Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Gli Stati Uniti di Barack Obama: otto anni di

Gianluca Pastori * - 28.12.2016
Barack Obama

Anche se è presto per tentare un giudizio storico credibile, l’approssimarsi della data di fine mandato rappresenta una buona occasione per azzardarne uno politico su quello che sono stati gli otto anni della presidenza Obama. Una presidenza che – nata sotto il segno di grandi speranze – sembra essersi via via ‘spenta’, almeno per quello che concerne la politica estera. La fretta (per vari aspetti eccessiva) dimostrata nel chiudere l’esperienza irachena; le molte (troppe?) ambiguità della vicenda libica; la riluttanza ad assumere un ruolo attivo nella crisi siriana; i risultati deludenti in Afghanistan nonostante il surge e una presenza confermata anche dopo il termine di Enduring Freedom; i rapporti con la Russia deteriorati più di quanto non lo fossero prima del suo arrivo alla Casa Bianca e l’avvio di un ‘reset’ mai davvero decollato … E ancora: le tensioni che attraversano una NATO sempre più divisa; un pivot to Asia la cui portata e il cui significato continuano a non essere chiari; trattati commerciali ambiziosi che – come il TTIP – non si sono mai concretizzati o che – come il TPP – rischiano di essere rimessi in discussione pochi anni dopo la loro stipula; il legame con gli alleati europei che – salve rare eccezioni – sembra improntato, più che altro, a una sorta di educata ma chiara indifferenza reciproca … Un bilancio, dunque, negativo per un Presidente che, pochi mesi dopo la sua elezione, con una scelta peraltro discussa, era stato insignito del premio Nobel per la Pace in virtù dei suoi ‘sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli’?

In realtà, il giudizio dovrebbe essere, forse, più sfumato. Arrivato alla presidenza in una fase di grandi difficoltà interne e internazionali, Barack Obama è stato in qualche modo costretto ad adottare una politica ‘di ripiegamento’ che liberasse risorse per sostenere il processo di recovery dell’economia avviato dal suo predecessore dopo la crisi del 2007-2008. Nel discorso in cui nuovo Presidente – nell’agosto 2010 – annunciava la fine delle attività di disimpegno militare in Iraq, questa relazione è espressa chiaramente, insieme con la necessità – per gli Stati Uniti – di ripensare le basi del proprio potere e i criteri di un suo uso più equilibrato. Non a caso, negli anni iniziali del primo mandato, il tema del soft power e della sua rilevanza per la ‘nuova’ politica estera statunitense emerge in più occasioni, ad esempio nel famoso discorso sul ‘New beginning’ tenuto all’Università del Cairo nel 2009. L’understretching è, dunque, una delle chiavi che consentono di leggere l’esperienza dell’amministrazione uscente. Non è, però, la sola. Uno dei limiti strutturali di questa amministrazione è stato il suo carattere ‘composito’, che si è tradotto in vivaci divergenze su una serie di decisioni critiche, dalla gestione dell’intervento in Libia, nel 2011, a quello della crisi siriana negli anni successivi. In questa prospettiva, il fatto che, in entrambi i mandati, la Segreteria di Stato sia stata nelle mani di figure importanti del c.d. ‘interventismo democratico’ (Hillary Clinton dal 2009 al 2013; John Kerry dal 2013 a oggi) ha contribuito non poco ad accentuare l’impressione di incertezza di una politica che ha faticato a trovare un equilibrio fra la loro posizione e quella più pragmatica della Casa Bianca.

La esistenza di una forte anima interventista dentro un’amministrazione che aveva fatto dell’understretching una delle sue priorità è solo uno dei paradossi degli anni di Obama. E’, tuttavia, il paradosso che ha reso gli Stati Uniti del post-understretching più esposti, in campo internazionale, di quanto non lo fossero gli Stati Uniti ‘sovraestesi’ di George W. Bush. Nonostante la drastica riduzione dell’impegno militare e la fine della presenza in Iraq e in Afghanistan, Washington è, oggi, coinvolta in una serie di crisi al cui esito si lega, in larga parte, la sua posizione sulla futura scena mondiale. Lo stallo del dialogo su Siria e Ucraina; le incerte vicende della lotta contro il sedicente ‘Stato islamico’; i dubbi sulla politica di ‘reassurance’ verso gli alleati del Baltico e dell’Europa centro-orientale di fronte alle ambizioni neo-imperiali di Mosca sono tutti contesti nel quali appare con evidenza la debolezza della posizione degli Stati Uniti rispetto alla scala degli impegni assunti. La necessità di intervenire su tale stato di cose è forse l’eredità più onerosa che Barack Obama lascia al suo successore. Tuttavia, è anche l’eredità che Donald Trump – stando alle posizioni espresse in campagna elettorale e ai primi passi fatti da Presidente eletto – appare meno adatto a gestire. Da questo punto di vista, la tensione che esiste fra l’enfasi del tycoon newyorkese sulla dimensione interna della sua azione di governo e la volontà manifestata di ‘fare l’America di nuovo grande’ solleva non pochi interrogativi; interrogativi che, però, potranno essere sciolti solo dopo il suo insediamento ufficiale, il prossimo 20 gennaio.

 

 

 

 

* Gianluca Pastori è Professore associato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.