Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Cattedre Natta: una complicazione inutile

Michele Iscra * - 05.11.2016
Cattedre Natta

La ragione per cui il governo ha deciso di istituire le cattedre eccezionali intitolate a Natta è incomprensibile: nelle finalità, nei modi, nella gestione. E’ un pessimo esempio di come in politica ormai dominino circoli di cosiddetti esperti che dietro le quinte approfittano, temo, dell’ingenuità dei politici di turno per convincerli a fare mosse apparentemente spettacolari, ma in realtà prive di contenuto.

La finalità dell’operazione dovrebbe essere quella di mostrare che in Italia si rompe il cerchio delle chiamate non solo per familismo, ma per trend routinario. Il sistema universitario, come qualsiasi sistema, alleva personale per gestire il turn over. Lo ha sempre fatto per cooptazione e non sarebbe neppure questo il problema più grave. Il fatto è che la cooptazione non avviene a livello di sistema, dunque con un minimo di controllo di qualità e compatibilità, ma a livello di singoli: più o meno ad ogni docente è data la possibilità di fruire di un po’ di precariato (borse, assegni e quant’altro) sicché si formano sacche di personale in attesa del miracolo di poter entrare in pianta stabile.

Poiché è evidente che l’alto numero ormai di docenti stabili non può dare alcuna garanzia di filiere ragionevoli (più che maestri ci sono tanti autoproclamati maestrini che per status symbol non rinunciano a “farsi l’assistente”) si è creato un meccanismo in troppi casi assistenziale. Non parlo ovviamente della vergogna dei concorsi truccati, che pure esistono, sono noti a tutti (basterebbe leggere con attenzione i bandi per vedere competizioni finte organizzate a pro di persone di così scarso livello che non vincerebbero mai se non ci fosse la manipolazione a priori), ma su cui né il Ministero né i vertici degli Atenei avviano alcuna indagine. Mi riferisco alla fattispecie per cui il concorso è organizzato come la stabilizzazione di un povero diavolo che ha tirato la carretta per anni e pazienza se nel frattempo è intristito e può dare molto poco in termini di sviluppo della ricerca: è questa che rende difficile a qualsiasi commissione premiare il più bravo fra i concorrenti al prezzo di mettere in mezzo alla strada uno che a quel punto scoprirebbe di essere rimasto letteralmente senza arte né parte.

Il problema grave del nostro sistema universitario è questo. Senza fare di tutte le erbe un fascio, sarebbe stato veramente opportuno aprire per i giovani talenti una via di reclutamento che non passando attraverso il reclutamento degli atenei potesse affrontare il fenomeno di cui sopra.

Poiché invece il nostro è un paese che odia i giovani, anziché occuparsi di questo tema si è preferito accontentare i fabbricanti di scandali a buon mercato. Poiché i giornali denunciano, spesso con fondati motivi, che eccellenti studiosi non riescono ad accedere al livello massimo, l’ordinariato, perché anche lì c’è il problema di dar un riconoscimento a chi ha davvero tirato la carretta, ecco che si mette in pista la cervellotica riedizione della antica “chiamata per chiara fama”. In sé potrebbe anche non essere male, ammesso che ricorressero delle circostanze controllabili ed eccezionali: cioè che veramente si potessero acquisire quelle poche eccezioni che un sistema perverso ha lasciato fuori.

Il fatto è che in molte materie questo è praticamente impossibile. Ci può essere il caso di chi ha veramente fatto una “scoperta” rivoluzionaria o ha realizzato una prestazione nettamente eccezionale, ma: 1) sono casi in numero limitato e dunque fissare a priori una quota da riempire è già di suo è sbagliato; 2) ciò è difficile da riscontrare in molte discipline, dove quelle fattispecie sono praticamente impossibili; 3) devono comunque essere inquadrati allo stesso livello di coloro che nel sistema “ordinario” hanno comunque raggiunto risultati di eccellenza (sarebbe veramente curioso che, come si ventila, chi arriva su una “cattedra Natta” avesse un riconoscimento di prestigio ed anche economico cui non può aspirare chi avendo lavorato nel difficile contesto italiano ha raggiunto risultati di eccellenza).

Lasciamo poi perdere le astruserie di chiamare gli stranieri a valutare, non perché in sé sia sbagliato (lo fanno anche all’estero), ma perché la loro designazione avviene con un giudizio di sfiducia (mettiamola così) verso il sistema italiano, sfiducia che venendo da chi dovrebbe garantire la qualità dell’istruzione universitaria pone la domanda sul perché non si faccia nulla per raddrizzare la situazione.

Il risultato facilmente prevedibile sarà quello di avere creato con un gran numero di chiamate in cui la “chiara fama” non sarà tale da essere indiscutibile da parte del mondo accademico (a quello esterno si può far credere qualsiasi cosa) la ovvia ricaduta che ci sarà una coda di polemiche e di discredito che complicherà per anni la vita del già avvelenato sistema universitario italiano.

Sarebbe stato molto meglio puntare su un sistema rigoroso e ben pensato di reclutamento straordinario di giovani, da cui sarebbero poi emersi naturalmente in futuro quelli “di chiara fama”, perché avrebbero contribuito a lavorare alla “rivoluzione” di un mondo che così non può andare molto avanti.

Solo che, come diceva il buon vecchio Manzoni, chi si cura di costoro a Milano? (o a Firenze, o a Roma, scegliete voi).

 

 

 

 

* Studioso di storia contemporanea