Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Dalla Francia con amicizia: come ripensare la politica democratica?

Raffaella Gherardi * - 17.06.2017
Allegoria del buon governo

Fra gli innumerevoli commenti che cercano di individuare le ragioni dello straordinario successo di Macron e del partito da lui fondato, mettendo rapidamente fuori causa  forze politiche assai consolidate e di lunga tradizione, si stanno facendo strada anche alcune interessanti analisi che puntano l'accento sugli elementi anticonflittualisti e sulla volontà di fare appello a un progetto comune per la società francese nel suo insieme. L'idea di una République rinnovata e in cammino, nella salda cornice d'Europa, proposta dal giovane leader francese, sarebbe stata premiata dagli elettori anche nel segno di una nuova appartenenza collettiva, per dar corpo alla quale donne e uomini dell'era post-ideologica si sono sentiti chiamati in causa nel segno di un progetto comune.  L'elettorato  si sarebbe largamente riconosciuto in un programma orientato alla prospettiva unificatrice di una politica dell' et-et, punendo sia da destra che da sinistra  programmi basati invece sull'idea di una politica dello scontro muscolare e dell' aut-aut. Agli albori della modernità un grande pittore come Ambrogio Lorenzetti, nel suo celebre affresco sulla Allegoria del buon governo del Palazzo pubblico di Siena, aveva rappresentato la concordia fra i cittadini come elemento caratterizzante del buon governo stesso: possibile che ora, dopo secoli di affermazione della modernità su scala globale e nel bel mezzo delle diverse crisi che, nel nuovo millennio, da più parti, sembrano segnarne la inarrestabile decadenza, dalla Francia venga un segnale di nuovo ispirato alla concordia? E se ciò avesse qualche plausibilità quali elementi distintivi avrebbe quest'ultima, una volta che il concetto di amicizia (che, improntata a virtù e concordia, Aristotele riteneva fondamentale per la polis) appare definitivamente confinato nella sfera privata? Senza voler riesumare un impossibile e nemmeno auspicabile ritorno a tempi passati (già Nietzsche aveva sottolineato che i classici avevano portato con loro nella tomba l'idea di amicizia come virtù), quale legame condiviso per le democrazie contemporanee sarebbe dunque possibile lanciare oggi nello scenario dei vorticosi processi di globalizzazione in atto? Più specificamente: come immaginare oggi un rafforzamento dei princìpi costitutivi e dei valori della democrazia da parte dei cittadini nei paesi che fanno parte della UE e per la UE stessa? Appare chiaro, fin da quanto appena affermato, che si tratta di andare ben oltre rispetto alla eventuale progettazione/realizzazione di meccanismi e marchingegni di tipo costituzional-istituzional-formale,  idonei  a testare di volta in volta la mera e astratta volontà di generici cittadini, ritenuti di per sé virtuosi e sempre uguali a se stessi. La sfida in campo sembra ancora a chi scrive, (al di là della maggiore o minore efficacia dei meccanismi di cui sopra),  quella che già nel secolo scorso uno dei più illustri giuristi e teorici della democrazia e dello Stato costituzionale di diritto, Hans Kelsen, aveva visto con grande chiarezza, laddove sottolineava che la politica democratica è innanzitutto capacità di costruire il dialogo, capacità di saper pensare, oltre se stessi, gli altri, in vista della possibile costruzione di un "noi" condiviso. Significativamente egli ricordava che il motto stesso della democrazia è il seguente: L'état c'est nous (Lo Stato siamo noi). D'altra parte l'esperienza stessa delle costituzioni contemporanee, affermatesi soprattutto dopo il dramma della seconda guerra mondiale, a difesa dei diritti individuali e collettivi  e a indicazione di programmatiche linee progettuali per l'avvenire, suona a testimonianza concreta dello sforzo di costruire un "noi" condiviso, da parte di popoli e paesi, nel segno della libertà e della democrazia. Cosa resti ora di quel "noi", all'interno e all'esterno di casa nostra, in Italia e in Europa, si fa molta fatica ad immaginare, così come riesce difficile intravedere se l'eredità del costituzionalismo cui ci ispiriamo sia davvero esperienza vissuta da parte di tutti noi, cittadine e cittadini. Certo il poco edificante spettacolo che da anni si sussegue sulla scena nostrana di riforme elettorali che tutto hanno alla base, fuorché l'idea di una  condivisione vera delle regole del gioco, o,  nel cuore d'Europa, recenti costituzioni quale quella ungherese, dal forte richiamo etnico, non lasciano molto spazio all'idea che la lungimiranza e la capacità di  chiamare a raccolta un nuovo "noi" siano proprie di tanti leader che ci sono in giro (o che si ritengono tali). Chi sa se il vento che spira dalla Francia, e che sembra indicare la volontà di pensare in modo non pregiudizialmente conflittuale e oppositivo, sia in grado di produrre benefici influssi….

 

 

 

 

* Professore ordinario di Storia delle dottrine politiche – Università di Bologna