Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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L’Europa dell’integrazione: lotta alle discriminazioni attraverso la Biblioteca Vivente, uno strumento di dialogo interculturale.

Elisa Magnani * - 27.07.2016
La Biblioteca Vivente

In una Europa che professa il proprio impegno verso l’integrazione, la lotta al razzismo e la pacifica convivenza dei popoli all’interno dei propri confini - secondo quanto stabilito nei documenti costitutivi della stessa Unione e ribadito in ogni suo atto successivo, non da ultimo il “Libro bianco sul dialogo interculturale” del 2008 - la questione dell’accoglienza e dell’accettazione dell’Altro è ancora oggi critica e messa in discussione sempre più dall’arrivo di immigrati poveri e bisognosi, dalla convivenza con pratiche culturali sconosciute e spesso incomprensibili, e dall’infittirsi di episodi terroristici, fatti che sfidano le sicurezze socioeconomiche del vecchio continente.

Lotta ai pregiudizi, integrazione sociale e dialogo interculturale sono temi molto dibattuti in ambito sociologico e politico, sia a livello teorico sia a livello applicativo, da parte dell’amministrazione europea e a cascata dalle diverse unità territoriali che costituiscono l’Unione, soprattutto come conseguenza delle pratiche globalizzanti che portano sempre più alla mescolanza di persone e idee.

Tra le esperienze finalizzate a promuovere un’Europa rispettosa dell’alterità, di qualunque tipo essa sia, che dialoga con le culture e sostiene una visione di pacifica convivenza tra esse, coniugando un approccio teorico a una presenza concreta sul territorio, una in particolare viene qui presentata, la Biblioteca Vivente.

Nata come esperienza territoriale finalizzata a rispondere a un attacco omofobo, la Biblioteca Vivente è divenuta da ormai più di un decennio un esempio di buona pratica in ambito di integrazione e dialogo fra le culture, riconosciuta da parte del Consiglio d’Europa nell’ambito della formazione dei giovani alla buona cittadinanza europea.

La Biblioteca Vivente venne proposta per la prima volta nel 2000 al Roskilde Festival, a Copenaghen, grazie all’intuizione della Ong giovanile “Stop the Violence”, che ideò questa metodologia di dialogo per far fronte a un’aggressione omofoba, promuovendo la cultura della non violenza e decidendo di sensibilizzare la popolazione contro le discriminazioni. Lo slogan scelto fu “Don’t judge a book by its cover”, diventato poi la bandiera di tutte le successive biblioteche viventi a livello mondiale, nonché titolo di un manuale per l’organizzazione di biblioteche viventi realizzato e promosso dal Consiglio d’Europa nel 2005.

L’iniziativa ebbe infatti un successo insperato, tanto che da lì a poco tempo l’evento venne replicato in diversi altri paesi e città, tra cui Budapest, dove venne realizzata dallo European Ministry of Youth, Family, Social Affairs and Equal Opportunities, per celebrare il decimo anniversario della nascita dell’European Youth Centre di Budapest. Questo portò la Biblioteca Vivente a divenire uno strumento di lavoro del Consiglio d’Europa, all’interno del programma di educazione ai diritti umani e di lotta alle discriminazioni.

Dopo questa consacrazione istituzionale, sempre più realtà locali in Europa e nel Mondo decisero di adottare la Biblioteca Vivente come strategia di educazione alla buona cittadinanza, tra cui, a partire dal 2007, anche l’Italia, in cui oggi sono attivi diversi gruppi più o meno istituzionalizzati, che la organizzano.

La Biblioteca Vivente è una vera e propria biblioteca con lettori, bibliotecari e un catalogo di titoli, in cui però i libri sono persone in carne e ossa che si mettono a disposizione dei lettori per raccontare la propria vita, spesso caratterizzata da esperienze di minoranza e discriminazione, offrendo un’occasione per abbattere i pregiudizi basati anche sulla non conoscenza dell’altro. La Biblioteca Vivente si configura solitamente come un evento dentro a un evento (più grande, che richiama visitatori), e aspira a sensibilizzare al tema delle discriminazioni un pubblico sempre più vasto, al fine di promuovere, attraverso e il dialogo con l’Altro, una riflessione sulla diversità e sull’integrazione.

Le basi teoriche di questa metodologia di dialogo pacifico si collegano al concetto di stereotipo, una rappresentazione della realtà semplificata, relativa a una categoria di persone o luoghi, che consente di attribuire a quel determinato individuo o luogo una caratteristica che si considera comune a tutti i membri del gruppo. Nonostante gli stereotipi siano resistenti al cambiamento, in quanto protetti da vari processi cognitivi, comportamentali e linguistici, vi sono casi in cui un cambiamento può avvenire: se le informazioni che lo contraddicono sono numerose e convincenti, se ci si imbatte in membri dell’outgroup con numerose caratteristiche che negano lo stereotipo, se gli atteggiamenti che smentiscono lo stereotipo sono molteplici o addirittura comuni a tutti i membri dell’altro gruppo, se si ha, infine, un contatto personale. Quest’ultimo caso - l’ipotesi del contatto - costituisce proprio la base teorica della metodologia della Biblioteca Vivente: conoscere personalmente i membri dell’outgroup permette di considerarli come essere umani a se stanti e non come membri di un gruppo omogeneo.

Tra i sostenitori di questa proposta, oltre al Consiglio d’Europa, va ricordata la Human Library Association (http://humanlibrary.org/), un network di organizzatori di tutta Europa, che fa capo al gruppo originario che diede vita alla prima Biblioteca Vivente a Copenaghen; in Italia sono presenti numerosi gruppi più o meno formalizzati, tra i quali l’Associazione Biblioteca Vivente Bologna (http://www.bvbo.it/), alcuni dei quali collegati in un network italiano che aspira a diffondere sul territorio nazionale questo strumento di dialogo e di educazione alla diversità.

I processi globalizzanti che interessano il pianeta dalla fine del XX secolo, caratterizzati dalla crescente presenza di fenomeni di trans-nazionalità - ideologica, religiosa, politica, economica - inducono cambiamenti di tipo economico, demografico e socio-culturale, portando evidentemente instabilità nel mondo intero, e in Europa nel caso specifico. In questo contesto, la creazione di stereotipi, sostenuta anche dai media - i quali, con il loro linguaggio semplicistico, ne alimentano la diffusione al fine di semplificare la comprensione dei fatti - potrebbe trasformarsi in un’occasione per alimentare forme estreme di pregiudizio, discriminazione e xenofobia, che potrebbero minare la pacifica coesistenza tra i popoli.

La metodologia della biblioteca vivente offre allora uno strumento partecipativo di governance territoriale nell’ambito della promozione di pratiche di integrazione, rispetto e dialogo di pace, finalizzate all’obiettivi di creare un’Europa “unita nella diversità”.

 

 

 

* Professore associato di Geografia presso l’Università di Bologna