Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Il ruolo delle organizzazioni della società civile (OSCs)nella cooperazione allo sviluppo: un cambio di paradigma

Lucia Conti * - 22.04.2017
Concord

Vi è un consenso generalizzato nel riconoscere il ruolo fondamentale delle OSCs nella promozione della governabilità democratica nei paesi terzi e nel favorire trasparenza e responsabilità dei governi.

Questo riconoscimento è stato validato dalla comunità internazionale e formalizzato in principi e dichiarazioni. Nella “Dichiarazione di Parigi”(2005) il consolidamento della governabilità democratica è considerato una pre-condizione per l’effettività degli aiuti e un antidoto contro la corruzione  e la mancanza di trasparenza delle istituzioni pubbliche.

Nell’ “Agenda for action” di Accra (2008) le OSCs sono riconosciute come attori indipendenti di sviluppo mentre il  4° Forum internazionale di Busan (2011) introduce il termine partenariato pubblico/privato per la realizzazione di  un’agenda globale sulla base di obiettivi e principi condivisi.

La Comunicazione della Commissione europea del 2012: “Le radici della democrazia e dello sviluppo sostenibile”, definisce i pilastri su cui si fonda il rapporto con le OSCs: i) sostenere un ambiente favorevole alle OSCs, in particolare un quadro legale di riferimento; ii) promuovere la partecipazione delle OSC nella formulazione delle politiche interne dei paesi terzi,nel ciclo di programmazione dell’UE e nel dibattito internazionale; iii) accrescere le capacità delle OSCs locali affinché possano svolgere  il loro ruolo come attori indipendenti.

 

Nel 2014 l’UE lancia il processo delle roadmaps, al fine di potenziare il dialogo strutturato con la società civile. Queste costituiscono il quadro teorico di riferimento e lo strumento per rafforzare il partenariato fra le Delegazioni dell’UE (DUE) e le OSCs.

Questo processo appare ampiamente condiviso, tuttavia se lo si considera dal punto di vista del sud del mondo emergono pareri contrastanti.

Nel marzo 2017 CONCORD Europa, coordinamento di OSCs che comprende più di 2.600 ONGs, lancia il rapporto: “EU Delegations report 2017:Towards a more effective partnership with civil society”. Il rapporto, prodotto di un’indagine condotta con metodi quantitativi  e qualitativi analizza i tre pilastri della strategia UE promossa attraverso le roadmaps. Le conclusioni sono disformi e a tratti allarmanti. Il restringimento degli spazi democratici emerge come la principale preoccupazione della società civile locale. I problemi che le OSCs affrontano,spaziano dalle difficoltà di registrazione e di accesso ai fondi provenienti dall’estero, fino a casi più gravi di violazione delle libertà fondamentali. Il 53% degli intervistati qualifica come “medio/insufficiente” l’attività di promozione degli spazi democratici da parte delle DUEs.

Rispetto al secondo pilastro: promozione della partecipazione delle OSCs, sia l’inchiesta che gli studi di caso registrano che la partecipazione ed il dialogo non sono strutturati ma sono promossi in occasione di eventi specifici in cui sono coinvolte un numero limitato di OSCs.

Riguardo al processo stesso delle roadmaps il 53% degli intervistati non ne conosce l’esistenza. Gli studi di caso confermano che in alcuni paesi vi è stato un coinvolgimento delle OSCs in fase di definizione delle priorità, ma una scarsa consultazione durante l’implementazione.

I dati più allarmanti riguardano la formazione e la crescita delle OSCs locali. Il 69% degli intervistati denuncia le crescenti difficoltà incontrate dalle OSCs locali nell’accesso ai fondi. Ciò è percepito come correlato alla complessità dei requisiti e delle procedure di accesso ai finanziamenti UE (78% degli intervistati) che solo le ONGs internazionali sono in grado di soddisfare.

I dati emersi confermano alcune tendenze delle politiche UE orientate a finanziare grandi contratti, ed a utilizzare meccanismi di finanziamento differenti dai bandi pubblici.

L’inaccessibilità ai finanziamenti da parte delle OSCs locale è legata all’ultimo pilastro della strategia UE: la formazione di capacità. IL 67% degli intervistati ritiene insufficienti le iniziative in tal senso dell’UE .

Mentre la Commissione europea sembra non nutrire dubbi sull’efficacia della propria strategia, alcune commissioni del Parlamento europeo offrono interpretazioni diverse: la commissione sviluppo promuove un parere sul restringimento degli spazi democratici nei paesi terzi; la commissione budget commissiona uno studio sulla responsabilità democratica ed il controllo sul budget delle ONGs internazionali finanziate all’UE.

Lo studio considera non del tutto trasparente il sistema di allocazione dei fondi alle ONGs. Un dato in particolare attira l’attenzione: nel 2015 la Commissione europea ha assunto impegni per EUR610 milioni a favore di sole 28ONGs .

Il meccanismo individuato dall’UE per mitigare la concentrazione di fondi a favore di pochi beneficiari è il sub-granting o devoluzione di una percentuale dei fondi a favore di organizzazioni locali da parte dell’ONG capofila. Questo meccanismo non incentiva  l’iniziativa degli attori locali ma rischia invece di mutare le ONGs internazionali in donatori. Comporta inoltre una dispersione di fondi nei vari passaggi, riducendo gli aiuti in favore dei beneficiari finali. E’ ancora attuale la domanda posta da R. Chambers nell’articolo Whose reality counts: putting the first last?: “Esistono la volontà ed i mezzi per mettere le persone al primo posto, ed i poveri prima fra tutti”?

Nel marzo 2016 un articolo sul “The Guardian” dal titolo:“Do international NGOs still have the right to exist?” riporta il dibattito sorto fra le ONGs internazionali in occasione della conferenza organizzata dalla piattaforma BOND. Discute anche la critica mossa dall’ Institute of Development Studies secondo cui le ONGs si trovano di fronte ad un Faustian bargain: barattare la capacità di innovare e di affrontare i rischi connessi al perseguimento di un cambiamento reale in cambio di un facile accesso ai fondi dei donatori.

In Italia la Fondazione AVSI, al meeting annuale 2017 si interroga su come essere al passo con le sfide globali rimanendo fedele alla realtà locale. Si discute della generatività, spinta interiore che nell’atto di entrare in rapporto con l’altro si traduce in azione trasformativa.

Le OSCs cominciano ad interrogarsi sul loro ruolo nei mutati scenari: ciò che è in discussione non è tanto la loro esistenza quanto la loro essenza. Riusciranno a rimanere protagonisti del cambiamento, in tensione generativa con la realtà locale, proponendo una lettura originale ed indipendente dei problemi dello sviluppo?

 

 



* Lucia Conti è collaboratrice a Bruxelles per il settore affari europei della Fondazione AVSI. Si occupa di cooperazione allo sviluppo con esperienza in Africa, America Latina e Medio Oriente. Ha conseguito un MSc in “Development Management” presso The Open University con la tesi: “NGOs contribution in peace building, lessons learned from COOPI Sierra Leone”