Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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La "prima coorte" elettorale della Repubblica

Luca Tentoni - 18.03.2017
Repubblica italiana

C'è un segmento di elettorato che ha attraversato quasi mezzo secolo della storia repubblicana: quello di chi è nato nel decennio 1946-1955. La prima “coorte” ha caratteristiche particolari, diverse dalle generazioni precedenti e in buona parte anche dalle successive. Questi italiani si sono "socializzati" e sono entrati in contatto con la politica negli anni '60. Alcuni hanno vissuto attivamente il Sessantotto. Questa coorte ha fatto il suo ingresso nel "mercato elettorale" fra il 1968 (i soli nati nel 1946-1947: la maggiore età si conseguiva allora a 21 anni, abbassata a 18 anni nel '75) e il 1975 (regionali) - 1976 (politiche). Da subito, i "primi nati della Repubblica" si sono caratterizzati per un orientamento più laico e più di sinistra. Già nel 1972, un sondaggio (effettuato due anni prima del referendum) indicava che la percentuale dei "no" all'abolizione del divorzio (introdotto in Italia nel 1970) era intorno al 60% fra i nati nel decennio 1946-'55 (nostra rielaborazione dei dati di "Italia al voto. Le elezioni politiche della Repubblica", a cura di Luca Ricolfi, UTET 2012), mentre nell'intero campione era ancora al 44% (nel 1974, il 19 maggio, sarebbe finita 59,3 a 40,7 per il "no"). Nel passaggio fra le regionali del 1975 e le politiche del 1976 parte consistente di questa coorte andò a rafforzare l'elettorato del Pci. In quella occasione, la distanza fra democristiani e comunisti fu pari al 4,89% al Senato, scendendo però alla Camera al 4,26%. Il voto giovanile (o "voto differenziale": quello fra i 18 e i 25 anni, che interessava solo la metà più giovane della classe d’età che stiamo considerando) fu stimato al 37,7% per la Dc contro il 36,7% per il Pci (i democristiani, nel complesso dell'elettorato, ebbero il 38,95% al Senato e il 38,78% alla Camera, contro rispettivamente il 34,06% e 34,44% dei comunisti). Una delle caratteristiche di quella generazione di elettori era l'elevata mobilitazione politica: ancora nel 1985 (regionali) si stimava che l'astensionismo fosse notevolmente inferiore alla media nazionale (su 100 astenuti, 143 erano nati fra il 1946 e il 1955, ma - secondo la struttura della popolazione - avrebbero dovuto essere molti di più: 182; cfr. Dario Tuorto, "Apatia o protesta? L'astensionismo elettorale in Italia", Il Mulino, 2006), tanto che il non voto era stato appena del 7,5% sugli aventi diritto. Sedici anni dopo, nel 2001, l'elevata propensione al voto della coorte 1946-'55 si confermava (11,2% di astenuti alle politiche, contro il 18,6% nazionale complessivo). Questa tendenza si sarebbe poi attenuata col passare degli anni: infatti, un sondaggio Ipsos Public Affairs del 2016 sul referendum costituzionale del 4 dicembre (condotto fra il 15 novembre e il 2 dicembre), stabilisce intorno al 31-33% la percentuale di astenuti in quella fascia, a fronte del 31,5% nazionale. Sul piano delle scelte di voto politico, come si diceva, questa classe d'età ha sempre favorito (più o meno fortemente) i partiti di sinistra. Rielaborando i dati di un interessantissimo studio ("L'elettore sconosciuto. Analisi socioculturale e segmentazione degli orientamenti politici nel 1994", di Gabriele Calvi e Andrea Vannucci, Il Mulino, 1995) abbiamo osservato che alle elezioni del 1994 il solo partito di centrodestra a registrare un risultato di poco superiore alla percentuale ottenuta nel complesso dell'elettorato è Forza Italia (23% circa, contro il 21%). Al centro il PPI ha una lieve sovrarappresentazione nella coorte 1946-'55 (+1%) mentre il maggior vantaggio va a Pds e Rifondazione comunista (insieme al 31,3% in quella fascia di elettori, contro il 26,4% nazionale complessivo). Un quadro che non cambia troppo sette anni dopo, nel 2001, quando (cfr. "Perché ha vinto il centrodestra", Itanes, Il Mulino, 2001) Ds e Rc ottengono un surplus del 7,2% rispetto alla media nazionale, la Margherita un più 3,4% mentre Forza Italia si ferma quattro punti sotto il suo risultato complessivo. Nei rapporti di forza fra i poli, per quanto riguarda il voto maggioritario (col Mattarellum c'erano due schede per la Camera: una per il collegio, l'altra per le liste dei partiti) la CDL perde quasi il 5% nella coorte 1946-'55, mentre l'Ulivo guadagna altrettanto, fino a capovolgere i rapporti di forza, sfiorando la maggioranza assoluta dei suffragi. Col passare del tempo si arriva alle ultime elezioni politiche (2013), che fanno registrare sorprese e conferme, come emerge da una nostra rielaborazione dei dati contenuti in una ricerca Itanes ("Voto amaro", Il Mulino, 2013): nella classe 1946-'55 il Pd ottiene circa il 4% dei voti in più rispetto alla media (5,7% nel 2001 - Ds), mentre - a sorpresa - anche il Pdl ha un risultato di tre punti e mezzo superiore. A farne le spese è il M5S, che in questa classe ha circa il 10% in meno dei voti in confronto alla percentuale nazionale (si ferma poco oltre il 15%). Infine, si arriva al referendum costituzionale del 2016. Anche qui, i primi "ragazzi della Repubblica" non si allineano col resto della popolazione: mentre il "no" ottiene il 60% dei voti, loro gli attribuiscono una percentuale che varia - a seconda delle stime - fra il 51 e il 53% (nostre rielaborazioni su dati Demos&Pi e Ipsos pubblicati fra dicembre 2016 e inizio 2017). La nostra analisi, pur con tutti i non trascurabili limiti tecnici che abbiamo incontrato, ci restituisce però, a grandi linee, una tendenza evidente: i nati fra il 1946 e il 1955 (oggi 60-70enni) hanno conservato un po' del loro "imprinting" politico degli anni di formazione, pur adattando il voto all'offerta politica, alla contingenza socio-economica, favorendo tuttavia in particolar modo la sinistra (prima il Pci, poi l'Ulivo, oggi il Pd: di qui la maggior adesione all'invito di Renzi al voto per sostenere la riforma costituzionale).