Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La cultura sportiva in Italia. Tra vittorie, scommesse e complottismo.

Claudio Ferlan - 17.09.2015
Vittoria italiana nel tennis Us Open

sport sulle pagine dei quotidiani e nei titoli dei notiziari.

Sabato 12 settembre hanno guadagnato le nove colonne la duplice vittoria di Roberta Vinci e Flavia Pennetta nelle semifinali degli US Open di tennis prima e poi il trionfo di Fabio Aru al Giro ciclistico di Spagna (la Vuelta), arrivato all’ultimo respiro quando ormai erano in pochi a crederlo possibile.

 

Scommettiamo?

 

La finale tutta italiana di New York, prima nella storia nel tennis di certi livelli, ha scomodato anche Matteo Renzi, arrivato negli States tra mille polemiche. Con la verve dialettica che nessuno gli può negare, il premier ha evidenziato come di fronte a una partita di calcio il suo gesto non avrebbe creato tanto rumore. Probabile che abbia ragione. Roberta Vinci, poi sconfitta in finale, ha centrato l’impresa della vita superando in semifinale Serena Williams, fino a quel momentopraticamente imbattibile nel corso dell’intero anno. Quali fossero le aspettative dell’incontro lo dimostrano le quote di certi bookmaker statunitensi, che davano la vittoria di Roberta Vinci 300 contro uno. Cioè a dire, punto un dollaro su di lei e ne vinco 300. E si sa che gli allibratori se ne intendono, dato che con le scommesse si guadagnano da vivere. Ma sfogliamo le pagine dei giornali italiani, specie quelli online aperti ai commenti del popolo degli appassionati. Scopriamo che Serena Williams era arrivata alla semifinale battendo nel turno precedente la sorella Venus e che i pareri espressi da molti giornalisti e dalla stragrande maggioranza dei commentatori d’occasione era: Venus lascerà vincere Serena. Serena ha davvero vinto, ma del resto non è poi così fuori dalla logica che la numero uno al mondo possa battere la ventitré. Ma si sa, tormentati da partite vendute, risultati accomodati e scommesse clandestine, gli appassionati italiani ormai fanno fatica a credere alla realtà dei risultati. Perché nel calcio la magistratura ha sentenziato che diversi campionati sono stati – diciamo così – ammaestrati. E non sono storie passate: correva la stagione 2014/2015 quando il presidente di una squadra di serie B si è comprato un po’ di partite per evitare la retrocessione. E se qualcuno compra, qualcun altro vende. Perché nel tennis abbiamo due giocatori professionisti radiati: addomesticavano le partite da loro stessi giocate. Perché è meglio non aprirele pratiche ciclismo e atletica leggera, altrimenti rischieremo di parlare più di farmacologia che di sport. Per quanta fiducia nella magistratura si possa avere – e chi scrive ne ha – esiste il fondato timore che quanto si scopre proprio tutto non sia.

 

Complotto! Complotto!

 

In questi giorni la nazionale di basket sta giocando i Campionati Europei. Una volta superato il primo turno, si sono avute delle ore libere per pensare a chi sarebbe stato il prossimo avversario. Le opzioni erano Francia (più forte, favorita del torneo anche perché gioca in casa) o Israele. Anche qui i commentatori d’occasione si sono scatenati: i siti specializzati erano ricchi di certezze di opinionisti sentenzianti che la Francia avrebbe perso appositamente per incontrare l’Italia. I motivi di una scelta del genere sfuggivano a qualsiasi logica, ma era troppo difficile credere che le cose sarebbero andate ragionevolmente. L’italiano doveva essere raggirato! Era piuttosto chiaro che per i cugini d’oltralpe era molto meglio vincere. Di fronte all’evidenza dei fatti la mia imprudenza mi ha spinto a chiedere conto del perché del presunto complotto: il sedicente giornalismo online lo consente. Le risposte ricevute mi hanno convinto della bontà di quella semplice tesi psicologica che dice: Se sei convinto di qualcosa potrai pure addomesticare la realtà pur di far quadrare un cerchio che non quadra. La Francia poi ha vinto, ça va sans dire.

 

Che succede dunque? A noi italiani appassionati di sport “hanno rubato l’anima”, come ebbe a dire un famoso dirigente calcistico colto con le mani nel sacco? O magari non l’abbiamo mai avuta? Forse è la seconda risposta quella che vale. Per due ragioni.

Davanti a una lunga esperienza tra i campi di svariati sport è inevitabile constatare che fin dall’età del pannolino italiane e italiani sono educati all’agonismo senza freni, che patologicamente e quasi inevitabilmente sfocia nel fare qualsiasi cosa pur di vincere. E prima di fare qualsiasi cosa bisogna pure pensarla. Appartiene ad altre culture credere che lo sport possa essere paragonato a una forma d’arte, pensare che lo spettatore possa godersi l’eleganza dei gesti e che il risultato sia sì importante ma non l’unica cosa per cui vale la pena vivere.

E il complotto? In questo caso serve chiamare in causa anche la Mente Politica, intesa come quella sfiducia nelle istituzioni, preventiva e diffusa, che pervade buona parte dell’elettorato italiano. Non è mai come la raccontano, se qualcuno fa qualcosa è perché c’è un tornaconto, o perché ha incassato una tangente. Lo spettatore, o il cittadino, finisce inevitabilmente con l’essere ingannato.

Servirebbe un cambio di paradigma. Ma tutto lascia credere che non siamo affatto pronti. E allora mettiamoci davanti alla tv, nell’attesa di discutere se il prossimo fuorigioco c’era davvero.