Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Chi teme l’Arabia Saudita? L’ONU

Miriam Rossi - 06.07.2016
Ban ki-moon

Un bel distillato di realpolitik è stato di recente servito in mondovisione. Il rapporto annuale del Rappresentante speciale ONU sui bambini e sui conflitti armati presentato lo scorso 2 giugno è stato rivisto in tutta fretta nella notte del 6 giugno su richiesta dell’Arabia Saudita, che ha preteso la rettifica di un elenco particolarmente odioso dinanzi all’opinione pubblica: quello degli Stati e dei gruppi armati che violano i diritti dei bambini nel mondo. Di certo la non lusinghiera posizione della monarchia saudita, a causa del conflitto armato condotto dal marzo 2015 in Yemen nello stesso elenco con Isis e Boko Haram, ha indotto Riad a chiedere a gran forza la propria cancellazione dalla black list, anche minacciando il taglio dei finanziamenti erogati all’Organizzazione delle Nazioni Unite, in particolare quei 100 milioni di dollari annui vitali per le attività dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, UNRWA).

Proprio il possibile taglio dei finanziamenti ha indotto il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ad accordare un riesame congiunto dei casi citati nel report originario che rilevava la responsabilità della coalizione saudita per il 60% delle vittime infantili nel conflitto in Yemen nello scorso anno, segnalando l’uccisione di 510 bambini e il ferimento di 667, con la metà degli attacchi su scuole e ospedali. Una decisione che lo stesso Ban Ki-moon ha confessato ai media essere uno dei momenti più dolorosi e difficili della sua carriera. Tuttavia se il portavoce dell’ONU segnala che, “in attesa delle conclusioni del riesame congiunto, il Segretario generale rimuove la coalizione dall’annesso del rapporto”, il capo della delegazione saudita alle Nazioni Unite, Abdallah al-Mouallimi, ha dichiarato che l’eliminazione dalla lista nera è invece definitiva perché “siamo stati inseriti erroneamente nella lista”.

Che la questione sia chiusa o meno (per questo anno), non sfugge che la rettifica del rapporto non sia passata sotto silenzio anche grazie all’attento sguardo delle più note organizzazioni a difesa dei diritti umani, che hanno definito l’operazione come del tutto ignobile. “Amnesty International ha messo in forte discussione la credibilità delle Nazioni Unite dopo che queste hanno vergognosamente ceduto alle pressioni per rimuovere i partecipanti alla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita dall’elenco degli stati e dei gruppi armati che violano i diritti dei bambini nel corso dei conflitti”. Anche Human Rights Watch ha usato toni analoghi nei rispettivi comunicati stampa, in considerazione dei tragici numeri che la coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita fa registrare con la morte di 9.300 civili yemeniti, di cui un terzo bambini, dall’avvio del conflitto.

Non è la prima volta che questo report determina prese di posizione tanto suscettibili di interventi politici da parte degli Stati membri: nel 2015 l’ONU eliminò la palestinese Hamas dall’elenco delle organizzazioni violatrici dei diritti dei bambini, dopo averla inclusa in una bozza iniziale, e non inserì neanche Israele per la sua sanguinosa operazione militare “Margine protettivo” a Gaza nell’estate 2014. Tuttavia mai in passato le Nazioni Unite avevano rimosso uno Stato da un elenco già pubblico. “Dopo aver dato a Israele un simile lasciapassare l’anno scorso, l’ufficio del Segretario generale dell’Onu è caduto ancora più in basso capitolando sotto la sfacciata pressione dell’Arabia Saudita”, ha dichiarato il vice direttore alla difesa dei diritti umani per Human Rights Watch, Philippe Bolopion. Una presa di posizione condivisa dai molti che ritengono che arretrare sul campo dei diritti umani e sui valori condivisi dalla comunità internazionale costituisca un errore gravissimo per l’Organizzazione multilaterale, una vergogna che mette a rischio la sua credibilità nel complesso. Se infatti l’ONU non è riuscita a ricoprire quel ruolo di “gendarme” nel mondo che si era proposta con la sua nascita nel secondo dopoguerra, contribuendo in prima persona ad assicurare la pace e la sicurezza internazionali, tuttavia non andrebbero invece assolutamente dissipate quelle capacità tecniche di analisi e di intervento nell’ideazione di piani di sviluppo globale, nell’assistenza umanitaria, nel rafforzamento dello stato di diritto e nella configurazione del sistema di giustizia internazionale, in cui risiede la forza dell’Organizzazione. Specialmente nell’ambito della tutela dei diritti umani, la credibilità risulta uno dei pochi strumenti di intervento in grado di discernere tra un comportamento sbagliato e uno corretto da parte degli Stati membri, una ragione fondamentale e ulteriore perché ricatti di ordine politico o finanziario non influiscano sul delicato lavoro di accertamento delle violazioni dei diritti umani.