Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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2018, l'Italia "balneare"

Luca Tentoni - 22.07.2017
Paolo Gentiloni

Si parla molto, in queste settimane, della necessità del governo Gentiloni di muoversi fra numerosi scogli di natura politica, programmatica e numerica (soprattutto in Senato). Qualcuno è giunto a definire l'Esecutivo in carica una sorta di "governo balneare". Se fosse vero, sarebbe uno dei governi di transizione potenzialmente più duraturi della storia repubblicana. Quelli presieduti da Giovanni Leone nel 1963 e nel 1968 sono rimasti in carica per poco più di cinque mesi, per esempio, mentre i due guidati da Amintore Fanfani negli anni Ottanta durarono rispettivamente per otto (1982-'83) e tre mesi (1987). In quanto ai "governi amici", quello di Giovanni Goria restò in carica per otto mesi e mezzo fra il 1987 e il 1988, mentre quello di Giuseppe Pella (1953-'54) per cinque mesi. Ci furono poi altri Esecutivi di breve durata, come ad esempio quelli presieduti da Cossiga (due) e Forlani (uno) fra l'agosto del 1979 e il giugno 1981 (durata media: sette mesi circa); infine, fra il 2000 e il 2001 avemmo il secondo governo Amato, in carica per poco meno di 14 mesi. Paolo Gentiloni è a Palazzo Chigi dal 12 dicembre, dunque da poco più di sette mesi; se il suo mandato terminasse a febbraio, raggiungerebbe l'"Amato bis". In fondo, anche nel 2000-2001 si era alla fine di una legislatura caratterizzata da Esecutivi guidati da esponenti del centrosinistra; anche allora, sebbene in contesti molto differenti dall'attuale, il presidente del Consiglio che si accingeva a portare il Paese alle elezioni a scadenza naturale non era il candidato dal suo partito a Palazzo Chigi in caso di vittoria nelle urne (nel 2001 l'aspirante premier del centrosinistra era Francesco Rutelli). Eppure, ci sono alcuni indizi che fanno pensare che il prolungamento della "stagione balneare" di Gentiloni (passando attraverso una crisi ministeriale e un "riassetto" - non si sa quanto ampio - della maggioranza di sostegno) sia un'eventualità da non scartare. Sappiamo già che l'elettorato italiano è diviso in almeno tre "macroaree" politiche: il Pd e i soggetti alla sua sinistra; il M5S; il centrodestra "plurale" che va da Berlusconi (e Alfano?) a Salvini e Meloni. Ciascuna di queste aree è accreditata di circa un terzo dei consensi popolari, ma la soluzione per formare il primo governo della diciottesima legislatura non sembra l'alleanza fra due delle tre "famiglie". Ci sono alcune ipotesi sul tappeto: da una coalizione Pd-FI-centristi a una M5S-Lega-FdI. Tutte, però, rischiano di restare minoritarie in uno o in entrambi i rami del Parlamento. Inoltre si tratta di coalizioni più eterogenee di quella che sostiene attualmente Gentiloni. Dunque, ciò che appare difficile conciliare oggi sarà impervio mettere insieme domani, quando persino le più “grandi” alleanze oggi possibili avranno numeri parlamentari molto modesti. L'esperienza ci insegna inoltre che, più sono distanti ideologicamente e programmaticamente i partners di una coalizione, tanto più si tende ad evitare di affrontare temi "divisivi". Inoltre, è facile pensare che le affermazioni categoriche di oggi sull'impossibilità di formare maggioranze eterogenee (se ne trova un accenno in una recente intervista a Berlusconi) o sulla scelta del "candidato premier" (Renzi, Berlusconi, Salvini, Di Maio) saranno superate quando si tratterà di constatare che nessuna forza politica avrà, in seguito alle prossime elezioni, un potere negoziale tale da ottenere grosse concessioni su Palazzo Chigi, sul programma e sulla composizione della coalizione. È in dubbio persino che si riesca a formare un governo. Il fatto poi che si voti a febbraio o marzo non preclude l’ipotesi che, in caso di stallo, il Quirinale sia costretto a giocare la “carta spagnola” di nuove elezioni a breve, che potrebbero tenersi già a fine giugno (con lo scoglimento anticipato a metà aprile) o subito dopo l'estate 2018. In assenza di un successore, Gentiloni potrebbe dunque trovarsi costretto a gestire un'interminabile "ordinaria amministrazione" fatta di provvedimenti sul minimo indispensabile, concordati col Quirinale e con le principali forze politiche. Una sorta di governo balneare, appunto, che però finirebbe per durare - fra la fase attuale e la futura - un anno e mezzo o più. Se poi si considera che alla fine del 2018 partirà la lunga battaglia per un'elezione dell'Europarlamento (2019) che si preannuncia drammatica e decisiva per il futuro dell'UE e per la rilevanza che i temi europei hanno ormai assunto nel dibattito nazionale, si ha la misura della fase complessa che forse ci aspetta. Senza considerare che la stessa BCE di Mario Draghi dovrà occuparsi nei prossimi mesi della graduale uscita dal QE e che un'Italia instabile potrebbe essere osservata dai nostri partners europei e dai mercati con attenzione e preoccupazione.