Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Dalla Brexit una sfida per l’Università italiana

Massimo Piermattei * - 16.07.2016
Nicola Sturgeon

Lo shock seguito alla Brexit ha rimesso al centro del dibattito italiano ed europeo l’Ue, le sue istituzioni, le politiche che attua, i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano nel tempo presente. Forse per la prima volta, più che in occasione delle vicende legate alla Grecia, ci si è resi conto di quanto sia profondo e complesso il legame tra uno Stato membro (i cittadini, le istituzioni locali, le imprese, ecc.) e l’Ue. La complicata procedura di uscita del Regno Unito, la posizione della Scozia di Nicola Sturgeon, gli interrogativi posti dagli “emigrati” dai Paesi membri Oltremanica, sono tutti esempi che evidenzianola problematicità della situazione; problematicità che per essere studiata e compresa ha bisogno di conoscenze e competenze specifiche – si pensi a quanto si è parlato dell’art. 50 del Trattato, tema finora sconosciuto ai più.

In un contributo pubblicato su «Mente Politica» a inizio febbraio si era segnalata l’assenza generale dell’Accademia italiana, e in particolare degli storici, dal dibattito pubblico e mediatico in Italia sulla Ue e sulle sue crisi – sono “altri” che parlano di Europa, non di rado approcciandosi per la prima volta a questi temi. In questa prospettiva, la Brexit può essere l’occasione per invertire la tendenza e per rimettere al centro di diversi percorsi formativi proposti dagli atenei italiani la storia dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale e il percorso seguito dal processo d’integrazione.

Per fare questo è essenziale però partire da qualche dato che fotografi la situazione attuale[1]. Sul portale dell’Associazione universitaria degli studi europei – AUSE – c’è un interessante censimento degli insegnamenti di studi europei attivi negli atenei italiani, la cui analisi merita qualche riflessione e pone interrogativi ineludibili. La stragrande maggioranza dei corsi universitari che riguardano l’Ue è di carattere giuridico (59%). Se ne deduce facilmente di come sia impensabile oggi percorrere un cammino di studi legato al diritto, nelle sue varie articolazioni, senza fare i conti con la sfera europea. Lo stesso non accade invece per la storia e per le scienze politiche più in generale, dove gli insegnamenti specifici di storia dell’integrazione europea sono ancora pochi e scarsamente ramificati sul territorio (46 gli atenei senza queste cattedre, 24 quelli che li hanno) con una grave lacuna nel Meridione (dove l’insegnamento risulta attivo solo in 4 realtà su 17). Certo, diverse cattedre di storia contemporanea e di storia delle relazioni internazionali prevedono approfondimenti sull’integrazione europea, ma tutto dipende pur sempre dalla volontà e dalla sensibilità del singolo docente. La storia dell’integrazione europea non rappresenta quindi un passaggio imprescindibile per uno studente che si approcci alle discipline di area storica o delle scienze politiche: è un’opzione, una scelta tra le varie possibili. Lo stesso non è pensabile, come già detto, per il diritto dell’Unione europea, che fa parte di tutti i percorsi formativi in quel settore.

Un ulteriore spia della debolezza della storia dell’integrazione europea nella realtà accademica italiana è inoltre dedotta dalle difficoltà di penetrazione e la scarsa visibilità di cui attualmente gode nelle due principali associazioni “di categoria” degli storici, quella dei contemporaneisti (SISSCO) e degli internazionalisti (SISI) - in termini di interventi a convegni, panel, tesi di dottorato – nonostante la (per fortuna) progressiva consapevolezza della rilevanza svolta dal processo d’integrazione europea nel determinare l’evoluzione e le trasformazioni interne di uno Stato membro.

Queste difficoltà si traducono, di fatto, in una sorta di disincentivo al proseguimento degli studi nell’ambito della storia dell’integrazione europea. I dottorati in storia sono sempre più spesso accorpati in tematiche diverse (si potrebbe dire, con una battuta, “dagli etruschi all’Isis”) o per atenei diversi: solo lo “storico” dottorato di Pavia resiste, ma non più come corso autonomo, bensì come curriculum interno a un percorso molto più ampio. Ne consegue che anche i giovani ricercatori che si occupano di storia dell’integrazione europea difficilmente riescano a proseguire nella carriera accademica o, non di rado, finiscano per “occuparsi di altro” perché più (cinicamente) utile in termini di riconoscimento del lavoro svolto per i concorsi e per le abilitazioni scientifiche nazionali.

Queste ultime riflessioni permettono di introdurre un elemento centrale, che non a caso ha polarizzato buona parte del dibattito svoltosi recentemente a Forlì in occasione del convegno “L’Europa e il suo processo d’integrazione: il punto di vista della storiografia italiana”. Ovvero, il tema di quanto l’assenza di un settore scientifico disciplinare sia un freno per il radicamento dell’insegnamento della storia dell’integrazione europea nelle Università italiane e per la ricerca scientifica.

Si diceva in apertura di come la Brexit possa rappresentare un’opportunità per rimettere al centro dei percorsi universitari legati alla storia e alle scienze politiche la storia del processo d’integrazione europea. A trarre beneficio da questo rinnovato approccio sarebbe non solo l’Università italiana, ma anche diverse realtà professionali - come quelle legate al giornalismo e ai nuovi media, alla scuola, agli enti locali - che si confrontano quotidianamente con l’Ue e le sue crisi, e che potrebbero trovare nelle Università partner preziosi per strutturare al meglio una formazione professionale di alto profilo, interdisciplinare, reciprocamente arricchente.

Il dibattito sul referendum inglese, soprattutto quello che è seguito al voto, ha messo chiaramente in luce la necessità di rafforzare lo studio dell’Ue e del suo processo d’integrazione anche, e forse soprattutto, ripartendo dalla prospettiva storica: c’è un problema di memoria e di conoscenza di come l’Ue sia nata e si sia sviluppata che non può essere tralasciato. Farlo, creerebbe un vuoto inaccettabile, oltre a rappresentare un trampolino per approcci più semplicistici o peggio, meramente utilitaristici. La sfida c’è: sta all’Accademia italiana, a ogni singolo studioso e al Ministero rispondervi in modo pronto e adeguato.



[1] I dati sono tratti dalla relazione “Una mappatura della situazione accademica italiana” tenuta dall’autore al convegno L’Europa e il suo processo d’integrazione: il punto di vista della storiografia italiana, Forlì, 26-28 maggio 2016 e sono consultabili in modo più esteso qui)

 

 

 

 

Professore a contratto Università della Tuscia