Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Chi ha paura del protezionismo?

Gianpaolo Rossini - 08.07.2017
Negoziato Brexit

Le politiche commerciali riguardano norme, imposte (dazi) e agevolazioni su esportazioni ed importazioni di beni e servizi di un paese. Il Trattato di Roma cancella le politiche commerciali nazionali e attribuisce la materia alla Commissione UE. Nel 1957 l’Italia ha un interscambio - Import + export - sul Pil pari al 30% (nel 2016 è quasi il 50%).  C’è più specializzazione: un settore che esporta molto importa poco e viceversa, mentre oggi  ogni comparto esporta ed importa molto. Negli anni ‘50 scarsi sono i servizi scambiati, limitati al turismo. Le imprese fanno in casa gran parte dei beni intermedi invece di comprarli o produrli ai quattro angoli del pianeta come avviene oggi. Poche multinazionali sono presenti in limitati settori manifatturieri. Oggi sono tante, medie e grandi, in tutti i settori, servizi compresi. Per questo nel 1957 non trova opposizione il trasferimento delle politiche commerciali dalle capitali europee a Bruxelles, con un dazio unico sulle importazioni extra Ue e zero dazi intra Ue. Ne risulta un’unione doganale con libertà di movimento delle persone (perfezionata con Schengen nel 1995) e delle attività finanziarie (massima nell’aera euro) in un mondo di tassi di cambio fissi e trascurabili flussi finanziari internazionali privati.

Molto è cambiato in sessant’anni. Soprattutto la profondità della integrazione internazionale ridimensiona strumenti di protezione vecchio stile come dazi. Che fanno rumore, anche se ciò che limita gli scambi internazionali si definisce sui più disparati tavoli e mercati. Oggi ogni bene esportato deve fare i conti con norme di sostenibilità ambientale, idoneità sanitaria, sicurezza stradale, limiti nelle emissioni, soglie di componenti chimiche per coltivazioni agricole e allevamenti, diritti di proprietà intellettuale, standard minimi delle condizioni di lavoro, obbligo di incorporare qualche semilavorato del paese di destinazione nel prodotto. Tutto questo pesa più di dazi doganali. Per i servizi il quadro è più complicato: le norme nazionali possono tradursi in labirinti insormontabili,  pur in assenza di palesi restrizioni. Nella Ue il mercato unico dal 1993 elimina o riduce le barriere “occulte”. Ma con paesi terzi non è così. Il riposizionamento delle politiche commerciali ha implicazioni di rilievo.

  1. Cambiano le competenze della commissione Ue. Nel maggio scorso la corte di giustizia della Ue stabilisce (parere 2/15) che gli accordi commerciali con paesi terzi, come quelli con Singapore e Canada,  stipulati in quelle settimane,  richiedono ratifica dai parlamenti nazionali. Ennesimo arretramento della Ue? No, la numerosità di norme e campi che oggi un accordo commerciale tocca richiede o una estensione delle competenze (federali) della Commissione e del parlamento Europeo o un intervento dei parlamenti nazionali. Si sceglie la seconda strada. Ok. La prima non è percorribile adesso, ma non è chiusa per sempre. La corte di giustizia ha implicitamente riconosciuto che gli accordi commerciali toccano caratteristiche nuove dello scambio internazionale, sconosciute nel 1957 quando si delinea il perimetro delle competenze “federali” della Commissione.
  2. Le effettive politiche commerciali non sono esattamente quantificali e identificabili. Questo vale per accordi commerciali e per la folla di “politiche commerciali dissimulate”  in norme nazionali e locali. La prima conseguenza? E’ impossibile per i paesi colpiti adottare misure di risposta “commisurate”. Un pericolo? Si. Perché possono ingenerarsi ritorsioni esagerate e forti tensioni. Non per nulla il WTO considera i dazi, tra le barriere commerciali,  come il male minore.
  3. Le politiche monetarie contengono forme dissimulate di politiche commerciali. Rispetto a 60 anni fa ci sono meno valute e cambi generalmente flessibili, potenziali strumenti di politica commerciale dato che svalutare è analogo a proteggersi con dazi dalle importazioni e agevolare le esportazioni.
  4. Le politiche della concorrenza sono un altro possibile ostacolo al commercio. Se nella Ue si ritiene abuso di posizione dominante ciò che negli Usa non è ritenuto tale, avremo che il mercato Usa sarà meno accessibile di quello europeo alle imprese di non abbastanza grandi. Insomma come se ci fosse un dazio invisibile sulle imprese che non hanno potere di mercato.
  5. Le politiche fiscali. Ogni prodotto scambiato incorpora il sistema fiscale del paese di origine. Un paese con tassazione che obbliga il lavoro a pagare per sanità, istruzione, coesione sociale sconta un dazio doganale implicito rispetto ad un’area che non ha nulla o solo parte di questo.

 Morale. Non spaventarsi delle politiche protezionistiche tradizionali: sono una, e neppure la più importante,  delle misure commerciali disponibili. Nella Ue nessuna cessione di sovranità è immune dal logorio del tempo. La Brexit è anche il risultato di una integrazione che ha allargato i suoi confini suscitando reazioni “esagerate”.  Ma alcuni poteri federali vanno ridefiniti e magari allargati.