Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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I 25 anni del Rapporto sullo sviluppo umano

Elisa Magnani * - 21.01.2016
UNDP 2015

Il 14 dicembre 2015 è stato pubblicato il venticinquesimo rapporto sullo sviluppo umano, dal titolo “Work for Human Development”, dopo che un’ampia campagna promozionale online - con il sito dell’UNDP (United Nations Development Programme), l’agenzia delle Nazioni Unite che ogni anno redige lo studio, in manutenzione per diversi giorni prima del lancio - aveva creato grandi aspettative, non solo per l’anniversario particolarmente importante, ma soprattutto per il fatto che per la prima volta il Rapporto sarebbe stato pubblicato anche in versione web. Il risultato è un prodotto interattivo, che offre non solo il testo del documento e le consuete statistiche ma anche box di approfondimento che rendono il Rapporto dinamico e facilmente consultabile.

Il primo Rapporto era stato pubblicato nel 1990, segnando una netta separazione dai precedenti approcci alla povertà, che da allora ha iniziato ad essere interpretata non più solo in termini quantitativi ma prevalentemente qualitativi: nel rapporto, infatti, viene fatto larghissimo uso di indicatori numerici inerenti sia a dati economici sia, soprattutto, ad aspetti sociali che forniscono una panoramica più ampia dello sviluppo umano. Il concetto stesso di sviluppo umano viene definito attraverso un indicatore che misura parametri quali-quantitativi della vita nei diversi paesi: è il primo degli indicatori creati ex-novo dall’UNEP, l’Indice di sviluppo umano, un indice composito che raccoglie tre altri indicatori: il Pil, la speranza di vita alla nascita e l’istruzione, misurata attraverso un’interazione tra il tasso di alfabetizzazione e quello di scolarizzazione primaria. La sua composizione ricalca la citata tendenza a scollegare lo sviluppo dalla mera crescita economica: il peso dell’economia nel calcolo di questo indicatore è infatti un terzo del totale, mentre gli aspetti sociali pesano per i due terzi.

Gli altri indicatori prodotti dal team dell’UNDP sono l’indice di povertà multidimensionale e quello sullo sviluppo di genere. Il primo venne introdotto solo nel 2010, al fine di analizzare statisticamente le privazioni in termini di salute, educazione, cibo, igiene, lavoro, a cui sono sottoposti i poveri in tutto il pianeta, circa 1 miliardo di persone che spesso conoscono molte di queste limitazioni simultaneamente. L’indice di sviluppo di genere, invece, misura le performances femminili nello sviluppo umano, rivelando che lo scarto tra uomini e donne è ancora oggi consistente (una differenza di circa l’8%), pur a fronte di miglioramenti nel corso di questi 25 anni. A fianco dell’indice di sviluppo di genere è presente un altro indicatore che analizza la questione femminile, si tratta dell’indice di disuguaglianza di genere, che descrive i miglioramenti nella vita delle donne in merito a tre dimensioni: la salute riproduttiva, l’empowerment e il mercato del lavoro.

Come si può evincere dal titolo, e seguendo una consuetudine ormai consolidata, anche il venticinquesimo Rapporto si propone di analizzare la relazione tra lo sviluppo umano e un tema specifico, che in questo caso è il ruolo del lavoro nel migliorare le condizioni di vita della popolazione più povera. Un aspetto importante su cui si pone l’accento fin da subito è la necessità di definire in senso più ampio il concetto di lavoro, non fermandosi all’impiego chiaramente remunerato, ma enfatizzando anche il ruolo che altri tipi di attività lavorativa possono svolgere nello sviluppo delle popolazioni umane: il lavoro di cura all’interno della famiglia, il lavoro creativo e quello volontario.

Per quanto non sussista un collegamento diretto tra lavoro e sviluppo umano, il Rapporto ricorda comunque che solitamente un impiego porta a migliorare le competenze degli individui, mettendoli nelle condizioni di agire o scegliere meglio – e la libertà di scelta è uno degli aspetti dello sviluppo umano più enfatizzati dall’UNEP - anche in altri ambiti della propria vita, soprattutto con il contributo del sempre maggiore accesso alle tecnologie informatiche. In generale, infatti, viene riconosciuto che il lavoro è un mezzo attraverso il quale le potenzialità umane, la creatività e l’innovazione possono essere espresse; esso non solo è fonte di reddito, ma anche di sicurezza sociale, empowerment femminile, partecipazione e riconoscimento nella società. In poche parole, è una fonte di capitale umano, una delle parole chiave di questo Rapporto: uno strumento che contribuisce anche alla realizzazione del nuovo piano di sviluppo globale varato a fine 2015, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, nei quali l’ambito lavorativo viene frequentemente citato come fondamentale nel promuovere lo sviluppo, trovando la sua massima espressione nell’ottavo Obiettivo che riguarda proprio la sostenibilità e l’equità del lavoro.

Dall’analisi sul mondo del lavoro realizzata dagli studiosi dell’UNEP, rimangono comunque alcune zone d’ombra: anzitutto a scala globale sono ancora molto diffusi lavori pericolosi, lesivi per la dignità umana, malpagati e informali e soprattutto persistono grandi discriminazioni di genere nell’accesso al lavoro, mentre il lavoro di cura della famiglia non ha praticamente riconoscimento. In tal senso risulta evidente che effettivi avanzamenti nello sviluppo umano possono essere raggiunti solo se il lavoro viene inserito in un quadro di sostenibilità, divenendo fonte di dignità, soddisfazione e conoscenza. Ed è anche chiaro che questo aspetto non può essere realizzato senza il sostegno della politica, che predisponga interventi concreti volti a migliorare non solo l’accesso ma anche le condizioni stesse del lavoro (rispetto dei diritti umani, sicurezza, equità di genere, ecc.).

Questo auspicio espresso dagli autori del Rapporto pare tuttavia di difficile realizzazione, in un mondo in cui le condizioni lavorative, l’accesso al lavoro e i diritti umani stessi sono nelle mani di chi ha più a cuore il profitto che non la lotta alla povertà e alle disuguaglianze.

 

 

 

 

* Professore associato di Geografia presso l’Università di Bologna