Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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I perché della bassa (o non) crescita del bel paese

Gianpaolo Rossini - 21.01.2017
Thomas Piketty

Il panorama del prodotto interno lordo (PIL) dal 2003

Dal 2003 al 2015 la Germania vede il suo Pil crescere del 36%, la Gran Bretagna del 50%, la Francia del 33%. L’Italia si ferma al 18%. Ovvero circa 1.3% annuo.  Il Pil di un paese si espande per due ragioni: perché aumenta la popolazione, dunque più persone impiegate, e perché cresce la produttività, ovvero ciò che produce ogni occupato.

 

La produttività

Dal 2003 al 2015 il prodotto orario per lavoratore in Germania passa da 96 a 103, in Francia da 94 a 102, in Gran Bretagna da 96 a 102, in Italia cala da 101 a 98. La produttività del lavoro sale perché gli individui sono meglio organizzati nei processi produttivi e perché investimenti in macchinari (robot etc.), infrastrutture (strade, porti etc.), capitale umano (istruzione), comunicazione e logistica, in innovazione elevano la capacità di produrre di ogni soggetto impiegato.

 

Gli Investimenti e la Ricerca e Sviluppo (R&S)

In Germania si investe nel 2015 come nel 2003 il 20% del Pil, in Francia il 22% mentre nel 2003 è il 21%, in Gran Bretagna il 17% come nel 2003, in Italia il 17% mentre era il 21% nel 2003. La spesa scolastica, quella sanitaria (per mantenere il capitale umano sano), quella per mantenere pulito l’ambiente non sono considerate investimento. Lo sono quelle in ricerca e sviluppo delle imprese e del settore pubblico.  L’Italia dedica circa 1.3% del Pil alla ricerca e sviluppo, la Germania il 2.8%, la Francia il 2.3% (la Korea del Sud il 4.2%, il Giappone il 3.5%, la Cina il 2.2%). Di tutta la nostra R&S il 45% è intrapresa dalle imprese private e quasi la stessa percentuale dal settore pubblico. In Germania le imprese sono responsabili del 65% della R&S, del 55% in Francia, del 75% in Giappone e Korea, del 59% in Usa. In Italia dunque si fa scarsa R&S e soprattutto ne fanno poca le imprese, perché sono in larga misura troppo piccole, perché c’è poco capitale di rischio disposto a finanziare, e quindi molti ricercatori capaci italiani emigrano: produciamo più capitale umano di quanto ne possiamo assorbire.

 

La popolazione

La popolazione italiana nel 2015 è di 60.795.000 persone. Nel 1984 è di 56.565.000. I cittadini nati all’estero sono circa 6 milioni (5.8 al 1 gennaio 2015). Quindi la popolazione autoctona italiana è diminuita in 30 anni di circa 2 milioni. Le interruzioni di gravidanza volontarie dall’entrata in vigore della legge 194/78 sono oltre 6 milioni. 6 milioni di nati in meno a fronte di un numero analogo di stranieri. Sembra quasi automatico affermare che i migranti hanno compensato le interruzioni volontarie di gravidanza. Ma sotto il profilo economico, non morale, in realtà non è una vera e propria compensazione perché gli immigrati sono profondamente diversi dalla popolazione di non nati, che comunque non avrebbero occupato le funzioni lavorative che oggi sono degli immigrati (badanti, lavori ad alto rischio, posti a basso salario e così via). Il dato è però molto pesante e ha vaste implicazioni economiche. Ciò che abbiamo di fronte è comunque la diminuzione della popolazione autoctona. Una delle conseguenze è che i nuovi italiani nati negli ultimi 30-35 anni dispongono di un patrimonio procapite di gran lunga maggiore di quello dei loro genitori. (la generazione perduta?) Questo fenomeno è evidente nel mercato immobiliare affetto da una stagnazione prolungata prevista ridursi solo su orizzonti temporali molto lunghi, ovvero quando la popolazione immigrata avrà raggiunto posizioni di lavoro meglio remunerate e avrà maggiore disponibilità per acquistare immobili e quando una parte del patrimonio abbandonata finirà per avere un valore nullo e/o essere abbattuta. Per una parte del patrimonio immobiliare si va verso la cosiddetta sindrome di Detroit che passa negli ultimi 20 anni da 3 milioni a 400.000 abitanti. Le conseguenze drammatiche sono valore di molti immobili in caduta verticale e in certi casi zero, bancarotta del comune e altre istituzioni locali, riduzione di scuole, di servizi sanitari, di trasporti e così via con devastanti effetti a catena.

 

Le privatizzazioni

L’Italia è il secondo paese al mondo dopo l’Inghilterra per privatizzazioni. Soprattutto governi di sinistra Amato, Ciampi, Prodi ma anche di destra consegnano interi settori a operatori stranieri sostenuti da banche d’affari internazionali come Goldman Sachs e J. P. Morgan. Queste spesso usano le attività finanziare italiane in loro possesso (soprattutto titoli di stato) per premere sulle autorità italiane perché mettano sul mercato i gioielli di stato. Le imprese pubbliche vanno a gruppi italiani e stranieri che quasi mai investono risorse proprie ma ricorrono al sistema bancario italiano o caricano di debiti le aziende che acquistano indebolendone la struttura finanziaria (Esempio Sorgenia settore energia gruppo De Benedetti fallita e tra i primi debitori di MPS). L’Italia è all’avanguardia in Europa nel settore telecomunicazioni negli anni 80 del secolo scorso. La vendita di Telecom Italia precipita l’azienda in una crisi progressiva che ci consegna oggi nel gruppo dei più arretrati in Europa nella banda larga, nervatura fondamentale per le telecomunicazioni. Altro caso è quello dell’ILVA, ex Italsider svenduta ad un gruppo italiano, la famiglia Riva, che non investe neppure nell’adeguamento ai requisiti minimi ambientali. Altri numerosi esempi sono quelli delle Autostrade cedute anche queste per pochi denari al gruppo Benetton Del Vecchio, della Sme svenduta a Unilever e Nestlè, di Alfa Romeo quasi regalata al gruppo Fiat nel 1985 e che non raggiunge mai i livelli di produzione pre privatizzazione. Ultima in ordine di tempo è la svendita da parte di Finmeccanica (oggi Leonardo) di Ansaldo STS Ansaldo Breda gioielli tecnologici ad Hitachi.    Le aziende privatizzate non creano occupazione, al contrario distruggono numerosi posti di lavoro qualificati accorpando le attività di ricerca o eliminandole. Spesso accrescono la concentrazione di mercato e soprattutto la disuguaglianza come afferma Piketty nel suo saggio sul capitale nel XXI secolo. Nei settori strategici delle infrastrutture come autostrade e telecomunicazioni le privatizzazioni sono un freno allo sviluppo del paese dati i bassi livelli di investimento da cui sono affette le imprese consegnate al settore privato. In più contribuiscono al nanismo industriale del paese che avrebbe invece bisogno di vedere crescere dimensionalmente le imprese e di non svendere quelle grandi ex di stato. La privatizzazione della Telecom finita in mani straniere ha ridotto gravemente la sicurezza delle comunicazioni del paese.

 

Epilogo

Le ragioni della bassa crescita italiana sono tante e “vengono da lontano”. Per cambiare rotta occorre guardare altrettanto lontano invertendo rotta in diversi aspetti della nostra vita, non solo economici. Lascio al lettore meditare su quanto avvenuto negli ultimi decenni. Su ciò che potremmo fare negli anni che ci vengono incontro interverrò tra qualche giorno su queste colonne.