Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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La guerra dello sport

Nicola Melloni * - 10.09.2016
Yulia Efimova

Dire che lo sport sia un campo di battaglia tra nazioni rivali e interessi spesso divergenti è una considerazione quasi banale. Due sono gli aspetti prettamente politici – e dunque, contesi – legati al mondo sportivo. Da una parte, dal punto di vista organizzativo, abbiamo a che fare con centri di potere in grado di muovere quantità di denaro notevoli ed avere un peso assai  rilevante nel delineare la geografia politica e l’organizzazione sociale ed economica – basti pensare allo sfarzo e ai soldi spesi per le Olimpiadi di Pechino e Sochi. Dall’altra, per quanto riguarda la competizione sportiva vera e propria, questa è, dalla notte dei tempi, una proxy, non violenta per fortuna, della guerra – i meno giovani ricordano sicuramente le sfide all’ultimo sangue tra USA ed URSS, compresi i boicottaggi incrociati. Stiamo dunque parlando di soft power, prestigio internazionale e domestico, controllo su un ramo sempre più importante della global governance.

Questo prologo è indispensabile per capir meglio ciò che sta accadendo ultimamente nel panorama sportivo internazionale – dall’inchiesta sulla corruzione che ha scosso la FIFA allo scandalo doping che ha decimato la spedizione russa a Rio.

Il primo istinto ci porterebbe a derubricare tutto ad ordinaria amministrazione: chi potrebbe mai dubitare della corruzione dei vertici della FIFA? O del ricorso sistematico al doping in varie discipline dello sport russo? Eppure la politica fa inevitabilmente capolino dietro verità tanto ovvie.

Come fece notare a suo tempo Branko Milanovic, la governance della FIFA è, da una parte, sicuramente legata al ladrocinio sistematico ma, allo stesso tempo, ad una globalizzazione – e se vogliamo, democratizzazione – del calcio internazionale. Il pallone è uscito da Europa ed America Latina anche grazie allo sforzo di Blatter che lo ha portato in Asia ed in Africa – le cui delegazioni, in un grande scambio di natura clientelare, garantivano il potere quasi assoluto dello stesso Blatter. Un sistema corrotto ma che ha certo avuto successo – e soprattutto ha messo in discussione il predominio dell’Occidente sul calcio – e su tutto il giro di potere e denaro ad esso legato.

Quanto alla squalifica per doping della Russia, si fa fatica a credere che sia solo una coincidenza che questa avvenga nel momento in cui le relazioni tra America e Russia sono al loro livello più basso dalla fine dell’URSS. La psicosi russa sembra farla da padrone a Washington, soprattutto tra i Democratici che continuano ad accusare neanche troppo velatamente Trump e i suoi uomini di essere al servizio del Cremlino – una campagna che, tra tutti i possibili motivi per attaccare Trump, sceglie senza dubbio il più ridicolo e assurdo.

Putin e Blatter – che, incidentalmente, ha contribuito in maniera decisiva a far portare il prossimo Mondiale proprio a Mosca – sono due personaggi facili da detestare, doping e corruzione – che non sono in discussione – sono due ottimi argomenti su cui far leva per scatenare l’indignazione globale. Senonché l’impressione è che sia la strumentalizzazione a farla da padrone: da una parte si  deciso di fare di tutta l’erba un fascio, squalificando atleti mai risultati dopati solo perché russi – sotto accusa non erano gli atleti ma un controllo anti-doping inesistente; dall’altra, tanti sono stati gli ex-dopati a correre e pure a vincere medaglie. Anche tra questi però è stata la bandiera a decretare la purezza e la simpatia:  Yulia Efimova,  nuotatrice russa in passato pizzicata “positiva” ai controlli anti-doping è stata oggetto di una feroce campagna mediatica, mentre nulla o quasi si è detto sul passato di dopato di Gatlin, americano e argento olimpico sui 100 dietro a Bolt. Le somiglianze con la Guerra Fredda non possono sfuggire: si è sempre sottolineato come le vittorie olimpiche della DDR fossero frutto di sostanze illegali – chiudendo convenientemente uno e forse anche due occhi sulle rivelazioni sul doping di massa degli atleti americani a Los Angeles 84, e non solo. Senza pensare a quel doping politico e a quelle mazzette legali che portano gli Stati più ricchi a comprare campioni altrove – normalmente nei paesi poveri – e a cambiargli in fretta e furia il passaporto.

Tutto giusto e tutto lecito, ma non nascondiamoci dietro parole neutre come corruzione, doping e soprattutto sport. Si tratta di politica.

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto