Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Europa ed euro da non lasciare

Gianpaolo Rossini - 17.05.2017
Rapporto Cecchini

Alla fine degli anni 80 del secolo scorso l’Europa dà vita ad un programma pionieristico di integrazione del quale si fa paladina la Gran Bretagna entrata nella allora Comunità da pochi anni, ovvero dal 1975.  Si tratta del progetto del mercato unico europeo (European Single Market) cui lavorano per alcuni anni economisti, giuristi, politologi. Lo scopo è di dare vita ad un’area altamente integrata che possa consentire scambi tra paesi membri della Comunità con una facilità vicina a quella che si riscontra tra gli stati degli Usa.  Si tratta di un grande balzo che cambia registro rispetto allo spirito originario della Comunità che nelle sue prime fasi si afferma con intenti più difensivi, ad esempio nel settore dell’acciaio e dell’agricoltura, piuttosto che in una prospettiva di maggiore apertura e concorrenza. Nei primi anni della Comunità ci sono infatti più timori che speranze. In Italia nella sinistra si fa la conta dei settori che saranno fagocitati da Germania o Francia. Grandi distruzioni di capitale umano e industriale sono previste con enormi costi sociali e instabilità politica. Ma l’eliminazione dei dazi intra europei, completa nel 1969 secondo il dettato del Trattato di Roma, non produce le tragedie evocate da “sinistre” Cassandre.

Le imprese sono le protagoniste di questo straordinario processo di integrazione e sono loro che danno vita nei fatti ad un mercato unico europeo in cui operano. Chiedono infatti all’Europa di andare oltre e quindi di armonizzare regole e standard tecnici, di aprire a tutti i soggetti europei le gare pubbliche di ogni paese e infine di ridurre residue barriere amministrative.

Tutte queste esigenze sono incorporate nell’architettura del mercato unico europeo che vede la luce il primo gennaio 1993 e che diventa il nuovo paradigma dei processi di integrazione globali promossi dal WTO nonché di numerose forme di integrazione regionale dal Mercour in America Latina, al Nafta nell’America del Nord, all’Asean nel Pacifico.

La moneta unica europea nasce come la conclusione naturale dello stabilirsi del mercato unico perché implica l’eliminazione di uno dei maggiori ostacoli alla piena integrazione tra paesi ovvero l’esistenza di valute nazionali. Ed è una grave sventura che la Gran Bretagna paladina di questo programma di integrazione si defili nell’ultimo miglio.

Il mercato unico è ormai per tutti noi e soprattutto per le imprese un dato scontato del quale i più non si accorgono. Un po’ come la salute che, quando c’è, non la sentiamo e la percepiamo solo quando la perdiamo. E’ per questo che la Gran Bretagna ha e avrà difficoltà enormi a scrollarsi di dosso questo profondo processo di integrazione sul quale cammina ogni istante, senza che gli inglesi se ne accorgano, l’economia e la vita oltremanica.

Buttare a mare l’Europa non ha alcun senso e soprattutto significherebbe cancellare parte della nostra identità e del modo di vivere nostro che l’Europa ha plasmato in questi decenni. La maggioranza della popolazione, ovvero coloro che hanno meno 60 anni non sa se non in modo indiretto come eravamo prima e quindi finisce per esprimere giudizi a volte critici poco fondati. L’Europa non è certo da abbandonare. E anche l’euro ci conviene tenercelo stretto. Chi vorrebbe lasciarlo sogna sovranità monetarie perdute e svalutazioni a go go non appena se ne presenta la necessità. Ma i conti con l’estero (conto corrente della bilancia dei pagamenti) dell’Italia sono in surplus tant’è che oltreatlantico stanno preparando dazi doganali anche contro i nostri prodotti. Inoltre tanta delocalizzazione selvaggia sta rientrando o frenando perché il mercato del lavoro funziona meglio e perché in Italia si producono beni ad un livello qualitativo non raggiungibile in paesi low cost. Il problema semmai è che molte imprese non trovano lavoro adeguato, come provano oltre mezzo milione di posti non coperti. Se non bastasse un paese che svaluta rischia di vedere acquistare i propri gioielli a prezzi di saldo da raider stranieri. E le imprese si troverebbero di nuovo a dover fare i conti con una miriade di valute e con nuovi rischi di cambio da cui coprirsi a costi non sempre modici. Insomma a che servirebbe lasciare l’euro?