Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La proporzionale e gli effetti sul sistema politico

Luca Tentoni - 25.03.2017
Emg la7 possibili alleanze

Ormai la legislatura è entrata nel suo ultimo anno di vita. A meno di grosse sorprese, si andrà a votare per il rinnovo di Camera e Senato con sistemi proporzionali non puri, ma quasi: le clausole di sbarramento per l'accesso alla ripartizione dei seggi e il lontanissimo premio di maggioranza per Montecitorio (per conseguire il quale servirebbe il 40% dei voti: una percentuale oggi inarrivabile per ogni partito o cartello elettorale) cambiano poco la sostanza della competizione. Si tratta di una novità assoluta nella storia della Seconda Repubblica. Sebbene una qualche forma di "gara" proporzionale si sia sempre mantenuta (nel 1994-2001 con la quota del 25% del Mattarellum e nel 2006-2013 con la ripartizione del 45% dei seggi - in ambito nazionale per la Camera e regionale per il Senato - fra i partiti e le coalizioni non vincitrici delle elezioni) l'offerta politica e del sistema di voto hanno prodotto una competizione fra due poli (nel 2013 tre e mezzo, con Scelta Civica più piccola di Centrosinistra, Centrodestra e M5S), vissuta a lungo "psicologicamente" dagli italiani come una scelta binaria. I partiti coalizzati, s'intende, hanno sempre mantenuto un approccio proporzionale o almeno "pro quota" nella definizione di candidature nei collegi uninominali, delle coalizioni e delle liste, però l'elettore medio non era troppo influenzato da questa configurazione plurale dei poli. Anzi: la definizione di coalizioni ampie e onnicomprensive (il culmine fu raggiunto nel 2006 quando Unione e CDL ebbero il 99% dei voti, in un'elezione perfettamente bipolare) vedeva nelle "sfumature" di proporzionale e nella pluralità dei simboli dei partiti alleati un modo per coprire tutto l'arco ideale delle preferenze riconducibili al campo dell'alleanza (nel centrosinistra, per esempio, si andava da Rifondazione a Mastella; nella CDL, dai centristi di Casini fino all'estrema destra, passando per Forza Italia e Lega). Scegliere una lista di partito era un modo per accentuare la tendenza (di centro o estrema) della coalizione. Ciò non voleva quasi mai dire, tuttavia, passare da un polo all'altro. Gli scambi - come dimostrano gli studi sui flussi - avvenivano in due elettorati divisi da una robusta diga. Nel 2013, però, non è stata quella diga a cedere, ma altri versanti di ciascun "lago coalizionale": così, i voti sono usciti da ciò che restava di CDL e Unione per confluire da un lato nell'astensione e dall'altro nel M5S. Questi ultimi due soggetti sono stati il luogo dell'osmosi, dell'incontro fra elettori delusi dal bipolarismo della Seconda Repubblica, ma anche "strumenti di drenaggio" che hanno in qualche modo sbloccato il sistema (aggirando la diga) però non l'hanno reso più efficace, frammentandolo ulteriormente. Che la diga fra centrodestra e centrosinistra abbia retto al cataclisma del 2013 è dimostrato dal fatto che ancora oggi i passaggi di voto dall'ex CDL all'ex centrosinistra sono marginali. Di più: alle comunali, se resta in lizza, poniamo, un esponente del Pd contro uno del M5S, l'elettore di destra vota per quest'ultimo oppure si astiene, sintomo che ciò che resta delle due "superpotenze" è ancora inconciliabile. Abbiamo scritto "è ancora", con tutte le riserve del caso, perchè la "rivoluzione proporzionale" potrebbe erodere le barriere, soprattutto fra partiti di frontiera. Una volta che l'elettorato avrà cominciato a percepire i partiti come allineati su due continuum (destra-sinistra; euro-anti euro) ci si guarderà intorno alla ricerca del second best rispetto al proprio partito preferito: stavolta la scelta potrebbe essere più ricca di alternative in confronto a quando la "cortina di ferro" divideva i due poli. Stavolta i partiti dovranno tornare ai tempi della Prima Repubblica: allora, in campagna elettorale, i nemici peggiori erano i soggetti politici con i quali ci si divideva un elettorato "di area", sapendo però molto bene che sui nuovi rapporti di forza si sarebbe costituita una nuova coalizione di governo (o, più spesso, un aggiornamento di quella uscente). Se i sistemi elettorali della Seconda Repubblica lasciavano poco spazio ai terzi poli, responsabilizzando i due soggetti maggiori e obbligandoli a presentare programmi e leadership ben definiti, fra poco non sarà più così. La stessa designazione dei "candidati premier" di ciascun partito sarà solo formale, perchè la scelta del nuovo presidente del Consiglio avverrà in seguito a negoziati fra più soggetti, al termine dei quali ognuno dovrà cedere su qualcosa (su Palazzo Chigi, sul programma, o su entrambi i fronti). Ci accorgeremo, finalmente, che la Costituzione non ha mai previsto l'elezione diretta del premier e del governo, ma che tutto è stato legato ad una consuetudine, peraltro disattesa nel centrosinistra (per rammentarne una: Prodi ha vinto le elezioni nel '96, ma dopo il suo governo ci sono stati altri due premier) anche se non nel centrodestra. A dirla tutta, non siamo mai stati simili ad altri paesi europei, perchè in realtà diverse dalla nostra c'è la consuetudine (o l’obbligo) di assegnare l'incarico di formare il governo al leader del partito più forte. Nel centrodestra il capo della coalizione e del partito maggiore erano la stessa persona (Berlusconi), quindi questa prassi è valsa, almeno per quel polo, ma nel centrosinistra non è stato così. Prodi era il leader della coalizione, non del partito più votato dell'alleanza (il Pds, nel 1996), così come Rutelli (Margherita, 2001). Persino ai tempi della Prima Repubblica, quando la Dc aveva automaticamente Palazzo Chigi per uno dei suoi esponenti (mai indicato durante la campagna elettorale come candidato alla presidenza del Consiglio), nel 1983 fu dato l'incarico al segretario del terzo partito italiano (il PSI): Craxi. Seguendo le prassi di altri paesi, il Quirinale avrebbe dovuto incaricare prima un democristiano, poi un comunista e solo dopo un socialista. Così sarà anche dopo le prossime elezioni: se il primo partito non avrà capacità di formare una coalizione o se il candidato premier non sarà gradito dai potenziali alleati, Mattarella assegnerà l'incarico ad un altro, perchè lo scopo del sistema istituzionale è assicurare un governo al Paese rispettoso dei rapporti di forza in Parlamento. La figura del "candidato premier" è poco più di un simulacro, insomma. Tornando alla competizione, c'è da osservare che se da un lato il sistema si "sbloccherà" (con i partiti ciascuno in corsa per proprio conto), dall'altro tenderà a bloccarsi per altre ragioni. La presenza di partiti anti-euro, per esempio, renderà pressochè impossibile formare governi che comprendano, per esempio, il Pd e la Lega, oppure il Pd e il M5S. Se, com'è probabile, lo scontro finirà per svolgersi sull'Europa e sull'euro, le forze pro UE di entrambi i vecchi poli (soprattutto Pd, centristi e FI) finiranno per considerare inevitabile una loro alleanza di governo dopo il voto, stante il fatto che una coalizione M5S-Lega-FdI potrebbe essere impraticabile per via dell'altro cleavage (destra-sinistra). Così, la competizione potrebbe creare due gruppi di partiti: quelli probabilmente esclusi dall'Esecutivo (una volta, il PCI e il MSI; oggi M5S, Lega e FdI), i quali potrebbero accentuare le loro istanze programmatiche anzichè attenuarle, non avendo (come l'UKIP inglese) l'onere di doverle trasformare in concrete realizzazioni di governo. In questo modo, creerebbero una forte spinta come quella impressa dalla Lega ai tempi della proposta di secessione, scavando un solco fra il proprio elettorato e quello dei partiti ipoteticamente più prossimi, spingendo questi ultimi a seguirli oppure ad arroccarsi, perdendo però voti "di frontiera". Dall'altra parte, avremo partiti costretti dalle circostanze ad allearsi dopo il voto, ma storicamente avversari e portatori di culture politiche diverse (Pd, FI). Questi soggetti, al contrario degli antisistema, saranno costretti a presentare programmi non troppo in contrasto fra loro (per non essere costretti a dietrofront dopo il voto) ma neppure troppo simili, perchè "competition is competition". Inoltre, potranno combattersi duramente in campagna elettorale, ma dovranno offrire ricette economiche e sociali realistiche, avendo qualche concreta probabilità di essere chiamati a governare il Paese. C'è poi la questione del "voto utile": data la quasi impossibilità di raggiungere il 40% dei voti, si avrà una diversa utilizzazione di questa espressione. Le forze maggiori la useranno per dire che dare il consenso ai partiti minori (che rischiano di finire sotto la soglia minima per avere seggi) è una follia; quelle più piccole, invece, soprattutto se "di sistema", osserveranno che la loro scomparsa dal Parlamento lascerebbe inutilizzati dei voti che invece, in caso di superamento della soglia, potrebbero assegnare al fronte pro-UE un - sia pur esiguo - numero di seggi sufficiente per governare. Sarà inoltre interessante verificare gli effetti della proporzionale sui potenziali astensionisti: alcuni elettori potrebbero non andare alle urne se percepissero l’imminenza di un governo di grande coalizione; altri, invece, potrebbero essere attratti dal fatto che i partiti affini o vicini (Pd e Mpd; FI e Lega) sono in concorrenza fra loro e che, dunque, l'offerta è diversificata (soprattutto per quanto riguarda i "diversi toni di rosso" della sinistra e del centrosinistra italiano).