Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Argomenti

Cattedre Natta: una complicazione inutile

Michele Iscra * - 05.11.2016

La ragione per cui il governo ha deciso di istituire le cattedre eccezionali intitolate a Natta è incomprensibile: nelle finalità, nei modi, nella gestione. E’ un pessimo esempio di come in politica ormai dominino circoli di cosiddetti esperti che dietro le quinte approfittano, temo, dell’ingenuità dei politici di turno per convincerli a fare mosse apparentemente spettacolari, ma in realtà prive di contenuto.

La finalità dell’operazione dovrebbe essere quella di mostrare che in Italia si rompe il cerchio delle chiamate non solo per familismo, ma per trend routinario. Il sistema universitario, come qualsiasi sistema, alleva personale per gestire il turn over. Lo ha sempre fatto per cooptazione e non sarebbe neppure questo il problema più grave. Il fatto è che la cooptazione non avviene a livello di sistema, dunque con un minimo di controllo di qualità e compatibilità, ma a livello di singoli: più o meno ad ogni docente è data la possibilità di fruire di un po’ di precariato (borse, assegni e quant’altro) sicché si formano sacche di personale in attesa del miracolo di poter entrare in pianta stabile.

Poiché è evidente che l’alto numero ormai di docenti stabili non può dare alcuna garanzia di filiere ragionevoli (più che maestri ci sono tanti autoproclamati maestrini che per status symbol non rinunciano a “farsi l’assistente”) si è creato un meccanismo in troppi casi assistenziale. leggi tutto

Dalla Brexit una sfida per l’Università italiana

Massimo Piermattei * - 16.07.2016

Lo shock seguito alla Brexit ha rimesso al centro del dibattito italiano ed europeo l’Ue, le sue istituzioni, le politiche che attua, i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano nel tempo presente. Forse per la prima volta, più che in occasione delle vicende legate alla Grecia, ci si è resi conto di quanto sia profondo e complesso il legame tra uno Stato membro (i cittadini, le istituzioni locali, le imprese, ecc.) e l’Ue. La complicata procedura di uscita del Regno Unito, la posizione della Scozia di Nicola Sturgeon, gli interrogativi posti dagli “emigrati” dai Paesi membri Oltremanica, sono tutti esempi che evidenzianola problematicità della situazione; problematicità che per essere studiata e compresa ha bisogno di conoscenze e competenze specifiche – si pensi a quanto si è parlato dell’art. 50 del Trattato, tema finora sconosciuto ai più.

In un contributo pubblicato su «Mente Politica» a inizio febbraio si era segnalata l’assenza generale dell’Accademia italiana, e in particolare degli storici, dal dibattito pubblico e mediatico in Italia sulla Ue e sulle sue crisi – sono “altri” che parlano di Europa, non di rado approcciandosi per la prima volta a questi temi. In questa prospettiva, la Brexit può essere l’occasione per invertire la tendenza e per rimettere al centro di diversi percorsi formativi leggi tutto

Renzi, il populismo e l’università italiana

Giovanni Bernardini - 15.10.2015

Cos’è questo populismo di cui i media si riempiono la bocca e contro il quale allertano l’opinione pubblica? Certamente populista è la deriva xenofoba caldeggiata da molte forze politiche europee indipendentemente dal loro grado di presentabilità. Lo è altrettanto la fuga da una seria analisi della realtà per trovare rifugio nel complottismo che impazza nel discorso pubblico. L’odio senza compromessi per il diverso, per nemici invisibili e inclassificabili (rivelati soltanto da leader che “vedono più lontano”) sono fantasmi che hanno già visitato le stagioni più nere di questo continente, e che si spera abbiano lasciato anticorpi sufficienti a prevenire ricadute. Tuttavia i casi appena citati sono manifestazioni episodiche di un fenomeno più ampio e sfuggente. Perché prima ancora di riempirsi di contenuti, il populismo è innanzitutto forma, metodo, approccio alla politica. Questo populismo ha come marchio la pretesa identificazione tra un leader e un intero popolo: il primo portavoce dei “reali” bisogni del secondo, contro “caste e potentati” e più ancora contro regole e procedure vissute come fastidiosi intralci. È la tentazione permanente delle spiegazioni e delle soluzioni facili, immediate, appetibili per i bassi istinti e redditizie in termini di consenso; è la mobilitazione di un epidermico risentimento anti-intellettuale contro chi, invece, avrebbe il compito di mettere in guardia sulla complessità del reale e contro illusorie scorciatoie. leggi tutto

Le mani sull’università.

Novello Monelli * - 24.09.2015

Di riforma in riforma

 

L’intervento di Francesca Puglisi, comparso in parallelo sulle pagine de “Il Messaggero” e “Il mattino” del 21 settembre, ha aperto ufficialmente la campagna autunnale dell’ennesima riforma universitaria. Pochi governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno perso l’occasione per portare il proprio contributo allo smantellamento del sistema della ricerca e della formazione superiore. Non uno ha mai saputo affrontare (se non a parole) i reali problemi delle università e della rete degli istituti di ricerca: un cronico sottofinanziamento, aggravato da un dissennato ricorso ai tagli lineari, e un meccanismo di reclutamento dominato da clientelismi di varia natura o da logiche familistiche, raramente dalla volontà di promuovere il merito e l’originalità. A netto degli slogan di prammatica («vogliamo ridare importanza a istruzione e ricerca»), le rivoluzioni copernicane immancabilmente messe in campo da ogni esecutivo hanno portato a molte perdite di tempo, per adempiere a sempre nuovi obblighi burocratici, ma a pochi miglioramenti effettivi. Le due migliori conquiste di questi anni turbolenti sono state il principio di uno sbarramento selettivo in ingresso, che ha portato all’abilitazione scientifica nazionale, e l’esigenza di assicurare una valutazione costante al livello di produzione della ricerca e della didattica, che si esprime nella VQR. Si tratta di due istituti perfettibili, senza dubbio, ma che hanno almeno il merito di tentare un primo passo verso l’articolazione di un sistema sano, dove chi insegna e fa ricerca è il più bravo, non il più affine per prossimità ideologica o parentale. leggi tutto

Riparte l’università?

Michele Iscra * - 20.08.2015

Piuttosto in sordina, almeno nei media perché  è ormai questione che interessa una nicchia, sta rimettendosi in moto il meccanismo che dovrebbe dinamicizzare il nostro sistema universitario. La procedura per la valutazione della ricerca nel periodo 2011-2014 da parte dell’ANVUR è ormai avviata in forma ufficiale. E’ stato anche annunciato che si riattiverà una tornata per il conseguimento delle “abilitazioni nazionali”, sia pure con una serie di novità non tutte ancora chiare (salvo la cosiddetta “procedura a sportello”, cioè la possibilità di presentare domande durante un biennio senza scadenze uniche prefissate) e con tempi non proprio rapidi.

Si tratta di due interventi senza dubbio rilevanti. Il primo soprattutto perché consolida la scelta di responsabilizzare il sistema accademico a rendere conto della sua produttività, sempre nella speranza che poi di queste rilevazioni si tenga conto almeno nella distribuzione delle risorse (per la verità in parte lo si è fatto, ma bisogna osare un po’ di più). Il secondo perché consente che non si perpetuino disparità generazionali fra chi aveva conseguito le abilitazioni nella prima tornata e dunque poteva valersi per la propria carriera di quelle valutazioni e chi non aveva potuto farlo (o a volte era stato penalizzato da commissioni che non sempre hanno agito nel modo più condivisibile). leggi tutto

Università: non bastano le classifiche

Michele Iscra * - 25.07.2015

Nel momento in cui gli studenti e le famiglie devono decidere, terminata la fase della maturità, quale ateneo scegliere per affrontare l’ultimo livello della loro formazione arrivano le classifiche sulle varie sedi. E’ uscita quella de “Il Sole 24 Ore” seguita subito da quella di “Repubblica” su dati del Censis.

E’ un meccanismo che ormai ha acquisito una certa tradizione ed è stata senz’altro una innovazione utile. In una fase in cui le risorse finanziarie scarseggiano e di conseguenza gli atenei hanno gran bisogno di non perdere studenti, perché le tasse sono una entrata importante, Senati accademici, Rettori e Consigli di Amministrazione una certa attenzione a questi posizionamenti la concedono e di conseguenza orientano almeno in parte spesa e investimenti. Soprattutto è molto utile che si riaffermi il fatto che tutti devono abituarsi ad essere giudicati: non è un principio facile da far accettare all’accademia, ma è un passo avanti assolutamente necessario.

Certo esistono tante scappatoie per sottrarsi al peso di questi giudizi, come ne esistono per trarne stimolo per l’immobilismo. La più facile delle prime è rifugiarsi nella considerazione che sono valutazioni fatte su parametri numerici, per loro natura abbastanza astratti. Per dire: nel valutare l’internazionalizzazione,  che uno mandi studenti all’università di Cambridge o a quella di Tuzla cambia poco, conta il numero di scambi Erasmus (oggi hanno un altro nome, ma si continua a chiamarli così), così come conta quanti docenti dall’estero si chiamano per un periodo sufficientemente lungo. Poi nessuno valuta che un docente di alto livello è difficilissimo spostarlo, specie facendolo venire in Italia, leggi tutto

L’Università dimenticata

Paolo Pombeni - 04.06.2015

Va bene che la ministra Giannini sia impegnatissima con la riforma della scuola (peraltro con risultati poco brillanti), ma il suo disinteresse verso una regolare routine delle scadenze di vita dell’università italiana è veramente riprovevole. Dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il Ministero funziona male, perché il primo requisito di una buona amministrazione è la capacità di gestire con regolarità le scadenze. Naturalmente si potrebbe aspettarsi qualcosa di più: che so, uno straccio di prospettiva strategica sullo sviluppo del nostro sistema di istruzione superiore, una qualche idea su come implementare le capacità del sistema di ricerca, un pensierino al tema del turn over dei docenti vista l’età media di questi.

Intanto però ci accontenteremmo di una gestione responsabile di alcune scadenze che non sono proprio cosette da nulla.

La prima è la valutazione del sistema della ricerca. Da mesi si vocifera nei corridoi che sta per partire la famosa valutazione ANVUR, i responsabili di questa agenzia ci informano negli incontri che dal loro punto di vista da tempo è tutto pronto, ma la valutazione non parte. Sappiamo tutti che contro questa modalità di valutazione ci sono molte opposizioni (corporative). Come sempre in Italia, la valutazione a parole la vogliono tutti, ma in concreto non ce ne è mai una che vada bene. leggi tutto

Come cambieranno le pubblicazioni accademiche

Lorenzo Ferrari * - 31.01.2015

Le pubblicazioni accademiche hanno risentito della rivoluzione digitale in modo ancora limitato, soprattutto per quanto riguarda le scienze politiche e la storia. Tuttavia, è plausibile che nei prossimi anni si rafforzeranno due tendenze che hanno già cominciato a comparire: 1. le pubblicazioni accademiche tenderanno ad abbandonare la carta; 2. si allenteranno i legami tra le pubblicazioni accademiche e le case editrici. Questo cambiamento riguarderà le pubblicazioni accademiche in senso stretto, cioè quelle che servono a presentare i risultati di nuove ricerche dettagliate, condotte in ambiti circoscritti e indirizzate agli altri specialisti del settore. Altri tipi di lavori realizzati dagli studiosi, come quelli rivolti al pubblico generale, continueranno invece ad essere espressi attraverso i libri, la carta e le case editrici.

 

La separazione dalla carta

 

Obiettivo naturale di una pubblicazione accademica è raggiungere l'intera comunità degli specialisti interessati a quell'argomento. In passato, la circolazione delle scoperte e delle idee doveva necessariamente passare dai libri e dalle riviste, che naturalmente erano cartacei. Oggi questo non è più né il solo né il migliore modo di fare circolare scoperte e idee. In formato digitale, le pubblicazioni accademiche possono raggiungere in maniera immediata tutti gli specialisti del settore, ovunque essi si trovino. Grazie ai motori di ricerca e ai social network, un libro o un articolo in digitale leggi tutto

Lasciate ogni speranza. Come il governo intende rottamare i ricercatori precari.

Novello Monelli * - 18.11.2014

La menzogna del merito


Una delle più diffuse convinzioni che aleggia sul sistema della ricerca italiana è che il merito sia solo una delle variabili della carriera scientifica, e nemmeno quella più importante. In effetti, ad un osservatore dotato di un minimo di senso critico pare difficile non accettare l’idea che università, enti di ricerca e fondazioni siano il regno della selezione per demerito e mediocrità. Come la stampa ama mettere in evidenza, in questo paese si diventa ricercatori e professori universitari per devozione, per sangue, per affiliazione ideologica, per fascino e a volte, sorprendentemente, anche per talento. E’ un giudizio superficiale, ma contiene un buon nucleo di verità. In effetti, la mediocrità alligna nei corridoi del malandato sistema accademico nazionale, ma non lo fa ovunque e negli stessi termini. Esistono dipartimenti universitari in cui clientelismo e nepotismo sono la regola e altri dove una sparuta pattuglia di accademici in posizioni di responsabilità (ordinari volenterosi, direttori di dipartimento e responsabili di laboratori) tentano ancora di promuovere il reclutamento di studiosi originali e produttivi. Il che non significa che il bilancio complessivo non sia disastroso. Perché i “buoni accademici” sono un po’ come i veterani giapponesi nel Pacifico: superstiti accerchiati in una giungla di parenti, clienti, portaborse e amanti, con poche armi e sovente depressi. E abbandonati da un governo che sembra divertirsi a peggiorare la situazione. leggi tutto

Come ti rottamo l’università (tanto non serve a niente).

Novello Monelli * - 18.10.2014

Colpo di grazia

 

Se le notizie diffuse nei giorni scorsi dai quotidiani (per primo “Il Sole 24 ore” del 26 settembre) dovessero essere confermate, la legge di stabilità che sta per essere definita  dal Consiglio dei ministri si appresta a sferrare il colpo di grazia al sistema dell’Università e della ricerca. Per finanziare l’assunzione straordinaria di 148mila precari della scuola (e per far fronte ad altre millanta promesse del medesimo genere dispensate in questi mesi) il governo Renzi diminuirebbe il  Fondo ordinario universitario (il budget complessivo a disposizione degli atenei italiani per funzionare) di una quota variabile tra i 170 e i 400 milioni di euro. L’oscillazione delle cifre (quella minore è stata rilanciata da un ulteriore articolo del “Sole” di venerdì scorso) non muta la sostanza, anche se testimonia l’agghiacciante pressapochismo dell’esecutivo a proposito di questi temi. Ogni ulteriore taglio al finanziamento del sistema della ricerca sarebbe infatti un irreversibile atto di autolesionismo, in primo luogo perché, come ha ricordato da ultimo il rettore di Padova, Giuseppe Zaccaria, in un sistema internazionale complesso come quello in cui l’Italia compete (o dovrebbe competere), il sostegno alla ricerca e alla formazione superiore è essenziale. L’attuale 0,43% del PIL destinato al mondo universitario è certamente ridicolo in confronto ai paesi competitori più prossimi geograficamente, come Germania e Francia, ma depotenziarlo ancora sarebbe un crimine. leggi tutto