Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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È l’estrema speranza delle sinistre: la normalizzazione di Trump. Ma è un’illusione e la degenerazione autoritaria è un rischio possibile

Omar Bellicini * - 28.01.2017
Donald Trump

Ha l’abito sobrio del buonsenso e danza, con l’eleganza delle nozioni implicite, sul filo degli editoriali e tra le linee oblique dei dibattiti: Donald Trump, ereditiere da copertina, personaggio televisivo “sopra le righe”, protagonista inatteso della campagna presidenziale 2016, nonché 45esimo “Commander in chief” degli Stati Uniti d’America, sotterrerà ben presto l’acciarino per adottare gli strumenti rassicuranti della pratica istituzionale. Insomma: come tanti prima di lui, nato piromane si scoprirà improvvisamente pompiere. Detta in termini meno edificanti: eviterà accuratamente di fare ciò che ha promesso in campagna elettorale, fagocitato dalle logiche normalizzanti della burocrazia di toga e di palazzo. È questa l’idea più in voga fra i liberal americani sconfitti e gli attoniti socialdemocratici europei. Da politico, al termine della tradizionale caccia al voto, si appiattirà sulla ragion di Stato. È un’interpretazione che si regge sulla forza dell’abitudine, e a nulla sono valsi i primi ordini esecutivi emanati, che vanno dallo stop al finanziamento dei gruppi abortisti fino al via libera alla costruzione della “grande muraglia” al confine col Messico. Solo provocazioni. Solo stratagemmi di un uomo d’affari che sa perfettamente come alzare la posta al tavolo delle trattative, interne e estere. Non hanno capito il carattere dell'uomo, e questa è solo una favola consolatoria. Non hanno udito il monito di un osservatore, esperto di vicende umane, come Indro Montanelli, che in contesti non del tutto diversi metteva in guardia: «In politica, prima ancora delle idee, presto attenzione alle attitudini». E chi può mettere in dubbio che Donald Trump sia lontano dal presentare «attitudini» comuni? Chi sosterrebbe, in buona fede, che non appaia megalomane, narcisista e verbalmente violento in ogni sua manifestazione pubblica? C’è di che preoccuparsi. Quanto alla dimensione puramente politica, per carità, la fedeltà al programma sarebbe anche una buona notizia, se non fosse per un dettaglio: che ci troviamo di fronte a un serio disegno oscurantista, isolazionista e ipernazionalista. Molti saranno contenti. Di certo, lo sarà l'inquilino del Cremlino, che con i suoi hacker tenta di minare le democrazie (che lo hanno sanzionato) dall'interno, facendo leva sulla diffusione di notizie false, che destabilizzano i cittadini-elettori, indebolendo il rapporto con la realtà; alimentando paure irrazionali, che spingono un numero sempre più alto di persone nella rete dei populismi. È la famosa post-verità, che spesso reca, nel retro, il marchio “made in Russia”. Il principio è più o meno questo: se non si può credere in nulla, ognuno pensi per sé. Così, i legami sociali saltano e l'ombra dei nemici, veri o presunti, si ingigantisce. Fino a diventare opprimente. Fino a guidare la mano nell’urna. Ed ecco i Trump. Certo, la creatura del signor Vladimir Putin potrebbe facilmente ritorcerglisi contro, come un Frankenstein della politica. Ma questa è un’altra storia. È più interessante capire come siamo giunti a questo punto. Come sia possibile che democrazie strutturate prestino il fianco così facilmente alle manipolazioni. Si parla spesso di crisi, ma cos’è in fin dei conti? È tante cose, e questa è una parte fondamentale del problema: la complessità. Prima di tutto, la crisi delle democrazie occidentali è crisi delle formazioni democratiche: i partiti non sono più in grado di filtrare il consenso e dare effettività alla rappresentanza. Non sono più partiti autenticamente di massa: e questo costituisce un enorme balzo indietro rispetto al loro processo di radicamento, iniziato nel XIX° secolo e perfezionato nel XX°. Peraltro, il tramonto dei partiti non sta lasciando spazio a un percorso di maggiore partecipazione democratica. Di assunzione diretta delle responsabilità pubbliche. Anche laddove forme inedite di consultazione (come il voto online) sembrano aprire nuovi spazi di condivisione, la gestione dei movimenti che ne fanno uso viene guidata dall’alto. La volontà popolare, in apparenza forte, ma non sostenuta da una partecipazione continuativa al potere (precondizione per il suo esercizio effettivo), viene limitata all’adesione a schemi preimpostati ed eterodiretti. È il vecchio meccanismo del plebiscito, che non è mai stato un’assicurazione di democraticità. Oltre a questo, c’è dell’altro. Una crisi “di scala” dovuta alla globalizzazione: le grandi scelte economiche, ormai transnazionali, sfuggono al controllo dei singoli governi, che non hanno vissuto un iter di integrazione pari a quello della finanza, e appaiono dunque impotenti. L'Unione europea, per anni cornice di garanzia di un contesto liberal-democratico, di fatto non esiste più. Come non esiste più il policentrismo decisionale inaugurato da Clinton negli anni '90, di cui l'ONU, un relitto affossato dai veti incrociati, era il perno. Come se non bastasse, è in atto una profonda crisi culturale: il naufragio delle solide ideologie novecentesche ha lasciato un vuoto che non è stato ancora colmato. La disillusione ha riportato in auge un radicale individualismo, ed è difficile, in assenza di nuovi modelli, avvertire un senso di comunità di cui non si percepisce lo scopo. Infine, ma non da ultimo, si sta sgretolando anche l’ultimo sistema di pensiero sopravvissuto al Vecchio secolo: il capitalismo. Ritenuto, ancor’oggi, un “fatto di natura”, ma anch’esso fondamentalmente un’ideologia, sta presentando il conto della sua concezione esasperata: una sempre più forte disuguaglianza sociale, che sfocia in forme di risentimento pericolose. Va detto senza troppe cerimonie: il fascismo è dietro l’angolo. È difficile da credere, e può sembrare una provocazione. Per troppi anni le parole sono state abusate, svuotate senza ritegno: «È una minaccia per la democrazia!», «sono fascisti!». Di minacce e di fascisti non c’era traccia. Al lupo! Al lupo! E poi chi si cura più, se il lupo arriva davvero? È un mondo in cui mancano i riferimenti, ed è proprio in simili fasi di confusione che si sente la necessità di affidarsi a qualcuno, possibilmente a un «uomo forte». Si torna a invocare «personalità carismatiche, dispensate dall’obbligo di giustificare i propri comportamenti sul piano razionale e legale», per citare Max Weber. Si cerca un assetto di potere in cui il capo «faccia quel che dice», senza i malintesi e i tradimenti che derivano dal compromesso democratico, dalle trattative che favoriscono un sentore di complotto. Sospetto, individualismo, crisi di sistema, leader con personalità borderline: cos’è tutto questo se non una progressiva discesa verso il fascismo? Forse, questi nuovi capi di stato e di governo otterranno qualche successo economico, come li aveva ottenuti Hitler, che attraverso l'economia di guerra aveva trovato una soluzione tampone agli sbandamenti monetari della Repubblica di Weimar. Guadagneranno consenso, finché non arriveranno le risposte vere: quelle di lungo periodo. Quelle che arrivano inesorabilmente troppo tardi. Lo abbiamo già vissuto. Ma non abbiamo capito che il vecchio fascismo, non rappresentava la “fine della storia”. Non abbiamo capito che i principi di libertà non sono mai una realtà acquisita, e che per essi bisogna operare con costanza. Dopo l’eccesso di impegno degli anni '70, è arrivato il reflusso, il disimpegno e il cinismo. Ci siamo ancora dentro. Parlarne è quasi inutile, perché travolti dalla quotidianità non presteremo attenzione agli avvertimenti. Pubblicheremo qualche post, o poco più. Nell'incertezza, si sceglie sempre l'abitudine. Per fortuna, non sarà così per sempre: storicamente parlando, tutto sembra eterno, ma nulla lo è.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.