Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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Gli errori di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 10.06.2017
Theresa May

Dopo l'esito elettorale ‎(with the benefit of hindsite) è sin troppo facile dire che Theresa May ha sbagliato quasi tutto. Tuttavia alcuni errori di "grammatica politica" (come avrebbe detto Benedetto Croce) erano identificabili anche prima e a prescindere dal verdetto delle urne.

 

Il primo errore è stato quello ‎di non indire una "early general election" subito dopo il referendum. Sembra evidente che le elezioni per un nuovo Parlamento andassero chiamate prima, non dopo la decisione di "trigger" l'articolo 50 del trattato sull'UE che fa scattare l'inizio dei negoziati per l'uscita dall'Unione. A prendere tale decisione irrevocabile avrebbe dovuto essere il governo costituito a seguito di tale nuova investitura e quindi quello che avrebbe potuto condurre il negoziato fino in fondo e con la certezza di avere la necessaria maggioranza parlamentare al momento di firmare il trattato conclusivo dei negoziati.

 

Indire un'elezione generale dopo aver fatto scattare l'articolo 50 e, quindi, quando le lancette dell'orologio dei 24 mesi concessi per il negoziati avevano cominciato a muoversi, apriva eventualità imprevedibili‎, come quella che si è verificata. L'articolo 50 è stato fatto scattare da un governo che non ha più la maggioranza e sulla base di un programma che prevedibilmente non sarà condiviso dal governo scaturente dalle urne. Nel frattempo mesi preziosi sono trascorsi nell'incertezza, incertezza che si protrarrà ancora rischiando di erodere il tempo residuo per la conclusione del negoziato e di rendere sempre più probabile l'esito ipotizzato dalla May di un "no deal": esito non più scelto deliberatamente ma imposto da circostanze incontrollabili dal governo ma messe in movimento dalle improvvide scelte della stessa May.

 

Un tale scenario avrebbe dovuto essere evitato da un governo e da un primo ministro che avessero a cuore il bene generale del Paese. La decisione subitanea di chiamare un'elezione anticipata è stata l'evidente frutto di un calcolo politico mirante al rafforzamento della posizione personale del PM: calcolo che, risultando errato, ha ‎retroagito con potere doppiamente distruttivo sui progetti della May. Rifiutando, ancora per motivi di ambizione personale, di prendere atto dei propri errori e di dimettersi quest'ultima corre un nuovo grave rischio di trascinare il paese in un prolungato periodo di incertezza che potrebbe concludersi in una nuova elezione generale: uno scenario non del tutto inedito nella storia costituzionale del Regno ma che, nelle attuali circostanze, potrebbe costare caro al Paese e al partito conservatore.

 

In tale scenario, la pretesa della May di imporre la decisione di far scattare l'articolo 50 e il futuro trattato di uscita dalla UE al Parlamento senza sottoporre tali decisioni alla sua approvazione, considerando sufficiente l'investitura ricevuta dal governo direttamente dal popolo attraverso la pronuncia referendaria, ponendosi in contrasto con una tradizione costituzionale di settecento anni di prerogativa parlamentare, esce drammaticamente sconfitta. É infatti improbabile che, ove riuscisse a formare un governo di coalizione, la May potrà far accettare tale impostazione; e, nel caso non riuscisse in questa non agevole impresa, un futuro governo di una futura maggioranza parlamentare ben difficilmente potrà far sua tale‎ concezione. Con le inevitabili conseguenze sull'esito dei negoziati con la UE che dovranno essere sottoposti al controllo del Parlamento e oggetto di accordi fra diversi orientamenti e non decisi unilateralmente da un gabinetto espressione delle scelte della sola May.

 

In ogni caso, il futuro politico di Theresa May appare gravemente compromesso.





Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma