliano verso il Golfo (persico o arabo dipende da dove lo si osserva) e verso il conflitto politico tra tre Paesi e modelli: l’Iraq baathista del nazionalismo arabo e laico, la Monarchia saudita bastione del radicalismo musulmano-sunnita e la Repubblica islamica d’Iran, bastione del radicalismo musulmano-sciita. Dopo oltre due decenni di guerre, l’Iraq da attore politico è diventato terreno di battaglia tra forze che in modo diverso si richiamano ai modelli ideologici e statuali dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Dunque, in una sorta di “guerra fredda” a base confessionale è il conflitto tra diverse correnti dell’Islam politico a prevalere nel Medio oriente di oggi.

 

Dallo sviluppo trainato dal consumo di massa di petrolio negli anni Trenta e dalla Guerra fredda negli anni Cinquanta nacque l’alleanza strategica prima tra USA e Arabia Saudita, e poi tra USA e Iran. La Rivoluzione islamica del 1979 in Iran recise questa alleanza ponendo Washington e Teheran su fronti opposti e consolidando i legami tra Washington e Ryad. I fallimenti politici, istituzionali e umanitari degli USA all’inizio del XXI secolo in Medio oriente hanno portato Washington a limitare i propri interventi diretti nell’area, riconoscendo per forza di cose la rilevanza politica, militare ed istituzionale della Repubblica islamica d’Iran. Da qui nasce l’accordo sul nucleare del luglio 2015, che segna un passaggio fondamentale nel riassetto delle relazioni internazionali della regione. Dopo anni di boicottaggio, sanzioni, proxy war e resistenze, l’Iran torna ad essere un interlocutore a pieno titolo dei Paesi occidentali. In modo diverso, le monarchie conservatrici del Golfo sono state sempre in prima linea nel contenimento e boicottaggio dell’Iran in quanto rivale ideologico, istituzionale e militare: cioè, squisitamente politico. Legittimamente, ne temono le sottili capacità diplomatiche, il grande potenziale produttivo e di consumo, le enormi capacità di produrre pensiero politico innovativo, tanto laico quanto confessionale, e di tradurlo in forme organizzative, che piacciano o meno. Nessuno dei Paesi arabi del Golfo possiede queste capacità sistemiche a causa dell’esigua popolazione oppure a causa di regimi politici in cui la mobilitazione politica è sempre stata scoraggiata, repressa oppure “esternalizzata” verso altri Paesi musulmani.

 

La lotta per la supremazia politica in Medio oriente ha conosciuto diverse fasi: l’ascesa, spesso inflazionata, dell’Iran nei primi anni Duemila fino alla crisi interna della cosiddetta rivoluzione verde del 2009 e delle sanzioni internazionali; il contro-attacco capeggiato dall’Arabia Saudita contro le cosiddette “Primavere arabe” dal 2013, tanto contro i rivali sunniti dei Fratelli musulmani quanto contro gli alleati dell’Iran in Siria e Iraq. L’organizzazione dello Stato islamico tornava per molti versi utile perché rientrava nella galassia delle formazioni radicali sunnite che fanno della lotta contro qualsiasi “eresia” o “deviazione” dalla lettura “fondamentalista” dell’Islam la propria bandiera: dunque anche l’Islam sciita, l’Iran e i suoi alleati.

 

Una volta giunto sul trono nel gennaio 2015, il nuovo re Salman bin Abd al Aziz al Saud ha intrapreso la strategia dell’escalation e della radicalizzazione confessionale contro l’Iran per tentare di consolidare attorno a sé la popolazione saudita e i propri alleati internazionali. Ha sostenuto il crollo dei prezzi del greggio dalla metà del 2014 nella speranza di mettere fuori mercato i rivali iraniani, russi, algerini così come il shale gas nordamericano. Con qualche difficoltà, però, questi rivali si sono adattati e sembrano aver assorbito il colpo mentre a fine dicembre 2015 la stessa monarchia ha dovuto varare un piano di austerità economica per far fronte alla crisi fiscale, in parte auto-inflitta. Come Israele, nonostante i suoi tentativi di boicottarlo la monarchia ha subìto l’accordo sul nucleare iraniano nel luglio del 2015. Si è allora lanciata nell’improbabile guerra in Yemen contro le comunità Houthi accusate strumentalmente di essere al soldo dell’Iran in quanto vicine allo sciismo. Anche qui i risultati sono deludenti in termini di performance militare e politica, tanto che a fine 2015 le parti hanno negoziato l’ennesima tregua per riprendersi dallo sforzo militare. In Siria, cinque anni di guerra senza fine, l’intervento diretto della Russia e la convergenza dei Paesi occidentali su una soluzione negoziata hanno posto sulla difensiva Ryad, che invece ha sempre sostenuto la deposizione di Bashar al Assad, alleato dell’Iran e dei libanesi di Hizb’allah. Obtorto collo, la monarchia saudita appoggia la risoluzione Onu n. 2254 del 18 dicembre 2015 cercando di controllare le forze siriane sunnite di opposizione.

 

Di fronte ad un quadro con pochi risultati, grandi difficoltà e la fine a breve delle sanzioni occidentali contro Teheran, il 2 gennaio 2016 la monarchia saudita ha fatto eseguire la sentenza di morte contro 47 condannati: tra questi, persone accusate di legami con al Qaida e soprattutto lo sceicco Nimr al Nimr, figura di spicco dell’opposizione della comunità musulmano-sciita nel nord-est dell’Arabia saudita. In questo modo la monarchia ha lanciato un chiaro di messaggio di intransigenza contro ogni dissidenza interna e invece di allentare la tensione regionale, come richiesto dagli alleati occidentali, ha deciso al contrario di radicalizzare lo scontro nella speranza di costringere questi ultimi ad allinearsi alle proprie posizioni. L’Iran ha reagito in nome della solidarietà con le comunità sciite in Medio oriente: il governo e la Presidenza Rohani hanno condannato l’esecuzione chiamando però alla calma per non compromettere la riapertura con i Paesi occidentali, mentre la Guida Suprema Kamenei ha minacciato gli al Saud di ritorsioni e i falchi del regime hanno attaccato l’ambasciata saudita a Teheran. La monarchia ha allora interrotto ogni legame diplomatico con l’Iran, seguita a ruota dai fedeli del Gulf Cooperation Council e del Sudan; condanne sono giunte anche dall’Egitto senza però conseguenze diplomatiche.

 

Sempre più alle strette dal punto di vista diplomatico, politico ed in parte economico, la monarchia saudita gioca la carta dell’escalation per costringere Paesi e forze politiche a prendere posizione nel conflitto contro l’Iran. Il pericolo di questa strategia è rappresentato dall’essere giocato in chiave religiosa-confessionale, dunque identitaria e non-negoziabile, in un momento storico in cui si aprono alcune opportunità di soluzione in Siria, Iraq, Libia e Yemen, per porre fine a conflitti armati che in nome di pretese identità omogenee hanno provocato massacri con centinaia di migliaia di morti. Questo è il costo umano dell’escalation politica su base confessionale. Questa è la trappola in cui speriamo il mondo non cada più di quanto non ha fatto finora.