Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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La famiglia ONU: un peso o una risorsa per la comunità internazionale?

Miriam Rossi * - 16.10.2014
Virus Ebola

Il 16 settembre scorso David Nabarro, l’Inviato Speciale ONU per l’Ebola, ricordava in conferenza stampa che “la richiesta di 100 milioni di dollari di un mese fa è ora salita a 1 miliardo, ed è quindi decuplicata in un solo mese”. È la cifra a cui è stata valutata la “richiesta di riscatto” dell’intera comunità internazionale da un virus che in quasi 7 mesi ha fatto più di 4.000 vittime e che non è stato affatto circoscritto, come i casi registrati a Madrid e a Dallas testimoniano. Esattamente a un mese di distanza da quell’affermazione, chissà a quanto ammontano oggi i fondi calcolati per far fronte all’emergenza globale?

È in rapporto a situazioni di questo genere che ci si domanda se occorra giungere dinanzi all’abisso di una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, come è stata definita l’epidemia di ebola dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per adottare provvedimenti che consentano di affermare quella “libertà dalla paura” di memoria rooseveltiana e scongiurare l’alto numero di vittime che ogni crisi porta con sé. Di qualsiasi genere essa sia: intensi flussi migratori, allarmi terroristici, disastri ambientali e calamità naturali, protezione dei beni storici e artistici, guerre civili e genocidi. Sembra quasi che ancora manchi la percezione di un partenariato globale, un’esigenza individuata dall’ottavo dei noti Obiettivi di Sviluppo del Millennio “per salvare le future generazioni da ogni flagello”, parafrasando la Carta ONU, o più semplicemente per garantire la dignità di ciascun essere umano. Non di rado l’invocazione dell’aiuto o dell’intervento internazionale da parte di uno Stato membro dell’ONU in un momento di difficoltà convive contraddittoriamente con la proibizione di ingerenza dell’Organizzazione stessa in altre questioni ritenute di stretta competenza dello Stato o con il mancato contributo al budget societario. Una scelta quest’ultima spesso condivisa da amministrazioni politiche e opinioni pubbliche perché, si sa, uno dei luoghi comuni sempre in voga è che le organizzazioni internazionali non siano altro che burocrazie soffocanti, strapagate e per di più inutili. A maggior ragione, negli ultimi anni di crisi economica politiche miopi e tese a liberare immediatamente fondi hanno indotto numerosi Stati occidentali a ridurre le proprie quote all’ONU. Appare dunque davvero semplicistico attribuire alla grande famiglia ONU le responsabilità dell’assenza di risposte quando questi Fondi, Organizzazioni e Agenzie Specializzate sono puntualmente ridotti dagli Stati membri all’immobilità, per ragioni di ordine politico, strategico o economico.

Un esempio recente è stato proprio il contagio del virus ebola che ha portato allo scoperto i limiti di intervento, oltre che di coordinamento, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un’incapacità attribuita dalla stessa direttrice dell’OMS, Margaret Chan, a una forte riduzione del budget a disposizione dell’Agenzia Specializzata e dunque a una scelta strategica di ridurre un settore quale quello delle epidemie su vasta scala ritenuto meno interessante dai principali donatori dell’Organizzazione. I quasi 4 miliardi di dollari dell’intero budget biennale non sono affatto sufficienti a coprire un piano di cura e di contenimento del virus, e di certo poco efficaci risultano ora gli stanziamenti straordinari di diversi Paesi destinati a scongiurare una pandemia mondiale.

In relazione all’inefficacia dell’azione internazionale, il primo ottobre scorso si è fatta sentire anche la voce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), António Guterres, che ha ricordato quanto le nuove crisi in Medio Oriente e nel continente africano, e il perdurare di numerosi conflitti irrisolti stiano gravando sul sistema umanitario globale che fa perno proprio sull’UNHCR. All’inizio dell’estate la stampa internazionale aveva diramato i dati resi noti dall’Alto Commissariato secondo cui i rifugiati nel mondo avevano superato i 51 milioni di persone; un numero mai registrato dai tempi del secondo dopoguerra che aveva suscitato profonda commozione ma uno scarso intervento a seguito. Perché secondo Guterres anche i finanziamenti all’UNHCR, seppur crescenti (nel 2013 avevano raggiunto la quota record di 22 miliardi di dollari), non consentono comunque di tenere il passo con le crescenti necessità evidenziate dai massicci flussi migratori.

Sottoposta a periodici scherni per la sua lista di patrimoni, che si configura più come un elenco di titoli onorifici che di concreti sovvenzionamenti ai beni inestimabili per l’umanità, l’UNESCO è addirittura sull’orlo del collasso finanziario dopo la decisione degli Stati Uniti di bloccare il proprio finanziamento in seguito all’ammissione nel 2011 della Palestina. Una nota che non può di certo far dimenticare come circa un quinto dell’intero budget societario sia costantemente coperto dagli Stati Uniti, con evidenti rischi nel caso in cui questa disponibilità venisse a mancare o, come il caso UNESCO insegna, venissero posti condizionamenti all’attività dell’Organizzazione.

Un rischio che l’intera comunità internazionale non può permettersi di correre perché, che ce ne sia o meno la consapevolezza, c’è bisogno di una gestione globale di processi e dinamiche le cui conseguenze si ripercuotono inesorabilmente sulla stessa comunità.

 

 

 

* Redattrice di Unimondo e Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali