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26 aprile 2017
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Il 730 precompilato massivo

Gianpaolo Rossini - 04.05.2016
Modello 730 precompilato

Si legge sul sito dell’agenzia delle entrate che “Dal 15 aprile è possibile il prelievo del 730 precompilato massivo” per la dichiarazione dei redditi 2015. Quanto virgolettato è una scheggia del linguaggio con cui i cittadini hanno a che fare ogni giorno quando devono comunicare con una amministrazione pubblica come quella della agenzia delle entrate o con altre. Una bella gatta da pelare. Innanzitutto il cittadino deve sapere che “prelievo” in questo caso sta per “scaricare” ovvero, con l’inglese universale dei computer, sta per “download”. La parola prelievo è abbastanza nuova per la tecnologia dell’informazione cui siamo avvezzi. Non è neppure male. Ma un emigrato che deve fare il 730 o una persona con cultura media di fronte a questa parola esita subito. Pensa piuttosto ad un bancomat o ad un test clinico. Per giungere al download ci vuole un po’. E’ curioso ma a volte si ha l’impressione che nel linguaggio della pubblica amministrazione si cerchi in maniera vezzosa, e un po’ dispettosa, di riesumare parole che sono comunemente usate con altri significati imponendo loro segni remoti. Altre volte sembra che ci si butti su veri e propri neologismi che paiono quasi fare il verso al linguaggio del vate D’Annunzio o alla prosa futurista di un secolo fa, senza però averne lo spessore poetico ed artistico. E’ il caso dell’aggettivo “premiale” inventato qualche anno fa o di “sostituto d’imposta” che non è un modulo o una seconda imposta ma un soggetto, un’impresa o un ente o una persona che paga un’imposta al posto del contribuente dipendente. Nel 2016 assistiamo alla nascita di un nuovo aggettivo del quale confesso di non sapere il significato. E’ quello che segue la parola precompilato, ed è “massivo”. Che vuol dire? Con tutta la mia buona volontà non riesco a capire. Sarà una mia insufficienza. Ma di nuovo mi chiedo se il generico immigrato Abdel Omar riuscirà a cogliere di che si tratta. Ne dubito. Il problema delle complicazioni linguistiche e del linguaggio astruso, barocco e incomprensibile della nostra pubblica amministrazione è la punta di un iceberg la cui enorme parte sommersa è fatta anche e soprattutto di leggi e regole sovrabbondanti (in numero tra 5 e 10 volte superiore a quelle di qualsiasi altro paese avanzato) complicate e spesso incomprensibili sotto il profilo del linguaggio comune. La questione è oggi ancora più scottante perché nel nostro paese oltre un decimo della sua popolazione non è di madre lingua italiana e una percentuale molto alta, ahimè, di italiani mostrano una padronanza limitata della lingua di Dante scritta e parlata. Ma come visto sopra anche quelli che l’italiano lo conoscono bene sono a mal partito. Scriveva Don Chisciotte nelle sue lettere piene di saggezza a Sancio Panza, divenuto per un caso fortuito governatore di un’isola, che le regole devono essere poche, snelle e agili. Altrimenti finiscono come il bastone immerso nello stagno pieno di rane. Subito le rane lo temono. Ma poi velocemente vi si aggrappano tutte sopra appesantendolo a tal punto che non si può più muoverlo per catturare neanche un piccolo ranocchio. Anche il buon Akerlof, premio Nobel per l’economia nel 2001, marito della signora Yellen governatrice della FED, lo afferma in più occasioni a proposito degli Usa, grande nazione nata da persone senza nazione. Un paese che vuole realmente integrare dal punto di vista civile e sociale grandi masse di stranieri nel suo tessuto deve darsi regole semplici, e noi aggiungiamo, che siano espresse con il linguaggio comune. Queste regole non devono essere eccessivamente numerose. E devono essere fatte osservare in maniera energica. La qual cosa non è mai possibile se le regole sono tante e per giunta di difficile interpretazione. In tale caso è ovvio che la loro osservanza da parte dei cittadini e il farle rispettare da parte dei corpi dello stato diventano pure illusioni. Certo non si può pretendere un mutamento radicale e immediato della nostra cultura amministrativa e giuridica. Si può però cominciare a fare qualcosa da subito. Iniziando ad usare il linguaggio semplice e comune. Dall’agenzia delle entrate alle sentenze dei giudici, ai ricorsi degli avvocati, alle bollette della luce e del gas. Al punto che potremmo istituire una autorità, semplice e snella con 2-3 giovani linguisti e un paio di giovani magistrati –uno del Nord e uno del Sud del bel paese - ai quali viene dato l’incarico di vagliare ricorsi e richieste per semplice via telematica da parte dei cittadini colpiti da “manifesta incomprensibilità” di una regola o di un atto.

Abbiamo appena fatto una riforma del Senato che dovrebbe rendere l’attività legislativa più agile ed efficiente. Beh, ora manca solo che questa attività produca meno leggi e che quelle che sforna le possa capire anche un immigrato siriano o nigeriano.

E poi ad una comunicazione e regolamentazione semplice possiamo aggiungere una salutare trasparenza fiscale. Un esempio? Nella regione Veneto accanto al ticket pagato dal paziente è riportato il costo pieno della prestazione medica. Rende i cittadini meno inclini all’evasione. Potremmo farlo anche per tanti altri servizi. Per il biglietto del tram, per le rette universitarie e così via.

Il grande Vasco Rossi compone incantevoli poesie – canzoni con le parole del linguaggio comune. Ungaretti scrisse poesie indimenticabili con povere parole di tutti i giorni. Perché non possiamo sperare che anche il nostro vivere civile non sia presto regolato da parole semplici, comprensibili, da informazioni trasparenti e forse alla fine anche meno ansiogene e più rassicuranti?