Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il voto radicale

Nicola Melloni * - 01.07.2017
Jeremy Corbyn

I risultati delle recenti elezioni inglesi meritano qualche riflessione. Come sottolineato da quasi tutti i commentatori, il grande vincitore (politico e morale, anche se non elettorale) della tornata è stato Jeremy Corbyn. Dopo quasi due decenni di arretramento il Labour ha fatto un significativo balzo in avanti, passando dal 30 al 40%, ritornando ai livelli pre-guerra in Iraq, un risultato superato negli ultimi trent’anni solo dal primo Blair nel 1997.

Eppure, durante i 2 anni della sua segreteria e fino a poco più di un mese fa, Corbyn era dato per spacciato, il distacco dai Conservatori rischiava di essere di oltre 20 punti, il suo stesso partito era in costante rivolta contro il segretario. Come si spiega dunque il successo del Labour?

C’è chi sostiene sia stato l’effetto degli attentati di Manchester e Londra. E chi attribuisce le colpe a Theresa May, la cui campagna elettorale è stata timida, impacciata, inadatta. Per quanto questi elementi abbiano un fondo di verità, non raccolgono in pieno la novità rappresentata da queste elezioni: non sono stati i Conservatori a perdere le elezioni – in fondo questi ultimi hanno aumentato i propri voti – quanto piuttosto il Labour a vincerle.

 

I motivi di questo successo van ricercati proprio in quello che i commentatori giudicavano la debolezza di Corbyn, ossia la sua radicalità. Come noto, gli ultimi tre decenni sono stati caratterizzati da una graduale ma all’apparenza inesorabile convergenza al centro, una tendenza incarnata alla perfezione proprio dal New Labour di Blair e Giddens. Quel quadro politico era il risultato di una struttura economica imperniata su crescita, terziarizzazione post-industriale ed espansione del credito che rendeva centrale il ruolo di una middle-class generica e che sembrava assorbire sempre più la working class; e, seguendo questa lettura socio-economica, ne conseguiva che, in termini di politica elettorale, era possibile vincere solo conquistando il voto dell’elettore mediano. La società post-crisi è drasticamente differente: diseguaglianza rampante, polarizzazione del reddito e della ricchezza, impoverimento (proletarizzazione, si sarebbe detto una volta) della classe media. Sono questi gli elementi di riferimento per capire la radicalizzazione politica che ha portato al successo di Trump e alla vittoria della Brexit – e al disfacimento di sistemi politici una volta considerati stabili come quello spagnolo e francese, dove i partiti tradizionali hanno dimezzato il loro consenso. Il nodo è dunque divenuto la rappresentanza degli strati più poveri della popolazione e di quelli che hanno perso di più durante la crisi economica. Gruppi sociali non sempre omogenei, ma uniti da sentimenti di frustrazione e rabbia (verso l’establishment, verso l’Europa, verso i migranti) e da una profonda sfiducia nella politica “mainstream” che non ne rappresenta i bisogni. I partiti più colpiti sono stati quelli socialisti, quasi spariti in Grecia, Olanda e Francia, perché visti come incapaci di proporre una alternativa per gli strati sociali che – a parole – dicono di voler rappresentare. Molti di quei voti hanno dato slancio a nuovi movimenti politici “populisti” di sinistra (da Syriza a Podemos a France Insoumise), ma hanno anche aumentato le file dell’astensione e si sono altrettanto spesso riversati verso partiti politici di destra – il FN, lo UKIP, etc.

 

In questo contesto, il voto inglese rappresenta una novità di indubbio rilievo. Da una parte, Corbyn ha abbandonato il centrismo del New Labour, rompendo il tabù secondo il quale fare campagna elettorale per un innalzamento della pressione fiscale (dei redditi alti) avrebbe messo in fuga gli elettori, mostrando che le elezioni ormai non si vincono più necessariamente al centro. Come ha scritto l’Economist, l’era di Blair è davvero finita con le elezioni legislative dell’8 Giugno.

Dall’altra, con un manifesto elettorale che puntava su welfare state e nazionalizzazioni, il Labour non ha solo fatto piazza pulita a sinistra (riprendendo i voti in libera uscita che erano confluiti verso i Lib-Dem, i Verdi, e soprattutto l’astensione) ma, soprattutto, ha riconquistato una parte sostanziale dei voti passati allo UKIP – e che gli analisti tendevano ad attribuire ai Tories senza troppe remore. Il voto all’avversario si può recuperare radicalizzando la proposta politica invece che convergendo al centro: una vera e propria inversione del teorema dell’elettore mediano.  

Facendo leva sul discontento di massa, i Laburisti  sono riusciti a mobilitare gli elettori delusi della sinistra, hanno pescato voti nelle zone operaie ed in quelle a più alto disagio sociale e, soprattutto, hanno vinto a mani basse il voto dei giovani – delusi da una politica che vedono auto-referenziale e preoccupati da un futuro tutt’altro che luminoso.

Non si tratta di un fenomeno solo britannico: tanto Melenchon che Sanders hanno puntato su programmi “radicali”, ed entrambi hanno sfondato tra giovani, operai, vecchi e nuovi poveri. Melenchon ha registrato i suoi migliori risultati in zone che sembravano ormai passate al FN, mentre non sono pochi coloro che sostengono che Sanders avrebbe avuto molte più chance della Clinton contro Trump, avendo un fortissimo sostegno tra la white working class che – tra astensione e voto di protesta – ha decretato la vittoria Repubblicana. Sia chiaro, Corbyn e Melenchon, nonostante i successi personali, non hanno conquistato il governo, e Sanders è stato sconfitto da Hillary: non ci troviamo dunque davanti a fenomeni maggioritari, almeno per ora. Segnalano però una inversione di tendenza piuttosto marcata dei trend che hanno caratterizzato il trentennio “neo-liberale” e che sembra destinata a cambiare il panorama politico. 

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto