Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il partito del governo

Paolo Pombeni - 22.03.2017
Governo Gentiloni

La grande campagna elettorale in vista delle elezioni del 2018 non conosce tregue, ma che riesca ad infiammare un pubblico che vada oltre le tifoserie dei vari candidati appare quantomeno dubbio. Ci sono naturalmente passaggi intermedi dove si amplieranno gli spazi di raccolta del consenso, ma è tutto da vedere. Non per caso c’è una attesa per vedere quanto mobiliteranno le primarie PD, che sono la prova che più potrebbe, almeno sulla carta, far intuire se e quanto l’opinione pubblica si faccia coinvolgere nello scontro in atto.

Ben più importanti saranno le amministrative, anche se non bisogna dimenticare che sono molto condizionate da fattori di contesto locale. Però verranno compulsate per capire che aria tiri soprattutto per i partiti anti-sistema, cioè i Cinque Stelle e i Leghisti, anche se non è sempre detto che i segnali che si potrebbero cogliere in quella occasione vengano confermati in elezioni che arriveranno più di nove mesi dopo. Soprattutto in un quadro generale in cui non è semplice prevedere cosa ci riserverà il futuro (pensiamo anche solo a questioni come la crisi economica, i flussi di migranti, la questione sicurezza) è molto rischioso esercitarsi in previsioni sulla tenuta o meno delle forze attualmente presenti in parlamento e di quelle che si vanno organizzando fuori.

La questione che però sta a cuore in questo momento all’universo che ruota intorno alla politica (non solo i suoi professionisti, parlamentari e non, ma tutti i componenti delle classi dirigenti, incluse quelle che, bene o male, cercano di influenzare l’opinione pubblica attraverso i media) è cercar di capire come sia meglio lavorare per formare domani quel “partito di governo” che è indispensabile al paese per cercare di uscire dalla sua lunga crisi.

Non si confonda l’espressione “partito di governo” con una semplice sigla o con una coalizione ipotetica fra alcune sigle: quello sarà forse l’approdo, ma ci sono questioni che stanno a monte di esso. Il problema che affatica i gruppi dirigenti è su chi convenga puntare, nella speranza che questa scelta possa poi trovare un sostegno sufficiente da parte degli elettori (il che è tutt’altro che garantito in un paese come il nostro dove la capacità di leadership diffusa di quei gruppi è tradizionalmente modesta).

La prima questione raramente esplicitata, ma intuibile è se nella situazione attuale che vede lo spappolamento delle forze tradizionali non convenga provare a puntare cinicamente sui Cinque Stelle. Sono senz’altro privi di una classe dirigente all’altezza, ma secondo alcuni questo magari è un vantaggio perché si potranno più facilmente infiltrare, sperando abbiano imparato che non è coi Marra e coi Romeo che ci si accredita all’esercizio del potere. Si tratta di una scelta rischiosa, ma che temiamo venga tenuta in serbo come arma nucleare di ultima istanza.

Ci sembrano meno forti al momento le pulsioni a puntare su governi o solo “di sinistra” o solo “di destra”. Le coalizioni ideologiche governative compatte, ammesso e non concesso riuscissero vincitrici nelle urne, sono tali solo sulla carta. Certo entrambe hanno il loro apparato di classi dirigenti sociali cresciute nelle rispettive ombre, ma la competizione interna fra le diverse anime è così forte da non lasciare tranquilli circa l’esercizio di quella incisiva azione di governo che sarebbe necessaria. Fra il resto si sa bene che ci si dovrà misurare con un contesto internazionale a noi poco favorevole e proprio per questo una coalizione preda di pulsioni per scelte innanzitutto di bandiera non è quello che serve.

E allora? La soluzione è davvero quella “grande coalizione” sul presunto modello tedesco che viene prospettata di continuo? Anche in questo caso non si può evitare il tema di quale collante potrebbe tenere a bada le spinte delle varie componenti ad imporre le loro ristrette visioni nell’ottica di consolidarsi per il futuro, visto che tutti sanno che quel tipo di alleanze dovrebbe essere a termine.

Ci sembra che di fronte a questo problema si prospettino tre varianti. La prima è sperare che si possa far conto su una forte leadership alla testa del governo, tale da poter tenere sotto scacco i concorrenti interni. Al momento l’unico dotato di questa caratteristica sembra essere Renzi, che però è poco amato da una vasta quota degli opinion maker. Berlusconi è fuori gioco e per di più non lascia spazi neppure all’eventualità che qualcuno possa prendere il suo posto. La seconda variante è puntare ad un premier che possa contare sulla blindatura di un’area “centrista” che gli consenta di esercitare un’azione amministrativa di buon profilo tenendo a bada le speranze delle varie forze di arrivare presto a quella resa dei conti che ora è resa impossibile dal sistema elettorale proporzionale (e proporzionale zoppicante). La terza variante, che è la più improbabile al momento, è che la pressione della situazione esterna spinga l’elettorato a superare l’impasse proporzionalista concentrandosi su una o su poche forze a cui affidare la speranza di rinascita del paese.

E’ una prospettiva rischiosa, perché non si sa quanto sarebbe saggio l’elettorato nell’opera di ripulitura del nostro confuso panorama politico, ma rischi sono presenti anche nelle altre due varianti che abbiamo abbozzato. Dovrebbe invece aprirsi un dibattito su come si possa costruire quella dinamica che spinga il nostro sistema politico a porsi seriamente la questione del “partito di governo”. Non è roba per civil-letterati né per professionisti delle carriere politiche, ma è il tema da cui dipende il futuro dell’Italia.