Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Burkini: qualche riflessione su un tema da non lasciare agli slogan

Fulvio Cammarano * - 24.08.2016
Burkini

Forse non faceva parte della strategia del terrorismo di matrice islamica, sta di fatto che la presa di posizione del governo francese contro la tenuta balneare delle donne islamiche rappresenta per l’Isis una vittoria d’immagine per due ordini di motivi. Da una parte, infatti, può essere mostrata al mondo come la decantata tradizione di tolleranza e pluralismo della cultura laica occidentale non è per nulla salda e coerente. Al contrario appare fragile, pronta, se attaccata, a rimangiarsi convinzioni e ideali a spese di culture e modi di essere che, pur del tutto estranei all’universo terrorista, vengono associati ad un repulsivo immaginario di violenza e pericolo. Non è difficile ipotizzare che, non ci fossero stati gli attentati, le donne in burkini avrebbero potuto presentarsi sulle spiagge della Costa Azzurra senza particolari problemi, se non quelli dello sguardo ironico degli altri bagnanti. Il sostegno del governo Valls alle ordinanze dei sindaci, punitive nei confronti delle donne che si presenteranno sull’arenile intabarrate nel burkini, appare l’esito di una fase storica e come tale sembra sproporzionato. Infatti, pur tentando di presentarsi come una misura di ordine amministrativo, il divieto fa esplicito riferimento ad un universo di valori, quelli della laicità repubblicana, che non possono, se non con un’evidente forzatura, essere associati alla quantità di tessuto che s’indossa in spiaggia. L’altra e più insidiosa ragione per cui il terrorismo può cantare vittoria è quella che fa capo all’ennesima divisione dell’Europa, subito manifestatasi dopo la “stretta” balneare dell’esecutivo francese. Italiani e inglesi, tra gli altri, hanno immediatamente dichiarato di non condividerla, confermando per l’ennesima volta che l’Europa, quando non si trova di fronte al nodo scorsoio dei vincoli economici, si muove sempre in ordine sparso. La Germania cerca la “terza via”: divieti per il velo integrale negli uffici pubblici. Il terrorismo islamico, al di là della retorica profusa a piene mani dopo gli attentati, ha contribuito ad accrescere la frammentazione e la separatezza dei Paesi europei. Quel condividere bandiere, canti e simboli delle nazioni colpite dopo ogni attacco è la prova che qualcosa non funziona: quel “siamo tutti francesi” lanciato dopo gli attentati di Parigi e di Nizza, ad esempio, è per l’unità europea, al di là dello spirito di sincera partecipazione contenuto nello slogan, quanto di più letale possa accadere. La paura conduce ad una sempre maggiore divisione che la solidarietà non fa altro che confermare, spingendo ogni governo, nell’ambito della lotta al terrorismo, ad agire autonomamente. La domanda che, a questo punto, sorge spontanea - a fronte di un incremento della migrazione musulmana e della constatazione che il mutevole e plurale Islam appare, oggi più di ieri, attraversato da tendenze tradizionaliste e conservatrici – è: per quale motivo l’Europa ha perso l’ennesima occasione di presentarsi compatta, evitando di individuare una linea comune sul tema dei limiti del comportamento pubblico per chi vive nei Paesi dell’Unione? Limiti, si badi bene, che dovrebbero fondarsi su una logica non punitiva, coerente con la tradizione del diritto occidentale e, soprattutto, su argomentazioni inoppugnabili dal punto di vista della comprensibilità per tutti i cittadini. Con tali premesse, quindi, non sarebbe stato troppo difficile affrontare la questione della presenza pubblica, a partire dalla inviolabilità del volto umano. C’è un aspetto legale già radicato negli ordinamenti di tutto il mondo, che vieta ogni forma di travisamento per motivi di ordine pubblico. Tuttavia, oggi più che mai, la questione del volto va considerata in una prospettiva politico-culturale più alta, in quanto il volto non è una parte del corpo come le altre, rappresenta la nostra identità, il nostro legame con il mondo che ci circonda. Se giro con le spalle coperte, i capelli nascosti o a piedi nudi, magari esprimo un mio modo di essere, uno stile di vita, un sentimento religioso, ma rimango collegato con chi mi circonda. Nascondere il volto nella pubblica piazza contiene, invece, un messaggio di separatezza, aggressività, segretezza, incompatibile con una società che rivendica un’eguaglianza basata sulla comune natura umana. Per questo la soluzione parziale della Merkel non funziona: fa coincidere il pubblico con l’istituzionale, riducendo la piazza a sfera privata. Ammettere che, in nome di un qualunque principio, compreso quello religioso, le persone possano girare per le strade d’Europa con il volto coperto significa accettare la fine di quella reciprocità di sguardi (io ti posso guardare, tu no) che ogni giorno, inconsapevolmente, avviene milioni di volte, scambio di umanità alla pari a cui non si può rinunciare se non a prezzo di un senso di frustrazione e di insicurezza che suscita ogni mancata reciprocità. Si tratta di una scelta, lo sappiamo, che limiterebbe la libertà di alcune donne musulmane, però esente da volontà persecutoria o intolleranza, intesa solo a ribadire, oltre al rispetto delle leggi che ovunque vietano il mascheramento, il rispetto per una secolare identità europea: l’”uguaglianza di sguardo” in pubblico che è a fondamento della società aperta e plurale. Il carnevale, festa del travisamento per eccellenza, è, come c’insegnano gli antropologi, una breve e controllata forma di interruzione di un ordine identitario la cui riuscita dipende dalla potenziale reciprocità che caratterizza l’azione di chi partecipa alla festa. Senza reciprocità, rancore e violenza sono garantiti. Per l’Europa, quindi, porre il volto come confine del “pubblico” rappresenterebbe un principio unitario irrinunciabile che tra l’altro, in questa fase storica di grandi rivolgimenti demografici, ci costringerebbe a ripensare, da europei, cioè a “viso aperto”, il tema del riconoscimento dell’altro.

 

 

 

 

* Ordinario di storia contemporanea, Università di Bologna