Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il "non voto"

Luca Tentoni - 08.07.2017
Il non-voto

C'è un raggruppamento (molto eterogeneo, senza leader e senza attivisti) che, al primo turno delle recenti elezioni comunali, ha guadagnato in un sol colpo, nei capoluoghi di provincia, un numero di voti uguale a quello della lista più votata. È l'arcipelago astensionista, che l'11 giugno ha conquistato 206,8 mila nuovi "consensi" (il Pd ne ha avuti 207 mila in tutto), passando da 1,057 milioni delle precedenti comunali a 1,264 milioni. I non votanti, insomma, sono più numerosi di tutti gli elettori che hanno scelto le liste di centrodestra (476,7 mila), di sinistra e centrosinistra (540 mila) e il M5S (142,8 mila). Se aggiungiamo i 65,4 mila elettori che sono andati ai seggi per restituire la scheda annullata o bianca, abbiamo - nei 25 capoluoghi - un totale di 1,33 milioni di unità, contro un milione e 524 mila voti espressi (compresi quelli ai soli sindaci, che sono 107,7 mila). È vero che negli ultimi anni, nelle città capoluogo di provincia, l'affluenza si è mantenuta più bassa (3-5%) che a livello nazionale, ma la tendenza è confermata da più riscontri: quel +7,5% di astenuti rispetto alle precedenti comunali è lo stesso aumento percentuale che si registra in tutti i centri oltre i 30mila abitanti. È una regolarità affermata anche a livello territoriale: +8% al Nord, +4,4% al Centro, +6,9% al Sud e nelle Isole. Già nel 2016, alle elezioni comunali nelle sette città capoluogo di regione, il non voto era aumentato del 3,7%. Si tratta di un fenomeno - quello astensionista - che va gradualmente ad incrementarsi, senza soluzione di continuità col passato. Muta soltanto d'intensità, a seconda del tipo di elezione e dell'importanza che l'avente diritto al voto attribuisce a ciascun appuntamento con le urne. Infatti, nel complesso delle ultime elezioni in tutte le regioni d'Italia (2012-'15) si è registrato un incremento di astenuti del 5,6% rispetto alla tornata precedente. Alle europee 2014 il non voto è aumentato del 4% rispetto al 2009. Alle politiche del 2013, infine, gli italiani che hanno deciso di non andare ai seggi sono stati il 4,1% in più rispetto al 2008. Se dunque, fra la fine del decennio scorso e l'inizio dell'attuale, avevamo un'astensione pari ad almeno il 20% nazionale alle politiche, che arrivava al 35-38% in occasione delle altre consultazioni, ora siamo fra un minimo del 25% e un massimo che supera abbondantemente il 40%. Sarebbe opportuno, a partire dalle prossime elezioni, iniziare a prendere in considerazioni i dati dei partiti, oltre che in valore assoluto (voti) e relativo (percentuali sui voti), anche in rapporto agli aventi diritto. Ormai, come dimostrano vieppiù le scorse comunali, un soggetto politico che riesce a mantenere i voti assoluti della precedente consultazione (cioè a mobilitare solo i suoi sostenitori) è già certo di poter guadagnare in percentuale e in seggi. Il centrodestra, infatti, ha perso solo 26 mila voti nei capoluoghi, mentre sinistra e centrosinistra ne hanno persi centomila, come i centristi. Nei comuni "bianchi" del Nord il centrodestra è rimasto competitivo (e ha aumentato la percentuale dei voti validi) guadagnando appena 22 mila voti contro i 29 mila persi dal centrosinistra. Nella "Zona rossa" la sinistra non ha vinto in nessun capoluogo, un po' per il recupero del centrodestra (+52 mila voti rispetto alle precedenti comunali), un po’ per il proprio scarso rendimento (-64 mila voti). Nei capoluoghi del Sud, dove nel complesso il centrosinistra ha mantenuto i consensi delle precedenti comunali (perdendo solo mille voti su 229 mila) è stato possibile conservare Palermo ed essere lievemente più competitivo che nel resto del Paese (anche grazie alla perdita di 43 mila voti da parte del centrodestra in questa area geografica). Ciò detto, la possibilità che un partito ottenga il premio di maggioranza alla Camera dei deputati alle prossime elezioni politiche è remota, persino nell'eventualità di una partecipazione elettorale molto inferiore al 75% del 2013. Con un 70% di votanti (e il solito milione e mezzo di voti bianchi o nulli), l'asticella del 40% equivarrebbe a circa 13,4 milioni di voti. L'ultimo partito che è riuscito a superare quella quantità di consensi è stato il Pdl nel 2008 (13,6 milioni); i risultati migliori del periodo, sebbene sotto soglia, sono quelli del Pd (sempre alle politiche 2008: 12,1 milioni), del Pd alle europee 2014 (11,1) e del Pdl alle europee 2009 (10,7). Tranne questi casi, nessuno ha raggiunto i dieci milioni. Di più: dopo il 2009, neppure le coalizioni (reali o virtuali) hanno toccato quota 13,4 milioni. La questione dell'astensionismo è dunque un problema da non sottovalutare, perchè tutti i partiti lo hanno alimentato, di volta in volta (persino il M5S alle ultime comunali, non solo al secondo turno ma anche al primo). In una generale tendenza all'aumento di chi vede nel "non voto" una scelta politica pari - se non preferibile - rispetto alle altre, è già un miracolo riuscire a tenere mobilitato il proprio elettorato: figurarsi accrescerlo per puntare alla cifra (oggi) astronomica di 13-14 milioni di voti. Una delle componenti della "galassia astensionista" è costituita dal voto dei giovani. Ne abbiamo parlato nel marzo 2017 su Mentepolitica, citando l'opera di Vincent Tiberj ("Les citoyens qui viennent", 2017) sulla Francia, quelle di Bordignon-Ceccarini-Diamanti sul referendum italiano del 2016 ("La prova del no", 2017), di Luciano Radi sugli anni '70 ("Il voto dei giovani", 1977), di Ilvo Diamanti ("Un salto nel voto", 2013) e Maraffi-Pedrazzani-Pinto sulle politiche 2013 ("Le basi sociali del voto", in "Voto amaro", 2013), oltre al libro di Nicola Maggini sulle democrazie negli anni 1981-2004 ("Young people’s voting behaviour in Europe", 2016). Gli iscritti alle liste elettorali che possono votare, alle "politiche", solo per la Camera dei deputati (i cittadini che hanno compiuto 18 anni e ne hanno meno di 25) hanno un comportamento elettorale molto diverso rispetto a quello delle coorti di età maggiore (soprattutto in confronto agli elettori ultrasessantenni). Nel 2013, alla Camera, il M5S è stato il primo partito sul territorio nazionale (comprendendo l'estero, invece, ha prevalso il Pd) col 25,5%, ma si è fermato al 23,6% al Senato (il Pd, invece, ha avuto il 25,4% alla Camera e il 27,3% al Senato). Sommando i voti ottenuti da M5S, Lega e FdI osserviamo che alla Camera il "fronte antisistema" (o anti-euro) ha avuto nel 2013 il 31,7% dei voti, mentre al Senato si è attestato al 30%. Per contro, Pd e Pdl hanno avuto il 47% dei voti alla Camera ma quasi la maggioranza assoluta (49,74%) al Senato. Ciò fa pensare che anche in occasione delle prossime elezioni politiche i risultati elettorali possano essere dissonanti fra i due rami del Parlamento, forse in modo da rendere impossibile la creazione di una coalizione governativa in grado di ottenere la maggioranza a Montecitorio e Palazzo Madama. Il voto dei giovani, paradossalmente, può risultare decisivo proprio ora che è numericamente più debole: sia per quanto riguarda i voti espressi, sia per l'astensione. Dall'abbassamento della maggiore età da 21 a 18 anni, infatti (1975), si sono svolte undici elezioni politiche. Nel 1976, i soli votanti per la Camera erano 5,5 milioni: il 13,6% dell'intero corpo elettorale nazionale. Con l'ingresso dei figli del "baby-boom" (avvenuto fra il 1976 e il 1987) il peso dei giovani è salito ulteriormente in valore assoluto (6,9 milioni nel 1983) e in percentuale (fra il 14 e il 15,5%), per poi declinare dal 1992 in poi, fino ai 4 milioni del 2008 (8,5% del corpo elettorale) e ai 3,9 del 2013 (8,4%). Il comportamento elettorale dei "nuovi cittadini" è sempre stato diverso da quello dei votanti per il Senato, anche per quanto riguarda l'affluenza. Se si eccettua il 1976 (astensione dei 18-25enni: 6,7%; fra gli ultraventicinquenni, il 6,6%), si osserva da un lato una crescita costante del non voto fra gli aventi al diritto anche per il Senato (9,3% nel 1979, 11,2% 1983, 11,6% 1987, 13,2% 1992, 14,2% 1994, 17,8% 1996, 18,7% 2001 - con l'intervallo del 2006 - e la ripresa nel 2008 - 19,5% - e nel 2013 - 24,8%). L'astensionismo giovanile ha invece avuto un andamento più alterno: maggiore di quello "adulto" fra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta (9,8% nel 1979, +0,5 rispetto ai "grandi"; 16,4% nel 1983, +5,2% sugli "over 25") ma dal 1987 in poi sempre inferiore (1987: 8,5, -3,1%; 1992: 9,1%, -4,1%; 1994: 10,5, -3,7%; 1996: 12,2%, -5,6%; 2001: 18,1%, -0,6%; 2006: 15,8%, -0,6%; 2008: 19%, -0,5%) tranne che nel 2013 (under 25: 25%; over 25, 24,8%). Il non voto, insomma, è diventato quattro anni fa un'ulteriore opzione anche per i giovani, che fino alla fine dello scorso secolo avevano tassi di partecipazione vicini al 90% contro l'80% e poco più degli elettori per il Senato. Il "non voto" giovanile, dunque, per i risvolti che può avere - unitamente al voto generalmente difforme rispetto a quello delle coorti più anziane - sulla composizione della Camera dei deputati (e sulle differenze col Senato) è un ulteriore aspetto sul quale riflettere, insieme al generale aumento dell'astensione confermato dal voto amministrativo del giugno 2017.