Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

First ladies e diplomazia. Un lungo passato dal futuro incerto

Dario Fazzi * - 28.01.2017
Thelma “Pat” Nixon

Nel marzo del 1972, nel corso di una intervista a Monrovia, in Liberia, Thelma “Pat” Nixon descrisse quello della first lady come il “il più duro lavoro non pagato al mondo”. La costituzione degli Stati Uniti infatti non prevede alcun incarico ufficiale néforme di emolumenti per le first ladies, la cui funzione si basa sostanzialmente su una tradizione le cui origini risalgono a Martha Washington e alla cultura alto-borghese anglosassone di fine settecento.

 

Eppure, per quanto informale, la posizione della first lady resta molto influente nel sistema socio-politico statunitense, ben al di là di quelle che una volta Betty Ford descrisse come “chiacchiere da letto.” Pare infatti che il presidente Andrew Johnson ritenesse l’opinione di sua moglie molto più valida e autorevole di quelle di numerosi consiglieri. Sarah Polk era indispensabile segretaria, consigliera politica e confidente del marito. Per molti, la vera deus ex machina dietro l’amministrazione Taft era Helen, moglie del presidente. L’impegno politico di Eleanor Roosevelt e il suo rivoluzionario impatto sull’immagine pubblica della first lady hanno caratterizzato questa figura sino ai tempi di Michelle Obama.

 

Quello che è interessante notare è che spesso le first ladies hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella conduzione della politica estera statunitense. In particolare, le first ladies hanno in numerose occasioni svolto delicati compiti di diplomazia pubblica, non soltanto allorché impegnate ad ospitare capi di stato e di governo stranieri in visita alla Casa Bianca, ma anche attraverso i loro viaggi, i loro contatti personali e le loro relazioni con gruppi e organizzazioni internazionali.

 

Nel corso dell’Ottocento, Abigail Adams, Elizabeth Monroe, Louisa Adams (la prima e fino a qualche giorno fa unica first lady a non essere nata in suolo americano) e Julia Grant furono tra le donne con maggiore esperienza internazionale del loro tempo. A Parigi, la Monroe era conosciuta come la belle américaine, mentre Louisa Adams divenne popolare per un dettagliatissimo resoconto dei suoi viaggi europei, che la portarono da Londra a San Pietroburgo. Un diario, quello della Adams, che rese noti agli Americani i pericoli, gli intrighi e l’instabilità dell’Europa napoleonica.

 

Con l’ascesa degli Stati Uniti a potenza mondiale, la rilevanza delle first ladies in politica estera è cresciuta di conseguenza. Quando il presidente Wilson si recò a Versailles per negoziare i termini della pace, la sua seconda moglie Edith lo accompagnò lavorando cosi alacremente a tessere contatti tra le delegazioni europee e quella statunitense che molti commentatori contemporanei la definirono come una first lady di cui andare fieri. Dopo aver visitato numerosi paesi latinoamericani nell’estate del 1961, i giornali locali dipinsero Jackie Kennedy come un idolo delle masse. Pat Nixon visitò l’Unione Sovietica a fianco di Victoria Brezhnev, contribuendo a suo modo all’avvio del processo di distensione delle relazioni internazionali, ma fu anche la prima first lady ad andare in Africa.

 

Le first ladies statunitensi non hanno soltanto esportato un certo tipo di immagine pubblica del proprio paese. Spesso hanno compiuto in prima persona alcune delicate missioni per conto delle loro amministrazioni. Nel giugno del 1977 Rosalynn Carter fu inviata dal marito come rappresentante ufficiale in America Latina, dove intavolò discussioni con i vari leader politici locali su diritti umani, disarmo, demilitarizzazione, commercio internazionale, addestramento di piloti civili, traffico di stupefacenti, finanche energia nucleare. In molti circoli di Washington era chiaro come Nancy Reagan e il marito tendessero a rispondere alle sfide globali a loro contemporanee agendo come una squadra. Nancy fu fondamentale nella svolta conservatrice dell’amministrazione che portò alla sostituzione del consigliere alla sicurezza nazionale William Clark e del segretario di stato Alexander Haig, rispettivamente, con i falchi Robert McFarlane e George Shultz. L’abilità politica e retorica di Hillary Clinton giovò non poco all’immagine internazionale degli Stati Uniti: nel 1995 l’allora first lady raccolse innumerevoli manifestazioni di stima a seguito di un discorso incentrato sul rispetto dei diritti di genere e pronunciato a Pechino in occasione della quarta conferenza mondiale sulle donne. Più recentemente, infine, Michelle Obama ha provato, pur senza successo, a difendere di fronte al Comitato Olimpico Internazionale la candidatura della città di Chicago per i giochi del 2016.

 

Fino a che punto la nuova first lady sia in grado di reggere il confronto con questo ingombrante passato è al momento complicato a dirsi. Resta il fatto che, a differenza di quanto avviene per il presidente i cui poteri sono limitati da una serie di complessi pesi e contrappesi istituzionali ma che resta comunque libero di modificare la propria immagine pubblica a prescindere da quella dei suoi predecessori, la funzione della first lady è strutturalmente legata al vincolo della tradizione. Melania Trump è priva di un curriculum politico e i suoi interessi nell’ambito della moda e dell’arte sono scarsamente compensati da un timido e piuttosto recente coinvolgimento in azioni umanitarie e campagne sociali come quella sul cyber-bullismo. Per questa ragione sarà difficile poter contare su di lei nella conduzione di un’adeguata e solida diplomazia pubblica e informale (posto che l’osteggiata tendenza nazionalista del neopresidente non miri in realtà ad escludere ogni sforzo diplomatico tout court). Insomma, sembrano tornati i tempi in cui Henry James, riferendosi alla poco adatta figura di Lucy Hayes prossima a lasciare la Casa Bianca, faceva dire a un personaggio dei suoi racconti: “Coraggio, manca solo un mese. Si dia spazio alla volgarità e al divertimento. Invitiamo il Presidente.”

 

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.