Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Detto e non detto: la lingua di Salvini nei social network

Matteo Largaiolli * - 26.04.2016
Matteo Salvini su Facebook

L’uso dei social network è ormai parte integrante della comunicazione politica. Un caso di studio interessante per un’analisi della lingua della politica sono i post pubblicati da Matteo Salvini su Facebook nel giorno degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016.

In quel giorno, Salvini si trovava nella capitale belga per impegni istituzionali e fin dalle prime ore del mattino ha pubblicato sulla sua pagina Facebook commenti e resoconti in presa quasi diretta. Fin dal primo post, il leader leghista (o il suo staff) adotta uno stile giornalistico, o meglio lo stile dei titoli di giornale: una o più frasi nominali che indicano luogo e fatto, seguite da brevi righe in cui predomina il commento. Con i primi post Salvini colloca l’evento nello spazio: l’aeroporto di Bruxelles, l’ingresso del Parlamento. La definizione del luogo che dà Salvini non è neutra: da un lato, i participi e gli aggettivi che qualificano la città – bloccata, evacuato, ferma, blindata, chiusa –servono per evocare l’atmosfera di sospensione in cui è immersa Bruxelles. Dall’altro, con le indicazioni precise sul suo tragitto nella capitale, Salvini dimostra di conoscere bene il luogo che al momento è al centro dell’attenzione e si autopresenta così come testimone privilegiato e legittimato a parlarne.

Accanto al luogo, Salvini imposta il tempo, che su Facebook è puntuale nelle indicazioni automatiche di data e ora, ed è sostanzialmente l’“adesso”: «Ora si esce dal palazzo in direzione centro». Il tempo non si limita però soltanto a Bruxelles, ma si ripercuote sull’Italia: «Intanto in Italia continua a entrare, uscire e sbarcare chiunque». Questo avverbio intanto, che quasi sfugge, collocato com’è ad aprire un’affermazione che non riguarda l’evento in discussione ma un tema politico forte del partito, è in realtà estremamente importante: perché colloca l’evento in un continuum temporale, impone un legame e di fatto crea una storia di cui sono protagonisti Salvini, gli italiani (avversari e compagni), gli immigrati. È un avverbio che funziona da didascalia, come in un romanzo o un fumetto.

E dopo il where (“qui a Bruxelles”) e il when (“adesso”) c’è il terzo elemento fondamentale, della notizia: who. Facebook è già di per sé un indicatore di tutti questi elementi, perché indica il dove e il quando e soprattutto il chi scrive – dato che una pagina personale di Facebook mette al centro, ovviamente, l’io. Ma Salvini lo ribadisce già nella seconda riga del primo post, che si apre per l’appunto con un pronome: «ESPLOSIONI e morti all’aeroporto di Bruxelles. Io stavo arrivando lì ma ci hanno bloccato».

Subito però, quando si tratta di persone, i fatti si complicano. Se il luogo e il tempo sono univoci, già in questo primo periodo la definizione delle persone non è del tutto pacifica. Il pronome ci privo di antecedente esplicito non dice chi è stato bloccato. Matteo Salvini e il suo staff? Matteo Salvini e gli altri europarlamentari? Matteo Salvini e gli altri normali lavoratori che stavano andando in ufficio? In realtà importa poco, perché è un noi che è in realtà un io e serve soltanto a rendere la proporzione collettiva dell’evento e a stabilire una comunità con i lettori. Salvini non dice nemmeno chi bloccava l’afflusso di persone: naturalmente, è facile immaginare che si tratti di “forze dell’ordine” o qualcosa di simile. Ma registriamo il fatto che in questo periodo manca qualcosa: non vengono esplicitati né l’oggetto né l’agente del verbo.

La costruzione del racconto procede poi con tutti gli altri elementi essenziali della narrazione: il protagonista e i comprimari, le azioni e i fatti. Non stupisce, data la natura di diario propria di Facebook, verificare la centralità dell’io. E non stupisce vedere applicate tutte le categorie retoriche più note per creare adesione e pathos: la polarizzazione tra buoni (io e noi) e cattivi (voi e loro), la creazione dell’appartenenza (noi siamo la parte che ha ragione), la delegittimazione dell’altro e dell’avversario (e in particolare dell’avversario politico italiano), la creazione di campi semantici (primo fra tutti quello della guerra, fin dal secondo post: evocata da «Eserctito [sic] e giubbotti anti-proiettile», e poi esplicitamente dichiarata: «ci hanno dichiarato guerra...»), la ridefinizione dei concetti (come di accoglienza in «Gli attentati sono figli del buonismo e dell’accoglienza a tutti i costi»). Il tutto viene colorato con strategie retoriche collaudate, ed efficaci proprio perché ben radicate nelle nostre orecchie, come le sequenze a tre membri: «controllare, indagare, espellere» (che è lo stesso schema di «credere, obbedire, combattere»), a volte con un significato non del tutto perspicuo: «Intanto in Italia continua a entrare, uscire e sbarcare chiunque», in cui sbarcare farà anche il paio con entrare, ma difficilmente con uscire, che sembra trascinato per pura inerzia da entrare.

Ma fra tutti i tratti linguistici c’è un tratto che spicca, anche se è difficile dire quanto sia voluto: l’ellissi, cioè la mancanza di un elemento della frase (del soggetto, degli agenti, degli argomenti del verbo). L’esempio più familiare di ellissi è quello che da ragazzi abbiamo imparato a chiamare “soggetto sottinteso”, che in italiano a volte è obbligatorio e perfettamente naturale. Il problema si pone quando l’ellissi tocca non tanto il soggetto, quanto l’agente di un’azione o un altro argomento del verbo, e fa venire meno un elemento che comunica un contenuto.

Non si definisce chi siamo noi e chi siete voi, non si dice chi fa qualcosa e a volte nemmeno che cosa fa qualcuno («Grand Place deserta come mai vista, 4 militari armati e non più di dieci turisti»). Un’affermazione come « E qualcuno continua a dire che non ci hanno dichiarato guerra…» può essere parafrasata come “I terroristi ci hanno dichiarato guerra” (ma quali terroristi?) o “L’Isis ha dichiarato guerra agli europei” (ma allora si dovrebbe spiegare se proprio dell’Isis si tratta e dire quando e in che forma c’è stata questa “dichiarazione di guerra”). Esplicitare porrebbe ogni affermazione su un terreno scivoloso: costringerebbe a essere precisi e chiari, motivare, documentare, dimostrare. Così, si lascia tutto nell’indistinto.

Certo, colmare il vuoto informativo non è difficile. Ma non è questo il punto: dove manca il nesso logico agisce l’analogia, che non richiede necessariamente una documentazione, una relazione di causa ed effetto. Dove non c’è l’esplicito, domina il non-detto. Questa assenza di agenti e di esplicito limita l’assunzione di responsabilità del parlante, ma soprattutto lascia al lettore il compito di riempire il vuoto; si stabilisce così un legame emotivo e di complicità tra scrivente e lettore: è l’immaginazione del destinatario che deve mettersi in moto, e non è difficile spingerla verso i suoi terrori peggiori. Con l’imitazione dello stile giornalistico, Salvini imita l’oggettività della notizia. Ma in realtà nei suoi post non c’è nulla di informativo: la sua scrittura risponde piuttosto alle necessità della narrazione e della creazione di un mito.

 

 

 

 

* Matteo Largaiolli collabora a un progetto di ricerca sull'analisi della lingua politica, presso l'Istituto Storico Italo Germanico - Fondazione Bruno Kessler, Trento