Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Alla corte di Grillo?

Paolo Pombeni - 26.04.2017
Marco Tarquinio

Vanno osservate con attenzione le aperture, più o meno esplicite, che si vanno facendo da vari ambienti verso il Movimento Cinque Stelle. In parte non è fenomeno recente, perché una rete come La7 da tempo ha aperto spazi tanto direttamente con esponenti Cinque Stelle quanto meno direttamente con giornalisti del quotidiano che li accredita. Tuttavia negli ultimi tempi ci sono stati altri episodi, il più noto dei quali è quello relativo al direttore del quotidiano della CEI, ma un po’ meno apertamente se ne sono notati altri.

Non è cosa che debba stupire più di tanto, perché ovviamente una forza politica stimata stabilmente al 30% dei consensi elettorali e che ha conseguito alcuni successi rilevanti deve per forza di cose trovare attenzione e valutazione. Tuttavia in questo caso c’è un dato in più che merita di essere messo in rilievo: la natura sfuggente per non dire ambigua di questa forza consente di prenderla in considerazione per così dire senza sporcarsi le mani. Ad essa ciascuno può attribuire quel significato che più gli aggrada e relegare i punti della sua proposta per lui meno convenienti ad elementi marginali, magari considerandoli frutto di un certo folclorismo e di tanta improvvisazione che ancora è presente in una forza “giovane” e che pertanto può essere perdonata.

La questione non può però essere liquidata in maniera semplicistica. Nella considerazione che da più parti si sta tributando al M5S ci sono almeno due componenti, che in alcuni interlocutori si fondono, in altri rimangono distinte, scegliendo di puntare su una e lasciar perdere l’altra. Queste sono la convinzione che i Cinque Stelle siano la forza su cui puntare per una destabilizzazione finale del sistema post-partitico ereditato dallo sfascio della prima repubblica, e la speranza che un movimento giovane e inesperto possa essere acculturato e per così dire civilizzato dall’esterno, facendone un elemento capace di creare nuove forme di stabilizzazione.

Sono meccanismi che nella storia si sono già visti e basterebbe una rilettura di come si affermò il fascismo in Italia per rendersene conto (con il che, lo scriviamo a chiare lettere, non intendiamo affatto dire che M5S abbia una connessione ideologica col fascismo, perché così non è da nessun punto di vista).

E’ chiaro che in una fase di transizione come quella in cui ci troviamo la persistenza di sistemi di “occupazione del potere” da parte delle forze politiche è vissuta da molti gruppi dirigenti del paese come una palla al piede che frena il nostro sviluppo. Non occorre esercitare grandi capacità di inchiesta per vedere che le forze politiche uscite dalla sfascio del 1994 hanno continuato a comportarsi per quanto riguarda la gestione dello spazio pubblico più o meno come i vecchi partiti: RAI, opere pubbliche, gestione degli enti locali, distribuzione delle risorse economiche, e via elencando sono ancora sotto il controllo non solo della politica intesa come governo, ma della lotta politica intesa come scontro di fazioni con tutte le conseguenze predatorie e di divisione degli spazi.

E’ fondato pensare che M5S possa ribaltare questo panorama? Se si deve giudicare da alcune esperienze concrete pare poco probabile, perché i pentastellati non hanno nessuna reale strategia o competenza forte per rimodulare il sistema. Possono fare un po’ di demagogia e magari, vedi Roma, cadere poi nelle mani di quelli che si mettono al loro servizio per gestire a proprio vantaggio gli interventi modificatori del vecchio sistema.

Più complicato è il discorso sui vari “educatori” che si offrono di accompagnare i Cinque Stelle sulla via del potere. Adesso sembra che l’impegno prevalente sia convincerli che devono fare alleanze parlamentari, spiegando loro la banalità che col 30% dei consensi non si governa. Qui però sta un equivoco che i consiglieri del grillismo non hanno chiaro, ma che è invece chiarissimo ai dirigenti del M5S: stiamo parlando di coalizione in cui i grillini dirigono il gioco e gli altri si accodano o di accordi in cui tutte le parti trovano terreni comuni di intesa? Nel primo caso i penta stellati non avranno problemi (l’hanno già spiegato pur nei loro modi contorti), nel secondo non ci pensano nemmeno.

In quest’ultimo caso infatti verrebbero progressivamente inglobati come forza positiva nel sistema. E’ storicamente successo a partiti in origine antisistema attraverso esperienze varie: si pensi al movimento cattolico prima e a quello comunista poi. Supponeva però una capacità di tenuta del sistema che li voleva inglobare positivamente che oggi non siamo così sicuri esista.

Dunque il rischio è che quelli che oggi bussano alle porte della corte di Grillo facciano la fine di tutti gli apprendisti stregoni, cioè che scatenino “spiriti” che non saranno in grado di dominare e di cui diventeranno schiavi. Certo non si può escludere in assoluto che si possa invece arrivare ad una integrazione positiva: sarebbe ottimo, perché significherebbe volgere in positivo energie fresche di cui questo paese ha molto bisogno.

Si può azzardare che non ci vorrà molto tempo per capire quale dei due scenari diventerà prevalente.